Nella corsa alle risorse groenlandesi tra Stati Uniti e Cina, l’Italia mantiene un approccio prudente, puntando su scienza, tecnologia e filiere europee
Gli Stati Uniti corrono verso la Groenlandia alla conquista di minerali e risorse strategiche, in una sfida aperta con la Cina. L’Italia risponde con un disimpegno calcolato e strategico, ma contro-intuitivo, del suo colosso energetico.
L’assenza dell’Eni dalla Groenlandia non è riconducibile a una mancanza di ambizione, ma a una scelta strategica esplicita. A ribadirlo è stato Lapo Pistelli, direttore Public affairs del gruppo, nel corso di un’audizione alla Commissione Esteri della Camera nell'ambito dell’indagine conoscitiva sulle dinamiche geopolitiche dell’Artico.
Eni: meglio la Norvegia
La linea è chiara: Eni continuerà a concentrare i propri investimenti sulla Norvegia, mentre la Groenlandia è uscita dal perimetro industriale del cane a sei zampe.
Pistelli ha ricordato che Eni ha lasciato la Groenlandia nel 2022 e che oggi il baricentro artico del gruppo è Oslo. La Norvegia è diventata uno dei pilastri della sicurezza energetica europea dopo l’invasione russa dell’Ucraina: un Paese politicamente stabile, con un quadro regolatorio solido e infrastrutture mature. Al contrario, la Groenlandia resta una scommessa ad altissimo rischio, più promettente sulla carta che nei conti economici.
Secondo le valutazioni citate anche nel corso dell’audizione, l’Artico dispone di risorse enormi ma difficili da monetizzare. I costi operativi sono estremi, la finestra climatica è ridotta, le infrastrutture quasi assenti.
A questo si aggiungono vincoli politici stringenti: il governo groenlandese ha progressivamente limitato l’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi e nel 2021 ha bloccato progetti minerari contenenti uranio, come il caso emblematico del giacimento di Kvanefjeld, uno dei più grandi al mondo per terre rare ma politicamente esplosivo. In questo contesto, la sostenibilità economica dell’Artico — richiamata più volte da Eni — diventa il vero discrimine.
Italia, Germania e Francia: quale ruolo in Groenlandia
Attualmente, la presenza italiana e tedesca in Groenlandia è limitata a ruoli nella catena di approvvigionamento post‑estrazione dei minerali, senza impianti o controllate operative direttamente sul territorio.
In Italia, Cogne Acciai Speciali ha firmato un Memorandum of Understanding con Greenland Resources per la fornitura di molibdeno estratto a Malmbjerg, trasformato e utilizzato nelle acciaierie italiane, garantendo così un collegamento stabile tra estrazione groenlandese e industria nazionale.
In Germania, aziende come Hempel Metallurgical GmbH svolgono un ruolo analogo, importando molibdeno e prodotti derivati destinati all’industria siderurgica tedesca, con il supporto anche di istituzioni finanziarie locali per il coordinamento di export credit e infrastrutture logistiche.
La Francia, invece, ha una partecipazione più diretta in Groenlandia, con gruppi industriali coinvolti nei progetti minerari (come l’estrazione di anorthosite, rilevante soprattutto per applicazioni industriali e tecnologiche) tramite consorzi franco-danesi, consolidando sia un ruolo operativo nell’estrazione sia collegamenti con le filiere industriali europee.
Questi diversi livelli di coinvolgimento mostrano come Italia, Germania e Francia partecipino alla valorizzazione dei minerali groenlandesi, seppur con modalità differenti: commerciale e post-estrattiva nel primo caso, industriale e operativa nel secondo.
I progetti italiani in Groenlandia: scienza, tecnologia e soft power
Se l’Italia è praticamente assente sul fronte degli investimenti energetici, non è però completamente estranea alla Groenlandia. La presenza italiana si colloca su un piano diverso, prevalentemente scientifico e tecnologico, spesso all'interno di cornici multilaterali europee. Il Cnr, attraverso l’Istituto di Scienze Polari, partecipa da anni a campagne di ricerca in Groenlandia su glaciologia, dinamica dei ghiacci e cambiamento climatico, in collaborazione con istituti danesi e groenlandesi. Università italiane come Bologna e Torino sono coinvolte in progetti di monitoraggio ambientale e modellizzazione climatica nell’Artico nord-atlantico.
Sul versante tecnologico, aziende italiane ad alta specializzazione hanno presentato soluzioni per l’osservazione e la connettività in ambienti estremi. E-Geos, joint venture tra Telespazio e ASI, è attiva nella fornitura di dati satellitari Copernicus utilizzati anche per il monitoraggio dei ghiacci e delle coste groenlandesi, mentre WSense ha proposto sistemi di comunicazione sottomarina per ambienti polari, potenzialmente utili per infrastrutture scientifiche e di sicurezza. Si tratta però di progetti pilota o collaborazioni, non di investimenti industriali strutturali.
Questa impostazione riflette una scelta politica più ampia: l’Italia agisce in Groenlandia soprattutto come attore di cooperazione scientifica e diplomazia tecnologica, evitando l’esposizione diretta in settori ad alto rischio economico e geopolitico.
