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La pandemia potrebbe restituirci un'Europa più solidale

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Di Antonio Michele Storto
Sabine Schramm del teatro di Altenburg-Gera lancia in cielo 50 palloncini per testimoniare vicinanza con chi è stato colpito dal Covid
Sabine Schramm del teatro di Altenburg-Gera lancia in cielo 50 palloncini per testimoniare vicinanza con chi è stato colpito dal Covid   -   Diritti d'autore  Bodo Schackow/dpa via AP
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Si sentiva ripetere spesso, all'inizio di questa pandemia, che la crisi - con le sue incertezze e le sue restrizioni - ci avrebbe temprati, resi meno egoisti e, in qualche modo, migliori.

E a primavera, nella cosiddetta "prima ondata" - quando ancora le giornate erano scandite dal canto collettivo dai balconi, sorta di preghiera laica che ogni giorno alle 18 il Paese ripeteva in onore degli sforzi compiuti dal personale sanitario - in molti ci avevano genuinamente creduto.

Col passare del tempo però, mentre la crisi ha iniziato a farsi sempre più intrusiva nel quotidiano di ciascuno - dissolvendo posti di lavoro, disgregando nuclei affettivi, costringendo ciascuno a camminare sul filo sempre più instabile dell'incertezza - quell'iniziale ottimismo è parso cedere definitivamente il passo all'insofferenza di massa.

E così, di quello slogan - "ne usciremo migliori", che tanto entusiasmo aveva raccolto da principio - ormai resta appena qualche eco sarcastica sui social network.

Qualcosa è cambiato

Sembra passata una vita dalla sbornia di ottimismo collettivo che ci si era quasi voluti imporre lo scorso marzo; eppure, nel frattempo, almeno un cambiamento apprezzabile questa pandemia pare averlo prodotto. Perché in molti paesi - perlomeno laddove si è scelto di limitare attivamente il diffondersi del contagio - ci si è trovati costretti a fare i conti con concetti che da anni ormai s'erano fatti sempre più lontani, retorici, astrusi. Per esempio, col fatto che povertà ed esclusione, anche nelle forme più nascoste e marginali, finiscano per avere un costo sociale che riverbera sulla vita dell'intera collettività.

Lo abbiamo scoperto nel modo peggiore, quando in pieno lockdown "duro" il virus ha ricominciato ad aprirsi la strada laddove era praticamente impossibile "restare in casa" o "restare distanti, insieme" come alcuni benintenzionati slogan recitavano all'epoca.

E balza agli occhi come, col passare del tempo, in soccorso di senzatetto ed individui in difficoltà - oltre all'onnipresente rete composta da volontariato e welfare locale - siano venuti sempre più spesso i singoli cittadini, riunendosi in cordate di solidarietà o mettendo a disposizione le proprie attività commerciali, rimaste paralizzate dalle ondate inclementi dell'epidemia.

Ora, com'è giusto che sia, la palla dovrebbe passare ai governi e alle autorità statali e sovranazionali. Dai quali ci si aspettano soluzioni di lungo respiro, a fronte di un fenomeno che non si può pretendere d'affrontare in perenne assetto emergenziale. Anche perché, se è vero che la popolazione dei senza fissa dimora era già cresciuta del 70% negli ultimi dieci anni, il numero potrebbe lievitare ulteriormente per via dei contraccolpi economici della pandemia, come Freek Spinnewijn - direttore di FEANTSA, federazione europea di organizzazioni nazionali che lavorano con i senzatetto - ha da poco spiegato ad Euronews.

Nel frattempo, però, abbiamo pensato fosse il momento di ripercorrere, attraverso alcune tappe simboliche, questo sentiero di solidarietà. Puntando i riflettori su ciò che di buono è accaduto in Europa.

LE TAPPE

1) Roma, marzo 2020: prevenzione di strada

Mentre il paese si blinda in casa per decreto del Premier Conte, nella Capitale i volontari della rete Intersos scendono in strada per fare prevenzione tra coloro che una casa in cui ripararsi, semplicemente, non ce l'hanno. E' il periodo dell'incertezza, quando disinfettanti e mascherine chirurgiche scarseggiano e anche il modo corretto di lavarsi le mani diventa un argomento di divulgazione televisiva.

