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Un gigantesco "ombrellone" contro i cambiamenti climatici: una buona idea?

Un gigantesco "ombrello solare" potrebbe aiutare a fermare il cambiamento climatico?
Un gigantesco "ombrello solare" potrebbe aiutare a fermare il cambiamento climatico? Diritti d'autore Canva
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Di Angela SymonsEdizione italiana: Andrea Barolini
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Un gigantesco "ombrellone" potrebbe aiutarci a mitigare i cambiamenti climatici. Idea straordinaria o follia?

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È noto a tutti il fatto che mettersi all'ombra aiuti a sopportare meglio le giornate più calde. E allora un gigantesco "ombrellone" attorno alla Terra potrebbe aiutare davvero a difenderci dai raggi UV e, al contempo, a mitigare i cambiamenti climatici? 

L'idea, apparentemente fantascientifica, arriva da un astronomo statunitense, dell'università della Hawaii. Non si tratta neppure della prima volta che si immagina di utilizzare degli "scudi solari spaziali" (specchi o paratie posti in orbita tra il Sole e la Terra) per attenuare il riscaldamento globale. 

Finora, tuttavia, gli scienziati hanno faticato a proporre un progetto fattibile, anche dal punto di vista economico. La nuova proposta è stata pubblicata dalla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) e prevede una sorta di ancoraggio dello "scudo" con contrappesi speciali. Se si riuscisse a realizzarlo, secondo István Szapudi esso potrebbe garantire una mitigazione dei cambiamenti climatici entro i prossimi decenni. 

Come possono gli scudi solari fermare il cambiamento climatico?

Le tecnologie che puntano a "bloccare il Solee" - note anche come "deviazione radiazione solare" (SRM) - potrebbero, almeno in linea teorica, garantire un raffreddamento della Terra, schermandola da una parte dei raggi solari.

Finora, il concetto di scudo solare ha incontrato però un ostacolo importante: il peso. Le proposte precedenti hanno collocato lo scudo nel punto in cui la gravità terrestre e la pressione delle radiazioni solari risultano in equilibrio.

Tuttavia, queste due forze contrastanti significano che lo scudo dovrebbe soddisfare requisiti minimi di peso per garantire che rimanga in posizione. Ciò esclude materiali leggeri e a basso costo, che potrebbero essere facilmente trasportati nello spazio.

Szapudi ipotizza che, collegando lo scudo a un contrappeso posizionato verso il sole, si potrebbero aggirare le limitazioni di peso. In questo modo, lo scudo potrebbe inoltre essere posizionato più vicino alla Terra, rendendolo più efficace.

Come funzionerebbe uno scudo solare ancorato?

Lo scudo solare sarebbe agganciato al contrappeso tramite un robusto cavo. Una volta nello spazio, il contrappeso si aprirebbe lentamente, consentendogli di riempirsi gradualmente di polvere lunare o di materiale asteroidale che fungerebbe da zavorra.

Poiché la zavorra verrebbe "catturata" nello spazio, dunque, non avrebbe bisogno di essere trasportata dalla Terra. Secondo Szapudi, grazie al contrappeso, si ridurrebbe drasticamente il peso dello scudo.

Insieme, lo scudo e il contrappeso peserebbero circa 318 milioni di tonnellate, cento volte meno dei progetti precedenti. E lo stesso scudo, che inevitabilmente dovrebbe arrivare dalla Terra, rappresenterebbe solo circa 32mila tonnellate (oggi i razzi sono in grado di portare in orbita terrestre bassa fino a 45mila tonnellate).

Perché alcuni scienziati sono contrari alla deviazione della radiazione solare?

L'ipotesi di un'azione sulla radiazione solare comprende altre ipotesi, come nel caso del "pompaggio" di particelle che bloccano la stessa radiazione nell'atmosfera terrestre.

Pur riconoscendo i rischi potenziali della modifica dell'atmosfera terrestre, Szapudi sostiene che le strategie basate sullo spazio sono preferibili: "Data la gravità del problema, si dovrebbe studiare qualsiasi strada che possa portare a una parziale mitigazione di una catastrofe", scrive.

Ma non tutti gli scienziati sono d'accordo. In un documento del 2008 intitolato "20 ragioni per cui la geoingegneria potrebbe essere una cattiva idea", il climatologo statunitense Alan Robock ritiene che "la cura potrebbe essere peggiore della malattia".

Robock mette in guardia dalle conseguenze sconosciute di queste tecnologie, tra cui gli effetti sul clima regionale, sulle piante e sull'energia solare. Osserva inoltre che affidarsi alle tecnologie SRM potrebbe comportare l'abbandono delle strategie di abbattimento delle emissioni di  gas ad effetto serra. Il che significherebbe rinunciare a combattere altri effetti nefasti, come nel caso dell'acidificazione degli oceani.

Per tenere conto delle possibili conseguenze della geoingegneria, Szapudi suggerisce "un approccio modulare e reversibile", che prevede l'uso di diversi scudi più piccoli rispetto a un unico scudo.

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