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Si può fare un blocco navale per arginare i flussi migratori?

Nave di migranti
Nave di migranti Diritti d'autore Matthias Schrader/Copyright 2022 The AP. All rights reserved.
Diritti d'autore Matthias Schrader/Copyright 2022 The AP. All rights reserved.
Di Jorge LiboreiroVincenzo Genovese
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Esponenti dell'attuale governo italiano hanno ventilato spesso l'ipotesi di istituire un "blocco navale" per impedire l'arrivo di persone migranti via mare. Ma è possibile secondo il diritto europeo e internazionale?

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Fra le proposte del piano d'azione in 10 punti, presentato a Lampedusa, dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen c'è l'idea di "ampliare le missioni navali nel Mediterraneo". 

Una formulazione piuttosto ambigua, che sembra comunque alludere alla richiesta della **presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni,**di una "missione navale europea" per impedire alle imbarcazioni dei migranti di raggiungere l'Italia. 

La "missione navale" richiesta dal governo di Roma appare, a sua volta, una riformulazione di quel "blocco navale" spesso enunciato da diversi esponenti politici, tra cui il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, che lo vede realizzabile a livello europeo.

"Un blocco navale non è un'operazione attuabile in tempo di pace: si verifica solo durante un conflitto armato internazionale"
Phillip Drew
Professore alla Queen's University di Kingston

Un atto di guerra

Tecnicamente, qualsiasi blocco marittimo, aereo o terrestre, è considerato un atto di guerra e richiede l'esistenza di almeno due parti belligeranti, uno dei quali conduce l'operazione per isolare l'altro dai flussi commerciali, dalle catene di approvvigionamento e dalle linee di comunicazione. 

L'obiettivo finale è quello di paralizzare le forze armate dell'avversario e ostacolarne la crescita economica.

Tra i casi di "blocco navale" in corso, infatti, ci sono quello attuato dalla Russia nei confronti delle navi ucraine sul Mar Nero, quello imposto dall'Arabia Saudita allo Yemen e le severe restrizioni che Israele attua ai confini della Striscia di Gaza.

"Un blocco navale non è un'operazione attuabile in tempo di pace. Si verifica, come viene attualmente inteso, solo durante un conflitto armato internazionale", spiega a Euronews Phillip Drew della Queen's University di Kingston, in Canada, autore del libro "The Law of Maritime Blockade".

"Parte del requisito per un blocco è quello di fermare tutto. Nessuna nave in entrata, nessuna nave in uscita, a prescindere dagli scopi e dai proprietari delle imbarcazioni".

Poiché l'Italia e la Tunisia non sono affatto vicine a un conflitto armato, anzi sono legate ora da un nuovo memorandum d'intesa, un blocco navale è fuori questione, dice Drew, che ritiene "infelice l'uso di questa terminologia".

L'Italia potrebbe comunque istituire un'operazione navale convenzionale per scoraggiare l'arrivo di imbarcazioni di migranti sulle sue coste. 

Per ottenere la massima efficacia, secondo gli esperti, l'intervento dovrebbe essere effettuato il più vicino possibile alla costa tunisina o comunque dentro le sue acque territoriali, che si estendono fino a 22 chilometri dal litorale, per impedire alle imbarcazioni di partire.

Ma una presenza in mare 24 ore su 24 sarebbe estremamente dispendiosa in termini di tempo e di risorse per un Paese, mentre un'operazione nelle acque territoriali di un altro Stato violerebbe il diritto internazionale.

Matthias Schrader/AP
German sailors pictured during Operation Sophia in the Mediterranean Sea off the coast of Libya, in March 2016.Matthias Schrader/AP

Possibili scenari di operazioni navali

Esistono tuttavia due modi per aggirare questo divieto: ottenere il consenso esplicito dello Stato sovrano (in questo caso la Tunisia) o una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzi l'intervento. Entrambi gli scenari, al momento, sembrano improbabili.

Nel memorandum d'intesa fra Ue e Tunisia esiste un paragrafo in cui la Tunisia ribadisce la sua volontà di non diventare un Paese di insediamento per i migranti irregolari e di controllare esclusivamente le proprie frontiere.

Ottenere supporto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove la Russia detiene il potere di veto in quanto membro permanente, potrebbe rivelarsi ancora più difficile.

Il Consiglio dovrebbe dichiarare che, in base all**'articolo 39** della Carta delle Nazioni Unite, l'afflusso di migranti irregolari in partenza dalla Tunisia potrebbe costituire una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Questo permetterebbe ai Paesi di introdurre ogni sorta di rimedio per ristabilire l'ordine nella regione. 

L'articolo 42 parla di "dimostrazioni, blocco e altre operazioni con forze aeree, marittime o terrestri" come possibili metodi.

