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Coronavirus in Francia, lavoratori/lavoratrici del sesso: non abbiamo più di che sopravvivere

Coronavirus in Francia, lavoratori/lavoratrici del sesso: non abbiamo più di che sopravvivere
Diritti d'autore  Parigi, un momento della protesta del 2013 contro la proposta di legge per punire i clienti delle prostitute JOEL SAGET/AFP
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Non solo le prostitute di strada. Tutti i lavoratori e le lavoratrici del sesso che hanno scelto volontariamente il mestiere più antico del mondo - escort, attori/attrici porno, massaggiatori/massaggiatrici erotici, dominatori/dominatrici, operatori/operatrici di webcam, stripper, modelli/e - sono rimasti senza lavoro dopo l'introduzione delle misure per arginare il diffondersi del coronavirus.

Niente contatti personali, niente di che sopravvivere. E naturalmente per chi è vittima di tratta, la situazione è ancora più drammatica.

In Francia, le associazioni di categoria hanno chiesto al presidente Macron la creazione di un fondo di emergenza "per far fronte ad un'incertezza economica estrema". La Fédération Parapluie Rouge ha domandato in una missiva un reddito sostitutivo durante il periodo di contenimento, "senza alcuna condizione di regolarità di soggiorno".

Una piccola parte di lavoratori del sesso in Francia - stimati tra 30 e i 50mila - è inquadrato come libero professionista, lavoratore autonomo, ma non ha diritto ai 1.500€ di aiuti promessi dallo Stato per far fronte a questo difficile periodo.

Diverse associazioni denunciano casi di sfratto nonostante sia stata prolungata, in Francia, la cosiddetta "tregua invernale" che impedisce ai padroni di casa di cacciare gli inquilini durante i mesi più freddi.

La prostituzione oltralpe è legale, un'attività dichiarabile, ammissibile alla previdenza sociale, ma non lo è il suo sfruttamento e qualsiasi tipo di attività che la favorisca. Dal 2016, una riforma penalizza per questo motivo i clienti, passibili di una multa fino a 3750€ (in caso di recidiva). Con tanto di convocazione in tribunale tramite lettera raccomandata spedita a casa.

"Clienti di prostitute, attenzione, siete filmati" - Foto del 2018 - AFPPHILIPPE LOPEZ

Il paradosso è che per mantenere la loro clientela, la prostitute - considerate dalla legge come vittime - sono state costrette "a nascondersi ancora di più. Per proteggere i loro clienti, sono esposte a maggiori rischi", denunciava Le Figaro all'epoca.

Le associazioni di categorie condannano la legge del 2016 perché il potere negoziale è passato tutto nelle mani dei clienti, che negoziano tariffe e pratiche.

"Sono anche aumentati atti delittuosi e violenze. Quando è stato introdotto il confinement, quindi, eravamo già in una situazione difficile. Siamo passati dal vivere alla giornata ad un'assenza completa di redditi", l'allarme lanciato da Anaïs de Lenclos del sindacato dei mestieri del sesso (Strass).

Escort come lei pagano le tasse come _micro-entrepreneur, _"ma non abbiamo affitti classici, viviamo in camere d'albergo o AirBnB, che sono più costosi. I padroni di casa non possono affittarci neanche una stanza per non essere accusati di prossenetismo".

"Per poter dichiarare la nostra attività serve un domicilio fisso, ma nessuno ce lo concede. E anche se ti dichiari, non hai diritto al sussidio di disoccupazione", aggiunge de Lenclos. Per non parlare delle difficoltà dell'aprire e mantenere un conto in banca (ne si parla qui).

Sono state lanciate diverse collette online - non solo in Francia: questa, per esempio, arriva dalla Spagna - ma lo Stato al momento non batte un colpo.

Le associazioni temono che "alcune delle lavoratrici del sesso più indigenti si troveranno costrette a violare le misure di confinamento: non per gioia del cuore, ma perché assenza di mezzi di sussistenza. Perché è una questione di sopravvivenza".

"Mi è stata chiesta la metà del solito compenso per servizi senza preservativo, o per incontri di 15 minuti in quartieri lontani dal mio. In tempi di crisi, i clienti che ci sollecitano sono potenziali aggressori. Se avessi accettato di lavorare, avrei rischiato la vita", scrive su HuffPost un'anonima lavoratrice del sesso.

La Segreteria di Stato per la parità, Marlène Schiappa, ha detto che per lo Stato "è molto complicato risarcire una persona che svolge un'attività non dichiarata come la prostituzione".

La portavoce di un'associazione transgender ha accusato Schiappa di avere responsabilità sul possibile aumento dei casi di Covid-19 dovuto alla necessità di lavoratori e lavoratrici del sesso di andare dai propri clienti, violando le norme, per cercare di guadagnare qualcosa.

