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Il coronavirus induce il sistema immunitario del paziente all'auto-distruzione

Il coronavirus induce il sistema immunitario del paziente all'auto-distruzione
Diritti d'autore  AFP
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Il problema in una pandemia così rapida e diffusa come quella causata dal nuovo coronavirus è che gli scienziati e i medici sono davanti ad un agente patogeno (il SARS-CoV-2) che vanno scoprendo progressivamente.

Il livello di conoscenza muta ogni giorno, e sono centinaia gli studi scientifici preliminari che i medici in corsia spesso non hanno nemmeno il tempo consultare, impegnati a salvare vite umane.

  • Si stima che la metà delle persone infette non sviluppi sintomi ma sia vettore di contagio;
  • Nei pazienti gravi non è il virus che uccide: a farlo è una reazione incontrollata del sistema immunitario che può danneggiare la maggior parte degli organi vitali;
  • Il Sars-CoV-2 è in grado di attaccare il sistema nervoso. In alcuni casi l'insufficienza respiratoria è dovuta ad un'insufficienza neurologica, non alla polmonite;

Alcuni esperti cominciano a chiedersi se gli scienziati non si stiano muovendo troppo velocemente nella corsa alla pubblicazione di nuovi dati sul virus e sulla malattia. Questo, nonostante le buone intenzioni, potrebbe causare più confusione che altro in un momento critico.

Abbiamo ascoltato allo sfinimento consigli diversi e talvolta contrastanti da parte delle autorità, in tutti gli ambiti: dalle mascherine alla necessità di identificare precocemente i sintomi.

Alcuni tra i più negazionisti, come il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, continuano a dire che "è solo un po' di influenza" nonostante le crescenti prove che si tratti di una malattia mortale, incubo per la salute pubblica.

All'inizio ci è stato detto che tosse e febbre fossero segni certi della malattia. Ora sappiamo che il Covid-19 può causare una vasta gamma di sintomi, e che non è raro essere portatori asintomatici. Si ritiene infatti che circa il 50% dei pazienti infetti sia asintomatico, motivo della rapida diffusione del nuovo coronavirus in tutto il mondo.

Molti dettagli precisi sulla malattia rimangono in gran parte sconosciuti, i medici hanno imparato ad avere a che fare con il Covid-19 caso per caso ma, nonostante tutto, i protocolli stanno migliorando.

Con l'aiuto di due medici che lavorano in prima linea, vi forniamo qui alcuni indizi per capire meglio la malattia, ma soprattutto perché è così pericolosa per la popolazione a rischio e per i nostri sistemi sanitari.

Come si manifesta il COVID-19?

Roger Paredes, responsabile della sezione malattie infettive dell'ospedale tedesco Trias i Pujol di Badalona, vicino a Barcellona, spiega a Euronews come si stiano osservando tre fasi:

  • La fase virale: il virus si replica molto rapidamente nel sistema respiratorio. I sintomi sono simili a quelli della comune influenza e scompaiono spontaneamente dopo 6-10 giorni (circa). Questo è il caso di circa l'80% dei pazienti;
  • La fase polmonare: l'altro 20% dei pazienti può sviluppare la polmonite. Si tratta di un tipo molto specifico di polmonite, che attacca entrambi i polmoni e causa insufficienza respiratoria. Molti di loro si riprendono spontaneamente;
  • Fase grave: circa il 10% dei malati sviluppa una "tempesta di citochine", una risposta infiammatoria del sistema immunitario che può essere incontrollata e che sta causando la maggior parte delle condizioni critiche - fino al decesso.

Il virus non uccide, lo fa il sistema immunitario del paziente

I medici sul campo osservano quindi che i casi gravi non sono dovuti tanto alla "carica virale" (concentrazione di virus negli organi), quanto piuttosto alla tempesta di citochine.

"La tempesta di citochine è un problema che affrontiamo spesso in terapia intensiva", dice Rafael Mañez, capo dell'unità di terapia intensiva dell'ospedale di Bellvitge a l'Hospitalet, sempre vicino a Barcellona.

Possono scatenarla anche altre infezioni e alcuni farmaci. "Il problema è che non abbiamo alcuna cura, né contro il virus né per la risposta infiammatoria", aggiunge Máñez a Euronews. "Abbiamo solo trattamenti di supporto, per proteggere gli organi vitali del paziente". I medici si avvalgono di respiratori, farmaci per controllare la pressione sanguigna o steroidi per ridurre l'infiammazione.

Un'altra pista da seguire è quella dell'uso di farmaci per bloccare l'interlochina 6, una citochina pro-infiammatoria prodotta dal sistema immunitario e considerata la principale responsabile della risposta infiammatoria esagerata.

Lo specialista in terapia intensiva spiega che ci sono sempre casi di tempeste di citochine durante la stagione influenzale, ma i ricoveri dei pazienti sono graduali. "A causa degli eccezionali tassi di infezione da Covid-19, abbiamo più pazienti di quanti ne possiamo curare".

Mañez non si dice così sicuro che avere forti difese immunitarie sia meglio per affrontare la malattia: "Non hai bisogno di un sistema immunitario forte, ma di un sistema equilibrato", dice.

Il Dr. Paredes sta conducendo uno studio clinico in collaborazione con l'Istituto Nazionale della Salute degli Stati Uniti utilizzando il farmaco antivirale remdesivir. Ci vorranno tre anni per arrivare alla fine.

