Dall'inizio della guerra della Russia in Ucraina, l'Europa si è concentrata sul fianco orientale della Nato. Le pretese di Trump sulla Groenlandia hanno riportato l'Alleanza alla sua missione originaria di difesa del Nord Atlantico. Ma ne ha le risorse? E quali sono le sfide dell'Artico?
Lo scontro tra Donald Trump e gli alleati della Nato sulla Groenlandia sembra essersi risolto in un ritorno al passato. L'accordo quadro annunciato a Davos con il segretario generale, Mark Rutte, dovrebbe fare rientrare la questione nelle competenze dell'Alleanza nata proprio con la North Atlantic Treaty Organization (Nato) del 1949 per difendere il Nord Atlantico.
Venerdì la prima ministra danese, Mette Frederiksen, ha parlato di consenso per l'Alleanza e per l'Europa "ad aumentare l'impegno nell'Artico", al termine di un incontro con Rutte a Bruxelles, prima di recarsi sull'isola artica.
Nelle stesse ore se ne è discusso al vertice intergovernativo Italia-Germania di Roma. "L'Artico è uno dei domini strategici del XXI° secolo", ha detto Giorgia Meloni nella conferenza stampa congiunta con il cancelliere Merz dopo i colloqui.
"Credo debba essere oggetto di un approfondimento serio che non riguarda solo gli Stati Uniti", ha specificato la premier italiana, pur concedendo che la Casa Bianca abbia rimesso al centro il dossier artico con "metodi discutibili".
Quali sono gli accordi e le prospettive degli Usa in Groenlandia
Ricucito formalmente lo strappo del presidente degli Stati Uniti, dopo l'invio di soldati europei per contrastare la minaccia, resta comunque da rispondere alle domande che si sono ormai aperte intorno all'Artico.
Una riguarda, come indicato da Meloni e Frederiksen, il bilanciamento dei ruoli dell'Europa e degli Stati Uniti all'interno dell'Alleanza. Gli Usa hanno una presenza militare in Groenlandia e una sostanziale mano libera per stabilire nuove basi, in virtù di un accordo con la Danimarca del 1951 e di un addendum firmato nel 2004 anche dal governo di Nuuk.
In una dichiarazione rilasciata a Euronews, un portavoce della Marina tedesca ha confermato che la Germania "sta concentrando le sue capacità lungo il fianco settentrionale della Nato", ovvero tra Atlantico settentrionale, Mare del Nord e Mar Baltico.
L'altra domanda riguarda la partita che si avvia sulle rotte navali artiche, create dallo scioglimento dei ghiacci, su cui Washington sta perdendo il confronto con la Russia e, soprattutto, con la Cina.
In base al trattato del 1951, gli Stati Uniti possono inviare tutte le truppe che desiderano in Groenlandia, oltre al centinaio di effettivi oggi di stanza nella base Pituffik (ex Thule), ad Avannaata nel nord-ovest dell'isola.
La struttura nacque come una missione spaziale, nel pieno della Guerra Fredda, con l'obiettivo tra gli altri di affrontare lo scenario del lancio di missili intercontinentali da parte dell'Unione Sovietica, come ha sottolineato la Bbc.
Una delle ipotesi ventilate per il futuro è la creazione di altre basi con un accordo di extra-territorialità, ricorrendo a una forma di cessione di sovranità da parte della Danimarca su quelle aree, sul modello di Guantanamo a Cuba o delle basi del Regno Unito a Cipro.
Dopo avere rivendicato a più riprese il controllo dell'isola, per garantire "la sicurezza nazionale interna e quella del mondo", gli Usa paiono decisi ora ad arrivare al punto al fine di ottenere, senza dare granché in cambio, quanto dichiarato da Trump ossia evitare che la Groenlandia sia "coperta da navi cinesi e russe da ogni parte".
Il ruolo presente e futuro di Russia e Cina nelle rotte dell'Artico
La regione è certamente cruciale per Mosca che vi stanzia parte della flotta e del suo arsenale nucleare.
