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In Armenia la crisi dei rifugiati rischia di provocare una crisi politica

Bambini di etnia armena provenienti dal Nagorno-Karabakh giocano su un camion dopo essere arrivati a Goris, nella regione di Syunik, in Armenia, il 28 settembre 2023
Bambini di etnia armena provenienti dal Nagorno-Karabakh giocano su un camion dopo essere arrivati a Goris, nella regione di Syunik, in Armenia, il 28 settembre 2023 Diritti d'autore AP Photo/Vasily Krestyaninov
Diritti d'autore AP Photo/Vasily Krestyaninov
Di Will Neal in Yerevan
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Il Primo Ministro Nikol Pashinyan deve affrontare la sfida di garantire assistenza ai rifugiati del Nagorno Karabakh, scongiurando al contempo i rischi di aggressione azera contro il territorio armeno

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Il cielo sopra la città di Goris, nell'Armenia orientale, nella serata di lunedì 2 ottobre, era tinto di un'inquietante tonalità arancione. Quasi a fornire da cornice ad un teatro di paura e disperazione. Il giorno prima, un autobus ha attraversato la frontiera, portando con sé gli ultimi di oltre 100mila armeni in fuga dal Nagorno-Karabakh, dopo l'operazione militare dell'Azerbaigian che ha portato alla resa delle forze separatiste. 

Pochi tra i nuovi arrivati amano Nikol Pashinyan. Un sentimento condiviso da migliaia di persone che la scorsa settimana si sono riversati nella capitale armena Erevan per protestare contro la politiche assunte dal governo sia nei confronti della controparte azera, sia nei confronti della Russia. Scelte che, secondo i manifestanti, avrebbero portato alla perdita del Nagorno-Karabakh, regione considerata una sorta di "patria spirituale" per il popolo armeno. 

Ma al di là delle proteste, i recenti sviluppi del lungo conflitto che per decenni ha contrapposto le due nazioni del Caucaso meridionale comportano per Pashinyan l'insorgere di numerosi problemi, di difficile soluzione. 

"È la cosa più terrificante del mondo"

"È la cosa più terrificante del mondo, perdere tutto in questo modo". Mila Hovsepyan parla a bassa voce, come se fosse stordita, in un rifugio a Goris, vicino al confine armeno-azero. Lei e sua madre Maro, che soffre di una grave disabilità mentale dovuta a un'arteriosclerosi cerebrale avanzata, sono arrivate pochi giorni prima su un autobus dalla capitale del Nagorno-Karabakh, Stepanakert.

"Siamo andate subito in ospedale perché mia madre sta molto male. Non può camminare e ha bisogno di una toilette e di un bagno separati per potersi lavare con dignità", spiega Mila. "Abbiamo bisogno di una sedia a rotelle per spostarla e di un materasso speciale che prevenga le piaghe, perché passa quasi tutto il tempo sdraiata. Non abbiamo una famiglia qui". 

La loro vicenda non è rara tra chi è fuggito dal Nagorno-Karabakh. A differenza delle due donne, però, la stragrande maggioranza di coloro che arrivati in Armenia nell'ultima settimana si sono spinti più in profondità nel Paese, evitando di rimanere vicini al confine e alle forze azere che lo presidiano. A Goris sono rimasti in gran parte anziani o malati, o persone che non hanno parenti in Armenia che potrebbero fornire loro assistenza.

La conquista da parte dell'Azerbaigian dell'enclave montuosa, che ha rivendicato ma non ottenuto il riconoscimento internazionale dell'indipendenza nel 1991, è avvenuto nel giro di poche ore. Le dimensioni dell'offensiva lanciata da Baku hanno impedito alle forze di pace russe di stanza nell'area di evitare la resa da parte delle autorità di Stepanakert.

