Il "codice di condotta" del ministro Piantedosi spaventa le Ong

Il decreto che regola l'attività delle Ong nel Mediterraneo è entrato in vigore il 3 gennaio
Il decreto che regola l'attività delle Ong nel Mediterraneo è entrato in vigore il 3 gennaio Diritti d'autore Jeremias Gonzalez/Copyright 2022 The AP. All rights reserved
Di Vincenzo GenoveseJorge Liboreiro
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Numerose le preoccupazioni per una serie di regole che rischiano di limitare le attività di salvataggio nel Mediterraneo. "Una vergogna", dice Till Rummenhohl di Sos Humanity

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Le Organizzazioni non governative che operano salvataggi nel Mar Mediterraneo stanno duramente criticano il nuovo "codice di condotta" introdotto tramite decreto dal governo italiano e ora atteso dal processo di conversione in legge del Parlamento.

Le regole per le Ong

Una volta effettuato un salvataggio in mare, ogni imbarcazione è tenuta a richiedere immediatamente un porto di sbarco al Centro di coordinamento marittimo e raggiungerlo senza indugio, evitando di effettuare altre operazioni, i cosiddetti salvataggi multipli.

Secondo il governo italiano è necessario distinguere tra salvataggi "occasionali", a cui peraltro sono tenute tutte le imbarcazioni di qualsiasi tipo in caso trovassero naufraghi nelle vicinanze, e le sistematiche operazioni di salvataggio condotte dalla Ong, che costituirebbero una sorta di incentivo alle partenze dalle coste africane

A supporto della sua tesi, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi cita un rapporto confidenziale redatto dall’agenzia Frontex, la Guardia di frontiera e costiera europea, e relativo al periodo tra gennaio e maggio 2021.

Alle organizzazioni è richiesto anche di fornire informazioni dettagliate sull'operazione condotta e soprattutto "informare le persone a bordo della possibilità di richiedere la protezione internazionale e, in caso di interesse, raccogliere i dati rilevanti da mettere a disposizione delle autorità".

In pratica, si chiede alle Ong di cominciare a bordo delle navi le procedure di richiesta di asilo, qualcosa di incomprensibile per Till Rummenhohl, capo delle oprazioni di Sos Humanity, una delle organizzazioni coinvolte.

"Durante la procedura di salvataggio, si vogliono chiedere informazioni sul proprio futuro a persone molto vulnerabili, molto confuse e traumatizzate. A bordo non c'è la possibilità di informarle legalmente in modo corretto. Non abbiamo nemmeno equipaggio a sufficienza per farlo. Prevedere questo processo a bordo, per noi, è solo qualcosa di veramente disumano".

Sulla stessa linea Nicola Stalla, vice-direttore delle operazioni di Sos Mediterranée: "La raccolta di dati sembra configurarsi come l'avvio di una procedura di identificazione, mentre le persone sono ancora in mare. Cosa che è in contrasto con tutte le linee guida fornite dagli enti preposti, come l'Unhcr".

Multe e confische: "Una vergogna"

Per le imbarcazioni che non rispetteranno queste regole sono previste multe da 10mila a 50mila euro e in caso di reiterazione della violazione si applica la confisca della nave, con le autorità che procedono  immediatamente a sequestro cautelare.

"Per noi è una vergogna: ancora una volta, un codice di condotta unilaterale con delle richieste a noi, che obbediamo alle leggi internazionali e al diritto marittimo, mentre Paesi come l'Italia o Malta, e l'Unione Europea,  ignorano questi diritti e queste leggi da anni", attacca Till Rummenhol. "Una situazione un po' strana: istituire un codice di condotta indirizzato solo alle Ong, mentre la politica viola le leggi".

Venti organizzazioni non governative hanno sottoscritto una lettera di protesta contro il decreto, che a loro giudizio "aumenta le morti in mare".

Anche il Consiglio d'Europa, un organo di tutela dei diritti umani non appartenente all'Ue, ha indirizzato una lettera di critiche al governo italiano, chiedendo modifiche sostanziali o il ritiro del provvedimento

Anche il Parlamento europeo chiede chiarezza sul fatto che il decreto rispetti o meno il diritto comunitario e internazionale. La commissione Libertà civili (Libe) dell'Eurocamera, presieduta dal socialista spagnolo Juan Fernando López Aguilar manderà una lettera alla commissaria Ylva Johansson sul tema.

Un porto lontano

Oltre alle nuove regole, c'è una prassi adottata dalle autorità che rischia di intralciare significativamente l'attività delle Ong: l'assegnazione di un porto di sbarco molto lontano dai luoghi dove avvengono i salvataggi, di solito il Canale di Sicilia o comunque i tratti di mare tra le coste italiane e quelle africane.

Negli ultimi tempi sono stati spesso assegnati porti di città dell'Italia centrale o settentrionale, che hanno comportato diversi giorni di navigazione per le Ong: Ancona e poi La Spezia alla Geo Barents, Ravenna e poi Ancona alla Ocean Viking. 

Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha motivato questa scelta con la necessità di coinvolgere porti dislocati lungo tutta la penisola, per alleggerire la pressione sulle strutture di ricezione dei migranti di Sicilia e Calabria.

Ma Rummenhöhl non ci sta: "Questi porti sono lontani, nel Nord Italia: il che significa giorni e giorni di navigazione per le nostre navi, un'operazione più costosa, ancora più rischi per le persone soccorse, che meritano un luogo sicuro da raggiungere in fretta. Dobbiamo capire con il governo italiano perché continua a indicare questi porti lontani: nel diritto marittimo internazionale è chiaramente affermato che bisogna approdare nel più vicino porto sicuro. E questa condizione ora non è soddisfatta".

"Quando soccorriamo una barca, spesso i sopravvissuti ci dicono che ce n'erano altre, con altre persone disperse in mare. Quindi per noi è difficile andarcene, soprattutto quando avremmo la capacità di fare altri soccorsi". 

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Il paradosso è che poi alcune delle persone approdate nelle città del Nord Italia vengono trasportate via terra verso Sud: come 27 minori salvati dalla Geo Barents e portati da la Spezia a Foggia. Oltre ai giorni di navigazione, al costo del carburante, ai costi maggiorati, la beffa.

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