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Libano: retroscena e conseguenze delle dimissioni del premier Hariri

Libano: retroscena e conseguenze delle dimissioni del premier Hariri
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L'ultima spallata della folla di Beirut contro la spartizione del potere su base confessionale in Libano spinge il premier Saad Hariri a gettare la spugna, e ad annunciare le dimissioni. Ma l'uscita di scena del sunnita, a capo del governo, mette a rischio la fragile stabilità intercomunitaria del Paese dei cedri. Le posizioni si rimescolano e Hezbollah, la potente fazione sciita, armata e politica, cerca di sedare i manifestanti a suo modo: attaccandoli. Ed è, di per sè, una notizia: una forza tradizionalmente rivoluzionaria preferisce la pace conservatrice libanese. E si preoccupa del potenziale fallout derivante dalla dichiarazione di impotenza pronunciata da Hariri nel suo drammatico discorso di commiato in Tv: "Ho fatto del mio meglio per trovare una soluzione, ascoltando il popolo. Per proteggere il paese dai rischi contro la sua sicurezza, la sua economia e la sua società. È giunto il momento per una terapia shock che affronti la crisi. Propongo le mie dimissioni al presidente".

Libano, una scultura barocca nel fianco occidentale del Medioriente

Il presidente è il cristiano Michel Aoun. Ex generale, dell'esercito libanese durante la guerra civile, che si oppose, nel 1986, alla presenza dell'allora potente esercito siriano di Hafez el Assad, padre defunto dell'attuale presidente, Bashar.

E solo questo dimostra quanto il Libano sia in realtà più che un'entita geografica, una scultura barocca incastonata nel fianco occidentale del Medioriente.

Barocca è anche la sua struttura istituzionale, che cigola di fronte all'uscita di scena di un uomo potente, di una famiglia potente, dai contatti potenti, come Saad Hariri. Suo padre era Rafic, morto ammazzato nel centro di Beirut nell'esplosione di un'autobomba nel 2005, da mano sconosciuta. Anche se da subito vennero indicati tra i responsabili i servizi segreti di Damasco.

Hariri, una saga famigliare sunnita in piena collisione tra Iran e Arabia saudita

La famiglia Hariri è il perno sui cui si regge il Libano. Sono prosperi sunniti laici, più che da moschea. Avevano contatti di alto livello: Washington, Parigi, Ryad, dove è nato il premier dimissionario quarantanove anni fa. Eppure, il 4 novembre 2017 qualcosa si è rotto tra Saad Hariri e il Regno saudita. Fu protagonista di un pasticciaccio brutto dall'odore di petrolio, biglietti verdi e polvere da sparo.

Accadde a Ryad, dove il premier libanese si trovava in visita. Una sua comparsata televisiva gettò scompiglio dal Hejaz-Nejd, al Mediterraneo. Annunciava le sue dimissioni perché minacciato, assieme alla sua famiglia da un complotto sciita, quindi degli Hezbollah, ordito dall'Iran.

Teheran respinse le accuse con sdegno, mentre l'esercito libanese e i servizi di sicurezza negarono che ci fosse un pericolo di vita imminente per il primo ministro.

Balenò a tutte le forze politiche libanesi, l'idea che Saad Hariri, fosse in realtà ostaggio dei sauditi. In effetti, le sue relazioni cordiali con Hezbollah infastidivano Ryad.

Indizio che fosse proprio così, è che martedì gli Hezbollah si sono scagliati contro i manifestanti considerati la causa dell'uscita di scena del premier.

_Verso il caos confessionale _

"Le dimissioni di Hariri saranno viste come un enorme vittoria per chi protesta dando slancio al movimento dopo alcuni giorni difficili", è l'opinione di Lina Khatib, analista di Chatham House. "Nei giorni scorsi, alcuni manifestanti stavano cominciando a chiedersi se l'azione pubblica avrebbe ottenuto qualcosa di fronte a una classe politica ostinata che, fino all'annuncio delle dimissioni di Hariri, si rifiutava di cedere alle richieste popolari. Le dimissioni daranno coraggio ai manifestanti che insisteranno affinché anche le altre loro richieste - tra cui lo svolgimento di elezioni parlamentari anticipate - vengano soddisfatte".

**_Le casse piangono

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L'Arabia saudita non è una grande potenza militare in grado di minacciare la regione, da sola, ma era ed è il polmone finanziario del Libano. In questo schema, gli Hariri erano un garante di affidibilità.

Ma la variante sciita, quindi Hezbollah, e di conseguenza iraniana, ha portato a un crollo delle quotazioni politiche libanesi nel tasso di fiducia saudita.

Valori che si traducono immediatamente in cifre. Quelle del tradizionale sostegno finanziario di Ryad a Beirut, venuto guarda caso a mancare.

Colpo letale, per un paese in una profonda crisi finanziaria. Il Pil nel 2018 è cresciuto, secondo le stime della Banca mondiale dello 0,2% contro lo 0,6% dell'anno precedente. Sempre nel 2018 l'inflazione è salita al 6,1%. (Ecco il rapporto della Banca mondiale)

Inoltre, la posizione finanziaria delle casse di Beirut è peggiorata drammaticamente. Col deficit, in rapporto al Pil, più che raddoppiato, dal 4,5% all'11,5%.

C'è una grave crisi economica, anche perché si riducono drasticamente gli investimenti sauditi. La piazza protesta. Nella foga supera le divisioni settarie tradizionali libanesi. Ma prende di mira l'ingegneria istituzionale e confessionale del paese, costringendo Hariri a gettare la spugna. Chi ne fa le spese immediate è chi più si infuria: gli sciiti. E poi? Sotto a chi tocca.

Come funziona il governo del Libano | Euronews risponde

Le dimissioni di Hariri non saranno ben accolte dal gruppo musulmano sciita Hezbollah, il cui leader Sayyed Hassan Nasrallah ha ribadito per ben due volte la sua contrarietà a questo passo, temendo un pericoloso vuoto di potere.

Il governo libanese è progettato per fornire una rappresentanza politica a tutti i gruppi religiosi libanesi: i tre principali sono i maroniti cristiani, i musulmani sunniti e i musulmani sciiti.

Il presidente deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un sunnita e il presidente del parlamento un sciita.

I sostenitori di Hezbollah e il suo alleato sciita, il Movimento Amal, martedì scorso, hanno cacciato i manifestanti da un blocco stradale che avevano allestito a Beirut, abbattendo le loro tende e arrivando allo scontro fisico. La polizia è intervenuta per sedare il primo incidente di questo tipo dall'inizio delle proteste.

Una grande disputa sarebbe inoltre scoppiata tra Hariri e altri gruppi nel suo gabinetto, con i suoi oppositori che lo accuserebbero di schierarsi con i manifestanti e di non permettere alle forze di sicurezza di operare per le strade, indicano alcune fonti a Reuters.

Sempre martedì la polizia ha ricevuto l'ordine di non usare la forza contro i manifestanti. La settimana scorsa, Hariri ha cercato di calmare i libanesi con una serie di misure di riforma concordate con altri gruppi del suo governo di coalizione, tra cui Hezbollah. Le riforme erano volte a combattere la corruzione e a mettere in atto misure economiche a lungo ritardate. Tuttavia, le manifestazioni che chiedevano le dimissioni del governo sono continuate poiché non sono stati compiuti passi immediati verso l'attuazione delle riforme,