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Dal dirigibile di Umberto Nobile ai satelliti: l’Artico, quando l’Italia osava esplorare

Il dirigibile Italia sorvola la campagna vicino a Stoccolma, in Svezia, il 7 maggio 1928
Il dirigibile Italia sorvola la campagna vicino a Stoccolma, in Svezia, il 7 maggio 1928 Diritti d'autore  AP/1928 AP
Diritti d'autore AP/1928 AP
Di Stefania De Michele
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Dalla storica e drammatica spedizione di Umberto Nobile con il dirigibile Italia alla geopolitica e alla ricerca scientifica odierna, l’Artico è passato da frontiera inesplorata a centro nevralgico tra clima, risorse e strategia globale

Quando Umberto Nobile decollò dalle Svalbard a bordo del dirigibile Italia nel 1928, l’Artico era uno spazio di incertezza geografica e di ambizione umana.

Oggi, a distanza di quasi un secolo, quello stesso spazio è diventato uno dei nodi strategici più sensibili del pianeta. Il confronto tra queste due epoche non è solo una questione di progresso tecnologico: racconta il passaggio dall’esplorazione come conquista all’Artico come risorsa, laboratorio climatico e teatro geopolitico.

L’epoca delle spedizioni: obiettivi e mezzi

Negli anni Venti il Grande Nord rappresentava una delle ultime aree non pienamente mappate della Terra. Le spedizioni polari avevano tre obiettivi principali: scientifici, tecnologici e politici. Nel caso di Nobile, questi elementi si intrecciavano strettamente.

Il dirigibile Italia era lungo circa 106 metri, con un volume di oltre 19.000 metri cubi di idrogeno. Poteva trasportare una ventina di uomini, strumenti scientifici, carburante e viveri per missioni di lunga durata.

A bordo si effettuavano misurazioni di pressione atmosferica, temperatura, campo magnetico terrestre e osservazioni dirette della banchisa. Le rotte venivano pianificate con carte incomplete e corrette in volo, affidandosi all’esperienza degli equipaggi e a una tecnologia di navigazione ancora imprecisa.

Il dirigibile Italia partì da Stolp, sulla costa della Pomerania, in Germania, per la seconda tappa del volo dall'Italia al Polo Nord
Il dirigibile Italia partì da Stolp, sulla costa della Pomerania, in Germania, per la seconda tappa del volo dall'Italia al Polo Nord AP/AP1928

Il cuore geografico dell’impresa era l’Oceano Artico centrale: una regione priva di punti di riferimento, dominata da ghiaccio mobile e condizioni meteorologiche estreme. Le Svalbard fungevano da avamposto europeo verso il Polo, mentre la Groenlandia restava ai margini diretti delle spedizioni di Nobile, pur rappresentando uno dei grandi pilastri geografici del bacino artico.

Il fallimento dell'impresa Italia mise in luce i limiti di quell’approccio: mezzi pionieristici, conoscenze parziali, margini di errore minimi. L’esplorazione era ancora legata all’eroismo individuale e al rischio diretto.

Lo schianto del dirigibile Italia

L’impresa di Umberto Nobile con il dirigibile Italia si concluse drammaticamente il 25 maggio 1928, durante il volo di ritorno dal Polo Nord verso la base alle Svalbard. Dopo aver raggiunto con successo il Polo e compiuto le osservazioni scientifiche previste, il dirigibile fu investito da condizioni meteorologiche improvvisamente avverse e perse quota, schiantandosi sulla banchisa dell’Oceano Artico, a nord-est delle isole Svalbard. Nell’impatto morirono immediatamente alcuni membri dell’equipaggio, mentre una parte della navicella si staccò e scomparve con altri uomini a bordo, mai più ritrovati.

Umberto Nobile e diversi compagni furono invece sbalzati sul ghiaccio e sopravvissero all’incidente, rifugiandosi in quella che sarebbe diventata celebre come la “Tenda Rossa”, colorata con anilina per renderla visibile dall’alto. Per settimane i superstiti resistettero in condizioni estreme, grazie a scorte minime e a una radio di emergenza che, contro ogni previsione, riuscì a trasmettere segnali di soccorso intercettati da radioamatori europei.

Il generale Umberto Nobile alla base dello stretto di Hinlopen, Norvegia, il 21 luglio 1928, dopo essere stato salvato
Il generale Umberto Nobile alla base dello stretto di Hinlopen, Norvegia, il 21 luglio 1928, dopo essere stato salvato AP/1928 AP

Il salvataggio fu lungo e internazionale, coinvolgendo navi e aerei di diversi Paesi; il grande esploratore norvegese Roald Amundsen partì per partecipare alle ricerche, ma il suo aereo scomparve nel nulla durante la missione. La vicenda segnò profondamente l’opinione pubblica mondiale e chiuse simbolicamente la stagione eroica delle esplorazioni polari, lasciando in eredità una delle storie più drammatiche e affascinanti dell’avventura umana nell’Artico.

L'impresa di Nobile al cinema

La vicenda della spedizione dell'Italia entrò anche nell’immaginario cinematografico con La tenda rossa (The Red Tent), film del 1969 diretto da Mikhail Kalatozov e realizzato come coproduzione internazionale tra Italia e Unione Sovietica.

