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Iran: la posta in gioco in un'elezione presidenziale controversa

Di Cinzia Rizzi Agenzie:  AFP
Sostenitori del candidato presidenziale Ebrahim Raisi durante un comizio, nella città di Eslamshahr a sud-ovest della capitale
Sostenitori del candidato presidenziale Ebrahim Raisi durante un comizio, nella città di Eslamshahr a sud-ovest della capitale   -   Diritti d'autore  Vahid Salemi/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved
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Il popolo iraniano questo venerdì è chiamato alle urne, per scegliere il successore di Hassan Rouhani tra cinque candidati.

Sono elezioni presidenziali - le tredicesime dalla rivoluzione del 1979 - il cui risultato sembra abbastanza scontato: dovrebbero infatti essere i conservatori a salire al potere, guidati da Ebrahim Raisi, attuale Presidente della Corte Costituzionale e considerato dai più come il naturale successore della Guida Suprema, Ali Khamenei.

Due candidati si ritirano all'ultimo

Raisi potrà beneficiare anche dei voti che sarebbero finiti nelle mani di Alireza Zakani, ritiratosi questo giovedì. Il 56enne conservatore non è l'unico ad avere fatto marcia indietro a due soli giorni dal voto.

Mercoledì ha ritirato la propria candidatura anche Mohsen Mehralizadeh, il solo vero riformista ammesso in lista dal Consiglio dei Guardiani. L'ex governatore della provincia di Esfahan lascia quindi la strada aperta ad Abdolnaser Hemmati, al momento unico non conservatore a correre per la poltrona presidenziale.

Ma, come anticipato, in assenza di candidati in grado di metterlo in ombra - dopo l'esclusione da parte del Consiglio dei Guardiani dei suoi maggiori avversari politici, come l'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad - le possibilità che qualcuno diverso da Raisi possa essere eletto, sono davvero poche. Secondo gli ultimi sondaggi l'ultraconservatore è dato vincitore con il 60% dei voti, già al primo turno (l'eventuale ballottaggio è previsto per il 25 giugno).

I candidati restanti: quattro conservatori e un solo riformista

A parte Ebrahim Raisi, in corsa, sempre per i conservatori, troviamo Mohsen Rezai, ex comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione, che ha già fallito in due elezioni presidenziali (nel 2009 e nel 2013, dopo essersi ritirato nel 2005, a pochi giorni dal voto).

Già candidato nel 2013, Saeed Jalili, ex segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, ottenne l'11,4% dei voti, arrivando terzo, appena davanti al generale Rezai (10,6%).

L'ultimo ultraconservatore in gara è il deputato Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi, poco noto al grande pubblico; così come Abdolnasser Hemmati, ex presidente della banca centrale e unico riformista in lizza ora.

AP and AFP
Da in alto a sx i cinque candidati restanti: Raisi, Rezai, Jalili, Hashemi, HemmatiAP and AFP

Astensione record in vista

Non è solo l'esclusione degli avversari più importanti che dovrebbe consegnare la vittoria a Raisi, ma anche l'elevato tasso di astensione. Secondo i sondaggi, infatti, l'affluenza dovrebbe essere inferiore al 40%, con il tasso di astensione che potrebbe quindi superare il record del 57%, registrato durante le elezioni legislative del 2020.

Perché oltre la metà degli elettori iraniani - se le stime verranno confermate - venerdì non si recherà ai seggi? La sensazione per molti di loro è che quest'elezione abbia una conclusione scontata e arriva in un contesto di delusione e disincanto, dopo otto anni di presidenza del centrista e moderato Hassan Rouhani, che ha deluso le aspettative del popolo iraniano.

I due mandati dell'attuale presidente in carica - che, ricordiamolo, nella Repubblica Islamica dell'Iran ha comunque meno potere rispetto alla Guida Suprema - sono stati segnati in particolare dal fallimento della sua politica di apertura, copo che il "nemico numero 1", gli Stati Uniti, si sono sfilati l'8 maggio 2018 dall'accordo sul nucleare iraniano (o JCPOA), siglato a Vienna solo tre anni prima. L'allora presidente Usa, Donald Trump, aveva quindi rilanciato le sanzioni economiche contro il Paese mediorientale.

Cosa c'è in gioco venerdì

L'Iran sta attraversando una fase estremamente delicata. Il contesto è quello di una grave crisi economica e sociale, esacerbata dalla pandemia di Covid-19. Il malcontento è palpabile, anche se non siamo ai livelli dell'inverno 2017-2018 o dell'autunno 2019, quando il popolo iraniano scese in strada per protestare e fu vittima di una violenta repressione.

Economia e Accordo sul nucleare iraniano (due temi strettamente legati tra loro) sono due delle principali questioni in gioco in queste elezioni. L'economia iraniana è tornata a crescere nel 2016, dopo la firma del JCPOA a Vienna l'anno precedente. Ma l'uscita degli Stati Uniti di Trump dal patto due anni dopo e il ripristino delle sanzioni americane hanno fatto precipitare l'Iran in una violenta recessione.

Mentre il PIL dell'Iran ha iniziato a stabilizzarsi nel 2020 dopo due anni bui, secondo il Fondo Monetario Internazionale, il potere d'acquisto degli iraniani ha subito un grosso colpo a causa dell'inflazione.

E come fare a risollevare la situazione economica? Tutti i candidati concordano sul fatto che la priorità, per permettere all'economia di tornare a una forte crescita, è quella di ottenere la revoca delle sanzioni americane reintrodotte o istituite dall'amministrazione Trump.

Tutti sostengono i negoziati attualmente in corso nella capitale austriaca, per salvare questo accordo, reintegrando gli Stati Uniti attraverso la revoca delle loro sanzioni, in cambio di un ritorno di Teheran all'applicazione alla lettera del testo del JCPOA, dopo i suoi successivi disimpegni in risposta al ritiro americano.