Alla stazione Termini, storico crocevia delle marginalità romane, si spiega a migranti e clochard cosa sia la malattia da coronavirus di Wuhan, come proteggersi e quali accortezze cercare di seguire, fornendo loro sapone, gel disinfettante e altri presidi sanitari

2) Napoli, marzo 2020: il cesto solidale

Nel centro storico del Capoluogo partenopeo, laddove disoccupazione e lavoro nero rendono quasi impossibile intercettare i primi aiuti promessi dal governo, Angelo Picone, artista e teatrante di strada, ePina Andelora, cioccolataia impegnata da anni a togliere ragazzini dalle mani della criminalità, cominciano a far passare di balcone in balcone il loro cesto della solidarietà. "Chi può metta, chi non può prenda" c'è scritto sul "panaro": a coniare la frase, circa un secolo prima, era stato San Giuseppe Moscati, medico canonizzato nel 1987, che agli indigenti del centro storico aveva dedicato una vita intera.

L'iniziativa piace parecchio e la "spesa solidale" diventa un fenomeno nazionale: a Torino e in molte altre città dello Stivale, le cassette in cui depositare o raccogliere la spesa cominciano a materializzarsi davanti a giardini pubblici e supermercati, gestite da cittadini che si raggruppano e organizzano sul web

3) Budapest, maggio 2020: quarantena nei musei

Nell'Ungheria dove il premier Orbàn si è da poco attribuito i "pieni poteri", con una sterzata autoritaria che desta parecchia preoccupazione in Europa, il sindaco di Budapest, strenuo oppositore di Orbàn e della sua politica, decide di accogliere in uno spazio museale - su pressione della Menhely Foundation, una ONG locale - tutti i clochard che, per paura del contagio da coronavirus, vengono rifiutati da asili notturni ed enti preposti.

Qui, grazie all'aiuto e alla coordinazione offerta dai volontari di Menhely, potranno trascorrere il periodo di quarantena necessario ad essere accolti dalle istituzioni competenti senza rischio di trasmettere l'infezione

4) Bruxelles, novembre 2020: gli alberghi fermi diventano ricoveri per i senzatetto

Nel cuore dell'Unione europea, mentre un'indagine rivela che nel territorio comunitario ormai sono oltre 50 milioni i cittadini che faticano a pagare l'affitto, nasce il Solidarity Hotel, un progetto che apre le porte di nove alberghi rimasti bloccati dall'epidemia ai senzatetto brusellesi.

Il progetto - che porta ristoro economico agli operatori fermi, oltre a offrire un riparo a chi è in strada - funziona, e viene replicato quasi subito anche a Lione e Barcellona

5) Berlino, dicembre 2020: la birreria apre le porte ai clochard

La seconda ondata coglie di sorpresa anche la capitale tedesca, dove in primavera l'epidemia era sembrata tutto sommato più clemente che nel resto d'Europa. Tra gli esercizi commerciali rimasti fermi c'è la Hofbräu Wirtshaus Berlin, storica birreria che quasi subito decide di riconvertire i suoi spazi per offrire dei servizi ai senzatetto.

Il locale ha una metratura che garantisce il distanziamento sociale. Qui, ogni giorno dalle 10 alle 16, chi ha bisogno può cibarsi con un pasto completo offerto dallo Stato, in un luogo caldo messo invece a disposizione dai gestori della birreria. "C'è anche qualcosa da leggere - spiega Il manager Björn Schwarz - e allo stesso tempo viene garantito un servizio sociale di ascolto e consulenza. In questo senso offriamo qualcosa di più, oltre ai semplici pasti".

6) Roma, dicembre 2020: la chiesa di San Callisto apre le porte ai senzatetto

Nella capitale, la Comunità di Sant'Egidio decide di recuperare l'antica chiesa di San Calisto, di proprietà della Santa Sede, che fu edificata vicino al pozzo in cui nel 222 fu martirizzato Papa Calisto I.

Tra le navate trovano rifugio persone come Pietro, che come molti non ha scelto di vivere in strada: a scaraventarcelo è stata proprio la paralisi economica innescata dal Covid. "Non auguro a nessuno di finire in mezzo a una strada, di trovarsi a dormire in strada" spiega. "È bruttissimo. Cominciate a perdere la testa. Adesso perlomeno ho una speranza".