Tempeste di citochine, una sindrome oscura

"I meccanismi intimi delle tempeste di citochine sono del tutto sconosciuti", dice Roger Paredes. "La risposta infiammatoria è una reazione naturale del sistema immunitario, è necessario riparare il danno cellulare. Nella polmonite normale, i germi danneggiano il tessuto polmonare e il sistema immunitario genera una risposta infiammatoria per fermarlo. Il sistema immunitario 'uccide' alcune cellule per riparare il tessuto danneggiato. Quello che sta succedendo ora con il coronavirus è che invece di inviare poche cellule, sta inviando tonnellate di cellule che generano una risposta infiammatoria incontrollata, non solo nei polmoni ma diffusa nell'intero organismo".

Sono stati segnalati danni ai reni, all'intestino o al cuore. "Ho un giovane paziente con miocardite", dice il dottor Manez. Si ritiene che alcuni dei pazienti che soffrano di forti mal di testa possano poi sviluppare encefalite.

Non è noto quali siano i fattori che predispongano i pazienti a sviluppare la sindrome. Per il Covid-19, l'età è molto significativa. Paredes afferma che "circa il 70% dei nostri pazienti ha più di 70 anni, mentre dal 10% al 15% di loro ha meno di 60 anni".

Gli scienziati ritengono che la genetica svolga un ruolo importante nei rari casi di pazienti più giovani che sviluppano la sindrome. Alcuni suggeriscono che il sistema immunitario meno "allenato" dei bambini permetta loro di sviluppare pochi sintomi, anche se è solo uno dei possibili indizi.

Quando le persone di qualsiasi età sperimentano una tempesta di citochine, il degrado è molto rapido, quindi è molto importante identificare i sintomi e agire il prima possibile, dice il Dr. Paredes.

Secondo Máñez, l'obesità favorisce la risposta infiammatoria, perché nei casi di obesità c'è una sorta di predisposizione all'infiammazione cronica.

Il Covid-19 attacca il sistema nervoso centrale

La ricerca e l'esperienza sul campo dimostrano che il virus SARS-CoV-2 può attaccare il sistema nervoso centrale.

Il dottor Paredes dice che alcuni pazienti con problemi respiratori a volte non percepiscono la mancanza di ossigeno o la polmonite. "L'osservazione clinica è che i pazienti con polmonite molto grave, che dovrebbero sentirsi asfissiati, riferiscono di stare bene".

Sospetta che alcuni pazienti soffrano di disturbi respiratori proprio perché il loro sistema nervoso non riesce a gestire correttamente la respirazione. Un fatto riportato anche in alcuni documenti preliminari. Si suggerisce che possa essere correlato alla capacità del coronavirus di controllare i recettori cellulari ACE2, che sono anche coinvolti nella funzione polmonare e cardiaca.

Lo stesso processo predisporrebbe alle complicazioni anche i pazienti con ipertensione o diabete.

Secondo Paredes, la perdita del senso del gusto e dell'olfatto frequentemente segnalata può essere correlata al sistema nervoso centrale.

I medici di tutto il mondo stanno segnalando casi di manifestazioni neurologiche che suggeriscono che il virus possa entrare nel sistema nervoso centrale causando coaguli di sangue, vertigini, confusione o convulsioni.

L'ospedale dell'Università di Brescia in Italia ha aperto un'unità separata NeuroCovid per la cura di pazienti con patologie neurologiche.

Un team di Wuhan, l'epicentro della pandemia, ha pubblicato un documento preliminare che riporta che il 36,4% dei 214 pazienti studiati ha sviluppato diversi gradi di disturbi neurologici. Lo stesso dicasi per i predecessori del SARS-nCoV-2, ovvero SARS e MERS: anch'essi possono raggiungere il nostro sistema nervoso centrale.

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Tutti gli studi suggeriscono che si tratta di casi abbastanza rari, ma non devono essere sottovalutati nel trattamento perché possono causare danni a lungo termine.

E dopo la malattia?

Se gli scienziati cominciano lentamente a capire meglio il tipo di malattia con cui hanno a che fare, rimangono ancora molti dubbi sulle prospettive dei pazienti guariti, come ad esempio quanto a lungo durerà la loro immunità o quali sono gli effetti a lungo termine sugli organi interni.

Secondo Roger Paredes, in Spagna le persone dimesse passano altre due settimane in quarantena a casa prima di essere sottoposte a nuovi test.

Attualmente si discute su quanto tempo questi pazienti rimangano un vettore di infezione per altre persone. I test PCR attuali non sono affidabili al 100% per capirlo. Tutto dipenderà dai test degli anticorpi su grandi campioni della popolazione.

Mentre molti governi stanno preparando i loro exit plan, il Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC) ha avvertito che avere troppa fretta potrebbe portare ad un'impennata dei contagi. Dati in mano, nessun paese europeo né il Regno Unito si possono permettere al momento di allentare le restrizioni di movimento e le misure di distanziamento sociale.

"Prima di prendere in considerazione l'abolizione di qualsiasi misura, gli Stati membri dovrebbero assicurarsi di predisporre migliori meccanismi di test e sorveglianza della popolazione e degli ospedali, così da informare e monitorare le strategie di escalation/de-escalation e valutare le conseguenze epidemiologiche" commenta l'ECDC.

È interessante notare che, nonostante i progressi scientifici, rimanere a casa, lavarsi le mani con il sapone e ottimi livelli di igiene personale siano le principali barriere al virus universalmente conosciute ed approvate. "Non ne eravamo consapevoli. Avevamo la sensazione che, dato il nostro progresso scientifico, una cosa del genere non sarebbe mai successa. Questa crisi ci ha fatto rendere conto che siamo molto vulnerabili di quanto pensavamo" riassume il Dr. Rafael Máñez.