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Serbia: la minoranza musulmana teme nuove violenze etniche dopo gli attacchi in Montenegro

Musulmani serbi in preghiera in una moschea di Novi Pazar, 24 maggio 2020
Musulmani serbi in preghiera in una moschea di Novi Pazar, 24 maggio 2020   -   Diritti d'autore  IRFAN LICINA/AFP
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C'è un proverbio nei Balcani che dice che qualsiasi villaggio un viaggiatore debba visitare, troverà i suoi abitanti che conoscono intimamente la lingua, i costumi e la storia dei suoi vicini.

Si usa per spiegare il fatto che, nonostante Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Kosovo siano paesi separati, composti da varie confessioni religiose e credi, si conoscono bene. Nel bene e nel male, come dimostrato dalle guerre che hanno imperversato negli anni Novanta.

La regione del Sangiaccato è un buon esempio. Suddivisa tra Serbia - dove è conosciuta come Raška - e Montenegro, confina con Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Albania: quando ci sono terremoti politici in altre parti dei Balcani, il più delle volte le scosse arrivano anche qui.

L'ultima scossa avvertita in questa regione tormentata è datata 1° settembre, quando la piccola comunità musulmana del Montenegro è stata colpita da attacchi etnici e religiosi in seguito alle elezioni del 30 agosto. Alcuni vandali hanno distrutto le finestre dell'ufficio locale della comunità islamica di Pljevlja, mentre sui muri della città e dei paesi circostanti sono apparsi graffiti che inneggiavano al massacro di Srebrenica del 1995.

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Il Sangiaccato, regione storica suddivisa tra Serbia e MontenegroEuronews

"È davvero spaventoso", ha detto Mevlud Dudic, presidente della comunità islamica in Serbia. "I bosniaci e, aggiungerei, tutte le persone normali, tremano quando si parla del genocidio di Srebrenica in questo tipo di contesto. Mi piace credere che nei Balcani non accadranno mai più le cose degli anni Novanta".

I musulmani sono stati i bersagli principali durante le guerre che hanno devastato l'ex Jugoslavia negli anni Novanta. Il destino dei musulmani della Bosnia - noti come bosgnacchi - è tristemente noto per il genocidio di 7mila uomini e ragazzi da parte delle milizie serbe a Srebrenica e per l'assedio di Sarajevo, ma anche la comunità islamica in Serbia e Montenegro è stata vittima di violenza etnica.

A Novi Pazar, municipalità del distretto serbo di Raška che fa parte del Sangiaccato, gli abitanti ricordano ancora che i carri armati serbi di stanza sulle colline intorno alla città durante la guerra non erano puntati contro la Bosnia, ma contro di loro. Un numero imprecisato di musulmani serbi è stato ucciso durante la guerra, e migliaia di altri hanno subito discriminazioni. Molti dei colpevoli sono ancora impuniti dopo 25 anni.

Semiha Kacar del Comitato per i diritti umani del Sangiaccato ha detto a Euronews che l'eredità di quella violenza e il fatto che non sia mai stata fatta giustizia continua a essere una delle principali fonti di conflitto tra la comunità musulmana e i loro vicini non musulmani in Serbia.

"Non si fa nulla per i crimini commessi contro i bosniaci nel Sangiaccato - sottolinea Kacar - questo sta facendo venire meno la fiducia nello Stato".

L'attivista Sead Biberovic, residente a Novi Pazar, gli fa eco aggiungendo che la mancata punizione dei criminali di guerra che hanno perpetrato violenze contro i serbo-bosniaci negli anni Novanta, e la mancanza di educazione in generale nel Paese su ciò che è stato fatto durante la guerra, ha aumentato le tensioni.

"Lo Stato della Serbia non ha riconosciuto ciò che ha fatto negli anni Novanta. I criminali di guerra non sono perseguiti e anche i cittadini normali non sono consapevoli di ciò che è stato fatto - dice Biberovic - questo lascia un cattivo sapore in bocca ai bosniaci. Le questioni irrisolte non sono mai buone per la stabilità".

Anche se oggi sono rari, nel Sangiaccato gli incidenti tra le etnie sono più frequenti negli stadi di calcio che per le strade. Per Biberovic questi incidenti sono causati, o almeno "benedetti", dal governo di Belgrado.

Le tensioni etniche usate come distrazione?

Il governo di Aleksandar Vučić, sottolinea Biberovic, usa le tensioni etniche tra musulmani, cristiani e altre confessioni in Serbia per distrarre da altre questioni che il Paese deve affrontare.

Pochi hanno dimenticato che il leader del partito di Vučić negli anni Novanta, Vojislav Seselj del Partito radicale serbo, è stato condannato per crimini di guerra all'Aia. Meno ancora che Vučić nel luglio 1995 dichiarò al parlamento serbo che "per ogni serbo saranno uccisi 100 musulmani".

Nel frattempo gli atti di violenza o di vandalismo a sfondo etnico commessi negli ultimi nel Sangiaccato anni sono stati raramente indagati o risolti. E, come succede in tante nazioni, il governo di Belgrado trova nelle divisioni etniche una comoda distrazione dai suoi fallimenti, sottolinea Biberovic.

"Ci sono elementi nella società che da Belgrado sono spinti a creare instabilità - dice l'attivista -. Quando nel Sangiaccato succede qualcosa di grosso, la gente dovrebbe guardare a ciò che il governo vuole nascondere. Noi siamo usati come una distrazione".

Uno dei principali punti di scontro tra Belgrado e la minoranza musulmana in Serbia è che i bosniaci, in generale, tendono a riconoscere l'indipendenza del Kosovo, che viene respinta dal governo.

Dudic, l'imam, ha espresso la speranza che la maggioranza della popolazione, sia in Serbia che in Montenegro, non permetta che si ripetano le violenze del passato.

L'intervento della Chiesa ortodossa

Bosgnacchi e musulmani, minoranza nel Montenegro settentrionale, sono invece la maggioranza nel Sangiaccato serbo. Dudic ha sottolineato che è dovere della maggioranza vegliare sulla minoranza. È stato quindi incoraggiato dagli sforzi della Chiesa ortodossa serba per prevenire violenze a Pljevlja.

"Quando i membri della Chiesa ortodossa serba e l'opposizione appaiono davanti alle moschee di Pljevlja, per proteggerla, per noi è un bel segnale - sottolinea Dudic - questa è la giusta direzione in cui noi, come società, dobbiamo andare".

Anche Biberovic è ottimista sul fatto che la regione possa evitare il ripetersi delle violenze etniche degli anni Novanta. "Bosniaci, serbi, montenegrini, albanesi e altri - dice - hanno visto imperi ed eserciti andare e venire. Sono riusciti a sopravvivere insieme e penso che siamo abbastanza intelligenti da continuare a vivere insieme. Ci sono molte amicizie e, a un certo livello, matrimoni interetnici. Questi legami portano le persone a stare insieme".

Ma anche per i bosniaci che non erano ancora nati durante le violenze in Bosnia, l'attacco del 1° settembre è uno sviluppo preoccupante per il futuro dei Balcani.

"Quando ho sentito parlare degli attacchi in Montenegro all'inizio ero arrabbiato - racconta Arnes Corovic, 23 anni, residente nella città di Tutin - ero anche spaventato. Un timore che nasce dalla conoscenza di ciò che è stato fatto ai bosniaci in passato, non voglio che accada di nuovo. E sai, se ti bruci una volta...".