La pellicola, interpretata da Peter Finch nel ruolo di Umberto Nobile, Sean Connery in quello di Roald Amundsen e Claudia Cardinale in una parte romanzata, rievoca il disastro del dirigibile e il drammatico periodo di sopravvivenza sulla banchisa artica.

Più che una ricostruzione storica rigorosa, il film propone una riflessione morale e umana sull’esplorazione, sul senso di responsabilità del comandante e sul prezzo pagato per la conquista del limite estremo, contribuendo a fissare la “Tenda Rossa” come uno dei simboli più potenti dell’epopea polare del Novecento.

Cosa si cercava allora al Nord

L’Artico degli anni Venti era una questione di prestigio. Raggiungere il Polo Nord, attraversarlo o sorvolarlo significava dimostrare superiorità tecnica e scientifica. Gli Stati investivano in spedizioni come strumenti di proiezione internazionale. L’Italia, grazie a Nobile, riuscì temporaneamente a collocarsi in prima linea, competendo con Norvegia, Stati Uniti e Unione Sovietica.

La conoscenza scientifica prodotta era reale, ma ancora frammentaria. Si trattava di raccogliere dati di base, aprire rotte, dimostrare che l’Artico poteva essere attraversato e, in prospettiva, utilizzato.

L’Artico contemporaneo: Groenlandia al centro

Nel XXI secolo la Groenlandia è diventata uno dei fulcri della nuova attenzione globale verso il Grande Nord. Sotto la sua calotta glaciale e lungo le sue coste si trovano giacimenti di terre rare, minerali fondamentali per tecnologie strategiche: batterie, turbine eoliche, smartphone, sistemi militari. In un contesto di transizione energetica, questi materiali sono diventati cruciali.

Parallelamente, il progressivo scioglimento dei ghiacci rende più accessibili:

  • risorse minerarie e potenzialmente energetiche
  • nuove rotte marittime artiche, che possono ridurre significativamente le distanze tra Europa e Asia
  • spazi di influenza militare e strategica.

Non è un caso che Stati Uniti, Cina e Russia abbiano intensificato la loro presenza nell’Artico. Washington considera la Groenlandia un tassello chiave della sicurezza nord-atlantica; Mosca investe massicciamente in infrastrutture e basi lungo la rotta artica russa; Pechino, pur non essendo uno Stato artico, si definisce “near-Arctic state” e investe in ricerca e partnership economiche.

I mezzi di oggi: esplorare senza mettere piede sul ghiaccio

La differenza più evidente rispetto all’epoca di Umberto Nobile risiede nei mezzi impiegati.

L’Artico contemporaneo non è più esplorato attraverso spedizioni episodiche, ma è costantemente monitorato grazie a una rete integrata di satelliti per l’osservazione della Terra, in grado di misurare lo spessore dei ghiacci e le loro variazioni stagionali, radar e sensori automatici installati sulla banchisa e nei mari polari, droni aerei e sottomarini utilizzati per operare in condizioni estreme, rompighiaccio di nuova generazione - in alcuni casi a propulsione nucleare - e modelli climatici avanzati capaci di integrare enormi quantità di dati.

In Groenlandia, stazioni scientifiche permanenti raccolgono informazioni continue su temperatura, composizione dell’atmosfera e dinamiche glaciali, rendendo l’esplorazione un processo costante e sistematico. Il rischio umano diretto è oggi fortemente ridotto, mentre cresce in modo decisivo il peso della capacità tecnologica e computazionale nel comprendere e governare il Grande Nord.

Europa e Italia nel nuovo scenario artico

Se negli anni Venti l’Italia poteva ambire a un ruolo da protagonista, oggi il suo contributo si colloca soprattutto sul piano scientifico e cooperativo. Ricercatori italiani partecipano a programmi internazionali in Groenlandia e alle Svalbard, mentre l’Agenzia Spaziale Europea fornisce strumenti fondamentali per il monitoraggio climatico dell’Artico.

L’Europa nel suo complesso tenta di bilanciare interessi economici, sicurezza e obiettivi ambientali. Pur non disponendo della forza militare artica di Stati Uniti o Russia, l’Unione Europea gioca un ruolo centrale nella produzione di conoscenza e nella regolazione internazionale della regione.

Dalla conquista alla competizione

Il confronto tra l’Artico di Nobile e quello attuale mostra una continuità sorprendente: il Grande Nord resta uno spazio di proiezione del potere umano. Ciò che cambia è la forma di quel potere. Dove un tempo volavano dirigibili carichi di uomini e bandiere, oggi orbitano satelliti e si muovono capitali, interessi industriali e strategie geopolitiche.

L’epopea di Umberto Nobile appartiene a un’epoca in cui il problema era arrivare. Oggi, nell’Artico che si scioglie, la questione è cosa fare una volta che tutto diventa accessibile. La Groenlandia, da massa di ghiaccio apparentemente immobile, è diventata uno dei luoghi dove si gioca il futuro climatico, economico e politico del pianeta.

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