Con la Repubblica dell'Artsakh, come era chiamata dai suoi abitanti di etnia armena, sottoposta ad un embargo da più di dieci mesi, che limitava le forniture di cibo e di medicinali disperatamente necessari, il vicesindaco di Goris Irina Yolyan afferma che le autorità armene avrebbero potuto fare ben poco per prepararsi a un esodo di questa portata. "In questo momento ci stiamo occupando dei loro bisogni immediati: riparo, cibo, vestiti e medicine", ha spiegato. "Allo stesso tempo, stiamo anche registrando le persone e cercando di capire di cosa potrebbero avere bisogno sul medio termine, soprattutto con l'avvicinarsi dell'inverno".

Alla domanda su come il primo ministro armeno Pashinyan abbia gestito le relazioni con l'Azerbaigian e la Russia (quest'ultima ancora formalmente nazione mediatrice tra i due Stati in conflitto), la risposta appare risoluta: "Migliaia di famiglie sono ora senza casa. L'Azerbaigian è come un rullo compressore sull'asfalto. Nulla li ferma e questa situazione crea una grande tristezza e un grande malcontento per le perdite territoriali e per la sofferenza umana generata. Il governo si trova ora in una posizione in cui ha pochissimo spazio di manovra".

Il governo dell'Armenia con "poco spazio di manovra"

La maggior parte degli armeni ha accolto con favore quella che sembrava una nuova alba nella politica del Paese quando Nikol Pashinyan assunse il potere a seguito di una campagna pro-democrazia e anti-corruzione nel 2018. Molti, però, ora credono poco ai tentativi del primo ministro di abbandonare la storica dipendenza da Mosca come garante della sicurezza per cercare legami più stretti con l'Occidente. La scorsa settimana questa disillusione è sfociata in proteste nelle strade di Erevan, con cartelli e slogan che additavano Pashinyan come "traditore" degli interessi del Paese.

Secondo Maximilian Hess, ricercatore presso il Foreign Policy Research Institute in Pennsylvania (Stati Uniti), la caduta del Nagorno-Karabakh ha messo in serio dubbio la diplomazia di Pashinyan. La legittimità del primo ministro sembra ora dipendere dal modo in cui il suo governo affronterà le sfide legate alla crisi dei rifugiati, scongiurando al contempo i rischi di aggressione azera contro il territorio armeno.

Prima dell'assalto al Nagorno-Karabakh, l'Azerbaigian aveva da tempo espresso un forte interesse in merito alla prospettiva di aprire un corridoio attraverso l'Armenia verso il Nakhchivan, enclave azera autonoma all'interno dei confini armeni. Tale via fornirebbe a sua volta un passaggio via terra verso la Turchia, cementando ulteriormente la posizione emergente dell'Azerbaigian come hub di transito e commercio per la Russia, nonostante le sanzioni occidentali imposte in risposta alla guerra in Ucraina.

"Il governo ora ha pochissimo spazio di manovra", conferma Hess. "La crisi dei rifugiati è davvero una questione di capacità dello Stato: questo non è un Paese particolarmente ricco. Un peggioramento della situazione di chi è fuggito potrebbe scatenare nuove proteste e potenzialmente anche alimentare il conflitto con l'Azerbaigian. Non sto dicendo che la crisi politica porterà necessariamente a un cambiamento rivoluzionario del governo. Ma Pashinyan avrà bisogno di aiuti internazionali per garantire che la crisi non si aggravi ulteriormente mettendo in pericolo il futuro dell'Armenia stessa".

Al momento, tali dilemmi geopolitici più ampi rimangono piuttosto materia per studiosi accademici secondo Bernik Lazaryan, che la scorsa settimana è fuggito dal Nagorno-Karabakh con la moglie, la madre e la figlia neonata. Una notte prima della sua partenza, per diverse ore, ha dichiarato di aver trascinato verso casa il corpo di un amico d'infanzia ucciso dalle forze azere, per poi scoprire all'arrivo che il loro villaggio era già caduto. "Non ho idea di cosa ci accadrà", ha detto fuori dall'Hotel Goris, di epoca sovietica, dove è attualmente ospitato con la sua famiglia. "Dobbiamo semplicemente trovare una maniera per vivere".

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