Gli interessi dell'Unione europea
L’Unione europea, nel suo complesso, ha fatto un passo ulteriore aprendo nel 2024 un ufficio della Commissione europea a Nuuk, con l’obiettivo di presidiare direttamente i dossier su materie prime critiche, infrastrutture digitali e sviluppo sostenibile.
Bruxelles finanzia inoltre programmi nel campo dell’energia rinnovabile, della formazione e della pesca sostenibile, settore quest’ultimo regolato da un accordo pluriennale che garantisce accesso alle flotte europee in cambio di contributi finanziari diretti alla Groenlandia.
Un primo esempio è quello del Malmbjerg molybdenum project, in cui la European Raw Materials Alliance (Erma), un’iniziativa dell’Ue volta a rafforzare la catena di approvvigionamento delle materie prime, ha siglato un accordo di cooperazione con Greenland Resources per sviluppare l’estrazione di molibdeno e altri materiali strategici a est della Groenlandia. Questo progetto, sostenuto anche da investitori e istituzioni finanziarie europee come il Export and Investment Fund of Denmark e Deutsche Bank, rappresenta uno dei tentativi più concreti di portare risorse critiche verso la filiera industriale europea rispettando standard ambientali e di governance ESG.
Un’altra iniziativa significativa riguarda il deposito di grafite di Amitsoq, riconosciuto come progetto strategico sotto il Critical Raw Materials Act dell’Ue. Il fatto che l’Unione europea abbia designato il progetto come “Strategic Project” implica accesso prioritario a finanziamenti e semplificazioni normative per sostenere operazioni minerarie considerate essenziali per la produzione di batterie e tecnologie di stoccaggio energetico. La visita in loco di un Commissario Ue nel 2025 sottolinea l’interesse istituzionale verso questo asset.
Sempre sul fronte del sostegno industriale europeo, l’EIT RawMaterials, network di oltre 300 partner supportato dal European Institute of Innovation and Technology, ha annunciato investimenti mirati nella società Greenland Resources A/S per sviluppare tecnologie di estrazione e recupero di magnesio a basse emissioni di carbonio dalla produzione primaria di molibdeno e dalle acque di processo. Questo tipo di progetto punta a colmare alcune delle lacune della catena di valore europea - in particolare la dipendenza quasi totale dalla Cina per metalli come il magnesio - attraverso innovazione e know-how tecnologico europeo.
I Paesi nordici, infine, giocano su un altro piano: per Danimarca, Islanda e Norvegia l’Artico è parte integrante dello spazio economico e di sicurezza nazionale. Qui la Groenlandia non è una frontiera lontana, ma un tassello centrale delle strategie di difesa, logistica e controllo delle rotte del Nord Atlantico.
L'impatto di un eventuale subentro Usa
Un eventuale subentro degli Stati Uniti nella governance della Groenlandia potrebbe avere ripercussioni significative sull’industria nazionale italiana e sulle filiere europee in generale. La necessità di rispettare eventuali vincoli e priorità statunitensi potrebbe generare ritardi nelle forniture, aumentare i costi logistici e costringere le imprese a rivedere la pianificazione produttiva.
In questo scenario, i consorzi europei perderebbero parte della loro autonomia, sia sul piano operativo — con possibili modifiche alle licenze e alle concessioni estrattive — sia su quello commerciale, con effetti diretti sugli accordi di offtake e sulle forniture già stabilite. Francia, Italia e Germania potrebbero quindi dover rinegoziare contratti, adeguarsi a regole più restrittive e affrontare complessità logistiche e finanziarie maggiori, con conseguenze tangibili sulla competitività e sulla sicurezza delle forniture dell’industria nazionale italiana.
I numeri della partita groenlandese
La Groenlandia concentra alcune delle cifre più impressionanti del dossier artico. Secondo stime internazionali, l’Artico conterrebbe circa 400 miliardi di barili equivalenti di idrocarburi, di cui circa il 70 per cento gas; una quota significativa si trova però in aree di difficile accesso e con redditività incerta.
Sul fronte minerario, l’isola ospita uno dei maggiori potenziali mondiali di terre rare, oltre a depositi di zinco, piombo, nichel, cobalto e platino. L’Ue considera la Groenlandia un partner chiave per ridurre la dipendenza dalla Cina sulle materie prime critiche.
Dal punto di vista economico, l’accordo di pesca Ue-Groenlandia vale oltre 17 milioni di euro l’anno, mentre i programmi europei di cooperazione e sviluppo mobilitano decine di milioni di euro in progetti energetici, digitali e formativi. Sul piano militare, la base americana di Pituffik resta uno degli asset strategici più rilevanti nel Nord Atlantico.
In questo quadro, la scelta di Eni appare come una presa d’atto: oggi l’Artico è centrale, ma non tutte le sue frontiere sono mature. L’Italia sta alla finestra, coopera e presidia il tavolo europeo, lasciando ad altri il rischio della corsa alle risorse. Una strategia prudente, che dice molto sul ruolo che Roma intende giocare nel Grande Nord.