"Sarebbe un'imposizione significativa sulla sovranità di uno Statto membro delle Nazioni Unite. Non è una cosa da poco", spiega il professor Drew. "Richiederebbe al contrario circostanze molto gravi. Nonostante la serietà della situazione, questa rimane l'ultima opzione".

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L'inaspettato ritorno di "Sophia"

Di fronte ai problemi giuridici e logistici, l'Italia guarda al passato per trovare una soluzione per il futuro. L'operazione navale Sophia è stata invocata come ipotesi per impedire ai migranti di raggiungere l'Italia, senza rischiare di violare il diritto internazionale.

Istituita nel maggio 2015, Sophia era una missione navale dell'Unione europea progettata per combattere le reti di trafficanti e contrabbandieri di esseri umani nel Mediterraneo meridionale e centrale. Dotata di un budget annuale di quasi 12 milioni di euro, utilizzava imbarcazioni militari fornite dagli Stati membri per monitorare le acque fra Europa e Africa. 

Il Consiglio dell'Ue aveva strutturato Sophia in tre fasi, ma solo le prime due erano state effettivamente attuate, consentendo alla missione di perquisire e sequestrare le imbarcazioni considerate mezzo di trasporto per migranti irregolari.

Il pattugliamento delle navi di Sophia avveniva nei pressi della Libia, Paese travolto dalla guerra civile e permeato da reti criminali di trafficanti di persone. Tanto che il mandato della missione è stato successivamente rafforzato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per far rispettare l'embargo sulle armi contro la Libia, dando vita all'operazione aeronavale Irini.

Sebbene il suo obiettivo principale fosse quello di reprimere il traffico di esseri umani, Sophia era saldamente legata a due norme fondamentali: il dovere di soccorrere le persone in difficoltà e il principio di non respingimento, che vieta ai Paesi di inviare persone in un Paese in cui corrono il rischio di subire torture, persecuzioni o altri danni gravi. Secondo i dati del Consiglio dell'Ue, Sophia ha salvato quasi 45mila persone in mare.

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Ma alcuni Paesi come Austria, Ungheria e Italia sostenevano che la missione costituisse un pull factor, cioè un "fattore di attrazione" che incoraggiava le persone migranti ad attraversare il Mediterraneo nella speranza di essere salvati e portati sul suolo europeo. Per questo è stata conclusa nel marzo 2020.

Ora l'Italia vuole portare a termine il lavoro: "Il blocco navale potrebbe essere incluso nell'Agenda Meloni, se la missione Sophia dovesse essere completata", ha detto il ministro Piantedosi a Radio1.

La terza fase di Sophia prevede infatti che le forze navali siano autorizzate a prendere "tutte le misure necessarie" contro le imbarcazioni sospettate di contrabbando o traffico di esseri umani, "anche eliminandole o rendendole inutilizzabili", ma soprattutto che questo intervento di forza avvenga all'interno del "territorio" di uno Stato sovrano.

Per la Commissione europea non si tratterebbe comunque di un blocco, perché la distruzione delle imbarcazioni potrebbe essere effettuata solo dopo aver assistito le persone migranti a bordo. 

Le navi della terza fase della missione Sophia sarebbero vincolate dagli stessi obblighi che si applicavano alla missione originale: rispetto della sovranità nazionale e dovere di soccorso.

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"Non credo che la terza fase venga attuata presto. Senza il consenso del diritto internazionale, non c'è modo di muoversi nelle acque territoriali della Tunisia per procedere allo smantellamento", ha dichiarato Joyce De Coninck dell'Università di Gand, che ha condotto diverse ricerche sull'operazione Sophia.

Durante l'esistenza della missione Sophia, non è mai stato ottenuto né il consenso da parte della Libia a operare nelle proprie acque territoriali, né una risoluzione delle Nazioni Unite. 

Dunque le imbarcazioni dell'Ue hanno pattugliato un'ampia area di acque internazionali, ma senza mai avvicinarsi troppo alla costa libica.

"Nella migliore delle ipotesi, una nuova operazione Sophia sarebbe simile alla "fase due", che consentiva la ricerca e il dirottamento in alto mare", spiega De Coninck. "Ma anche in questo caso, ciò comporterebbe obblighi in materia di diritti umani, che scattano non appena ci si trova in prossimità fisica di una nave in difficoltà".

Anche le navi impiegate per prevenire l'afflusso di persone migranti sono infatti costrette dal diritto internazionale a soccorrere qualunque imbarcazione in difficoltà. Quindi, nel caso ci si imbattesse in una nave in acque internazionali, molto probabilmente tutti gli occupanti dovrebbero essere sbarcati in territorio europeo.

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