Come indica de Lenclos, "per noi è una catastrofe. Sono state ovviamente anche sospese le riprese per gli attori porno, ma a loro non spetta il sussidio di disoccupazione per gli artisti (l'intermittence). Chi lavora con le webcam continua a farlo da casa, ma è più complicato: si ritrovano magari col marito a casa in telelavoro e i figli nell'altra stanza".

"Anche se lavoro ora con la webcam, mi sento in pericolo"

Célia (alias), massaggiatrice di 29 anni, inquadrata come libera professionista, dice a Euronews che di solito gennaio e febbraio erano già "mesi duri per il mio lavoro. Mi indebito per vivere, e in questo periodo devo pagare i miei debiti. A partire da marzo di solito riprendevo ad accumulare qualche soldo".

Finora, indica, ha perso la metà dei suoi introiti; alcune persone a lei vicine la stanno aiutando economicamente. "Lavoro via webcam, adesso. Non l'avevo mai fatto, ma mi obbliga ad avere un rapporto molto diverso con i miei clienti. Mi preoccupa l'essere costretta ad avere un legame più 'intimo' e 'regolare' con loro. Potrebbe mettermi in pericolo".

Cybele Lespérance, escort e occasionalmente attrice di porno femministi, lavora ogni settimana dalle 17 alle 50 ore. Attiva nel mondo della difesa dei diritti e della salute, dice di non arrivare a guadagnare più di 15mila euro l'anno, e il 25% se ne va in tasse. Alcuni mesi non prende più di 400€, dipende.

"A febbraio mi sono già dovuta fermare per tre settimane per influenza e problemi di ansia, avevo guadagnato appena 600€. Avevo messo da parte qualcosa per un'acquisto immobiliare, ed è questo 'cuscinetto' che mi permette di sopravvivere fino alla fine del blocco".

"Non tutti possono o vogliono vendere servizi virtuali, online si viene costantemente abusati. Anche senza usare la webcam, ricevo già decine di messaggi violenti ogni settimana. Gli abusi da parte di questo genere di persone è decuplicato per via dell'eccesso di tempo libero".

Cybele Lespérance

Célia pensa che lo Stato francese dovrebbe pensare ad un aiuto incondizionato di "almeno 800€", oltre ad un supporto economico per il pagamento degli affitti - così da evitare sfratti. "E naturalmente abolire la legge di penalità, senza la quale molte TDS (lavoratrici del sesso) potrebbero avere soldi da parte e restare confinate in tutta sicurezza durante questa crisi".

Cybele propone invece di destinare "un fondo di emergenza alle associazioni di base - come Ombrello Rosso - che non subordinano la loro assistenza alla lotta alla prostituzione - così che queste possano ospitare e nutrire tutti i TDS e le persone a loro carico".

Anche in Italia, scrive Internazionale, la prostituzione in Italia non è illegale, ma neanche legalmente riconosciuta: per questo, le lavoratrici e i lavoratori del sesso non possono avere accesso ad ammortizzatori sociali né ad aiuti economici.

"Non possiamo permetterci di ammalarci"

Conxa Borrell, portavoce del sindacato non riconosciuto dei lavoratori/lavoratrici del sesso in Spagna, Otras, aggiunge che anche volendo lavorare via webcam, molte di noi vive in area in cui non c'è connessione Internet, oppure "con genitori anziani e bambini in cura. Le donne migranti fanno da capofamiglia".

Le lavoratrici del sesso non vogliono la carità. Chiedono diritti da lavoratrici
Conxa Borrell
Sindacato Otras

"Circolano molte voci false in rete sulle donne che lavorano per strada. Ma la verità è chi lavora con il sesso non può permettersi di ammalarsi. Noi prostitute dovremo essere in buona salute quando il confino sarà finito, per poter riprendere subito a guadagnare. Davvero l'ultima cosa che una prostituta vuole è ammalarsi".

La stragrande maggioranza delle persone che lavora come nel settore in Spagna lo fa per conto terzi, soprattutto nei sex club, dove i datori di lavoro hanno ricorso ai licenziamenti temporanei. "Ma chi pratica la prostituzione nei loro club non viene contemplato, il governo non ci riconosce come lavoratrici", continua Borrell. "L'esecutivo Sanchez, autoproclamato femminista e abolizionista (che ci sembra già una contraddizione), non ha predisposto una sola misura per le donne che praticano la prostituzione in modo autonomo o impiegate da terzi. Siamo la feccia della società, coloro che nessuno che lavora in un'istituzione vuole guardare in faccia."