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L'esplosione di Beirut: come il Libano affronta crisi dopo crisi

Un meccanico di biciclette conta i soldi nella sua officina, a Beirut, in Libano, nel maggio 2020
Un meccanico di biciclette conta i soldi nella sua officina, a Beirut, in Libano, nel maggio 2020   -   Diritti d'autore  Copyright AP Photo/Hassan Ammar
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La capitale del Libano è stata devastata questa settimana da un'esplosione mortale e ora ha bisogno di massicci investimenti per ripartire. Un'impresa difficile in un Paese che attualmente soffre della peggiore recessione mai conosciuta.

Il governo sembra insostenibile, anche se non è chiaro che tipo di governo lo sostituirà. Le richieste più concrete includono un'indagine indipendente sulle cause dell'esplosione, possibilmente internazionale, in quanto non ci si può fidare delle istituzioni statali
Hannes Baumann
Docente all'Università di Liverpool

Oltre 150 morti, più di 5.000 feriti e altre 300.000 persone che sono rimaste senza una casa a Beirut, messa in ginocchio dalla deflagrazione al porto. Per il Libano la devastazione - probabilmente causata da 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio - è arrivata nel peggior momento possibile, mentre il Paese è alle prese con una situazione economica disastrosa e con la pandemia di coronavirus.

La crisi economica

La Banca Mondialeha lanciato l'allarme lo scorso novembre, avvertendo che circa un terzo dei 6,1 milioni di libanesi viveva sotto la soglia di povertà nel 2019 e che la percentuale potrebbe salire fino al 50% quest'anno.

La moneta libanese aveva già iniziato la sua caduta libera e da allora ha perso l'80% del suo valore, rispetto al dollaro americano. Lo shock valutario ha le sue origini in quello che viene descritto come uno schema Ponzi, sponsorizzato dallo Stato.

Per mantenere a galla l'economia, per anni la banca centrale ha preso in prestito denaro dalle banche private. Per attirare sempre più denaro e quindi offrire prestiti alla banca centrale, queste istituzioni finanziarie offrivano tassi d'interesse sempre più elevati ai titolari di conti correnti, cittadini libanesi e diaspora. Ma le preoccupazioni per questo sistema, la corruzione politica e la riduzione dei flussi di rimesse della diaspora hanno portato al prosciugamento del prelievo di denaro dalla banca centrale, facendo crollare l'intero sistema.

"La lira libanese era stata usata in precedenza in modo intercambiabile con il dollaro, a un tasso di cambio fisso. Il Libano importa la maggior parte del suo fabbisogno, compreso il cibo", ha detto a EuronewsHannes Baumann, docente all'Università di Liverpool e professore invitato al LSE Middle East Centre.

"La diminuzione del valore della valuta fa sì che le importazioni diventino inaccessibili. L'inflazione è salita alle stelle e molte famiglie sono finite al di sotto della soglia di povertà. Molte aziende hanno dovuto chiudere. Molti libanesi emigreranno, con i più istruiti e quelli con la doppia cittadinanza che probabilmente se ne andranno per primi", ha aggiunto.

E all'epoca non si era ancora manifestata la pandemia di Covid-19, che da allora ha ucciso più di 720.000 persone in tutto il mondo, devastando le economie del pianeta.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva previsto ad aprile - quando la maggior parte della popolazione del globo era in lockdown - che il prodotto interno lordo del Libano si sarebbe ridotto del 12% quest'anno, dopo un calo del 6,5% nel 2019. L'inflazione, secondo le previsioni, sarebbe dovuta salire alle stelle, dal 2,9% dello scorso anno al 17% nel 2020.

La crisi politica

Dopo una traumatica guerra civile durata 15 anni, il sistema politico del Libano è stato ricostruito nel 1990, per dare rappresentanza a vari gruppi religiosi, i più importanti dei quali sono cristiani maroniti, musulmani sunniti e sciiti.

