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Thailandia, 300mila prostitute senza lavoro: "Non siamo tutelate"

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Thailandia, 300mila prostitute senza lavoro: "Non siamo tutelate"
Diritti d'autore  AIDAN JONES/AFP
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Le luci al neon dei locali nel quartiere a luci rosse di Bangkok sono spente ormai da giorni. In Thailandia la chiusura di night club, saloni massaggi e bar e lo stop al turismo ha lasciato senza lavoro circa 300mila lavoratrici del sesso.

La maggior parte di loro ha scelto di tornare a casa in attesa che finisca l'emergenza coronavirus. Altre sono costrette dalle difficoltà economiche a lavorare in strada, dove il rischio di contagio è maggiore.

Venerdì il governo thailandese ha imposto il coprifuoco dalle 22 alle 4 del mattino. Una misura che l'esecutivo è pronto ad estendere all'intera giornata se il coprifuoco in vigore non bastasse a contenere il virus, che finora ha contagiato più di 2mila persone e ne ha uccise 23.

"Ho paura del virus, ma devo trovare dei clienti per poter mangiare e pagare la mia stanza in albergo", ha raccontato ad Afp Pim, una prostituta transgender di 32 anni, aggiungendo di non avere clienti ormai da dieci giorni.

Anche Alice, un'altra prostituta transgender amica di Pim, è stata costretta a lavorare per strada. "Guadagnavo bene, dai 300 ai 600 dollari a settimana - ha detto ad Afp - ma da quando hanno chiuso tutto a causa del virus le mie entrate sono state azzerate. Dobbiamo lavorare perché siamo povere, se non paghiamo l'albergo ci butterà fuori".

Nessuna tutela

Il timore è che le lavoratrici del sesso, operando in un settore tollerato ma non riconosciuto a livello formale, vengano escluse dal piano di emergenza approntato dal governo per fronteggiare la crisi economica, che prevede un contributo di 5.000 baht (circa 150 dollari) per milioni di nuovi disoccupati nei prossimi tre mesi.

Stando ad Empower Foundation, un gruppo di sostegno per le lavoratrici del sesso in Thailandia, i locali di intrattenimento - molti dei quali vendono sesso in qualche forma - guadagnano circa 6,4 miliardi di dollari all'anno.

Le donne, spiega il gruppo, sono quelle che soffrono di più per le misure contro il virus. Molte sono madri e sono costrette a prostituirsi per mancanza di opportunità o per i bassi salari dei laureati. Il gruppo ha scritto una lettera aperta al governo per esortarlo a "trovare un modo per fornire assistenza a tutti i lavoratori che hanno perso i loro guadagni".

"Credo che il governo sia stato davvero lento - sottolinea Alice - non si preoccupano delle persone come noi che lavorano nell'industria del sesso. Abbiamo più paura di non avere niente da mangiare che de virus".