Pechino, nonostante la notevole distanza dal Polo Nord, ha cercato invece di cooperare con vari Paesi della regione, sin dal 2018 con la Via della Seta polare - in funzione commerciale e di posizionamento per la governance futura di un'area strategica, osserva The Artic Institute, un think tank di Washington DC.
Dal punto di vista dei commerci, infatti, la cosiddetta Northern Sea Route, lungo le coste russe, ha visto il passaggio di un centinaio di cargo nel 2024 rispetto agli oltre 13mila transitati (e per tutto l'anno, non solo nel periodo estivo) nel canale di Suez, ma è in prospettiva un'alternativa vincente rispetto al Mar Rosso e alle rotte terrestri.
Secondo Henrik Schilling dell'Istituto per la politica di sicurezza dell'Università di Kiel (Ispk), l'Artico è diventato "sempre più importante" poi, oltre che per ragioni commerciali, per le prospettive di estrazione delle risorse non ancora sfruttate della Groenlandia e, naturalmente, per quelle militari.
Si guarda in particolare allo spazio marittimo compreso tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, noto come Giuk gap (acronimo di varco di Greenland, Iceland e United Kingdom) considerato un collo di bottiglia per i movimenti navali e sottomarini russi tra l'Atlantico settentrionale e l'Artico.
Schilling argomenta che occorre distinguere tra il tempo di pace e il dispiegamento in condizioni di guerra. "Ad esempio, se una pista è completamente ghiacciata, non vi si atterra in tempo di pace, ma in tempo di guerra sarebbe diverso".
E qui entrano in gioco le navi rompighiaccio, su cui si sta consumando uno scontro silenzioso tra superpotenze.
L'avvicinamento politico degli Usa alla Finlandia, per esempio, è motivato non solo dalla comune passione per il golf dei presidenti Trump e Stubb. La Casa Bianca ha annunciato alla fine del 2025 che la Guardia Costiera avrebbe acquisito quattro rompighiaccio di produzione finlandese, con la prima consegna prevista nel 2028.
Altre verranno costruite negli Usa, con l'obiettivo di ridurre le distanze con la flotta russa stimata in 40 rompighiaccio, di cui otto a propulsione nucleare. In prospettiva però si ritiene che, tra sanzioni internazionali e ritardo che sta accumulando, potrebbe contrarsi a 25-35 navi nei prossimi dieci anni.
La capacità della Cina invece è in grande espansione e, ha notato China Talk, potrebbe arrivare a ottenere una certa influenza sulle rotte artiche grazie alle rompighiaccio che sta costruendo e alla cooperazione con Mosca.
In questo senso risulta strategico l'uso a queste latitudini, dell'approvvigionamento energetico garantito dai cosiddetti small modular reactors (Smr), vale a dire reattori nucleari con capacità ridotta rispetto a una centrale nucleare, ma trasportabili e installabili anche in aree remote.
Secondo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Russia e Cina dominano questo settore e hanno gli unici due modelli di Smr esistenti in commercio, rendendo una collaborazione tra l'esperienza navale russa nell'area e i capitali e la tecnologia cinesi un motivo di preoccupazione per i concorrenti alla supremazia nell'Artico, ha avvertito il Danish Institute for International Studies.
Le risorse della Germania e del resto della Nato per l'Artico
Quanto al resto dell'Alleanza Atlantica, tolti gli Usa, sebbene le Forze armate tedesche per esempio dispongano dell'equipaggiamento e del personale necessari "per potere operare nella regione", Schilling argomenta che hanno complessivamente un numero troppo basso di soldati.
La stessa Marina tedesca, in passato coinvolta prevalentemente in missioni di peacekeeping, "ora è passata alla difesa nazionale e dell'Alleanza" e questo è un problema. "Non si può fare tutto, bisogna stabilire delle priorità", ha detto ancora l'esperto di affari militari a Euronews.
Infine, sebbene le navi militari tedesche soddisfino gli standard nazionali, non sono delle rompighiaccio e non sarebbero in grado di operare autonomamente in determinate aree a meno, secondo Schilling, di compensare questa lacuna con una cooperazione mirata all'interno della Nato e in particolare con i due Paesi nordici che vi hanno aderito per ultimi (nel 2023-24): Finlandia e Svezia.