Il numero di seggi in parlamento è suddiviso tra cristiani e musulmani e ripartito proporzionalmente tra le diverse confessioni all'interno di ciascuna religione. Anche i posti al governo e le cariche pubbliche sono divisi tra le religioni maggioritarie. Il presidente deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un sunnita e il presidente del Parlamento uno sciita, una regola sempre più contestata.

Le potenze straniere, dagli Stati Uniti all'Europa, dall'Arabia Saudita all'Iran, hanno assecondato per anni la classe politica libanese. Una grossa fetta degli aiuti esteri al Paese è stata utilizzata per finanziare le reti di mecenatismo dei politici
Hannes Baumann
Docente all'Università di Liverpool

I recenti shock monetari che si sono succeduti hanno spinto la popolazione libanese a scendere in piazza per protestare. Manifestazioni che spesso si sono trasformate in violenza. I manifestanti puntano il dito contro la corruzione diffusa e hanno ripetutamente invitato il governo di turno a dimettersi. Secondo l'ultimo rapporto di Transparency International, una ong anti-corruzione, l'87% dei cittadini libanesi ritiene che il proprio governo non stia facendo abbastanza per combattere la corruzione. Il Paese ha anche il più alto tasso di corruzione percepita (il 41%) della regione.

Il FMI, la cui missione è quella di fornire assistenza alle economie in difficoltà, è in trattative con il Paese da mesi e i progressi sono stati lenti. La direttrice operativa, Kristalina Georgieva, ha detto a fine giugno all'agenzia Reuters che "il nocciolo della questione è: ci può essere un'unità d'intenti nel Paese, che possa portare avanti una serie di misure molto dure ma necessarie?". Il fondo non è sicuro che ci sia la volontà politica adeguata, per realizzare le riforme più che fondamentali in questo momento.

"Le élite politiche libanesi utilizzano la ricostruzione sin dalla fine della guerra civile nel 1990, per arricchirsi. I servizi pubblici, come l'elettricità, la raccolta dei rifiuti o la fornitura di acqua sono tristemente inadeguati", spiega Baumann.

"L'esplosione si inserisce in questo modello: le agenzie pubbliche hanno chiuso gli occhi di fronte ai carichi pericolosi, immagazzinati nel porto dal 2013. La responsabilità ultima per il deplorevole stato dei servizi pubblici è dei governi al potere dal 2013, che hanno trascurato di fornire un'amministrazione trasparente e responsabile", aggiunge. "Un altro punto importante è che le potenze straniere, dagli Stati Uniti all'Europa, dall'Arabia Saudita all'Iran, hanno assecondato per anni la classe politica libanese. Una grossa fetta degli aiuti esteri al Paese è stata utilizzata per finanziare le reti di mecenatismo dei politici", prosegue il professore.

Nessun assegno in bianco

Nonostante le dimensioni della catastrofe e la minaccia del Covid-19, la rabbia contro il governo per l'esplosione al porto ha spinto la gente a scendere nuovamente in strada, questo giovedì. Nella stessa giornata, il presidente francese Emmanuel Macron aveva promesso alla popolazione libanese un "nuovo patto politico", dopo gli incontri con il presidente Michel Aoun, il primo ministro Hassan Diab e altri leader politici.

Macron ha dato tempo al governo fino al 1° settembre perché questo patto diventi realtà, avvertendo che non ci sarebbe stato "nessun assegno in bianco dato a un sistema che non ha la fiducia del popolo". Il Capo di Stato transalpino si è anche impegnato a contribuire all'organizzazione degli aiuti europei e internazionali al Paese e ha promesso che i fondi sarebbero stati incanalati "direttamente alle ong".

Per Baumann "il governo sembra insostenibile, anche se non è chiaro che tipo di governo lo sostituirà. Tra le richieste più concrete: un'indagine indipendente sulle cause dell'esplosione, possibilmente internazionale, in quanto non ci si può fidare delle istituzioni statali", conclude.