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Covid-19: non cala l'allarme a Pechino e in Brasile. Ma arriva un nuovo farmaco

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Covid-19: non cala l'allarme a Pechino e in Brasile. Ma arriva un nuovo farmaco
Diritti d'autore  MIGUEL MEDINA/AFP or licensors
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Mentre la ricerca fa passi da gigante, desta preoccupazione la situazione in Brasile e i nuovi focolai di Pechino.

Nella capitale cinese, scuole e università chiuse da oggi, è l'ultima mossa delle autorità cinesi per contenere i contagi di quella che potrebbe essere una seconda ondata dell'infezione. Gli ultimi casi positivo, un centinaio di circa nel giro di pochi giorni fanno ripiombare gli spiriti ai giorni bui dell'epidemia.

Anche se 100 casi sono relativamente pochi, il focolaio di Pechino è il più importante in Cina dallo scorso febbraio e scongiurare una seconda ondata di infezione guida le decisioni socio-sanitarie prese in queste ore.

Tutti i nuovi casi sono riconducibili al focolaio del mercato ortofrutticolo di Xinfadi, uno dei più grandi e importanti di Pechino e visitato dallo scorso 30 maggio da oltre 200 mila persone.

Le autorità sanitarie cinesi hanno chiesto subito tamponi a tappeto e il divieto di lasciare Pechino.

Dall'altra parte del mondo, è il Brasile che fa ancora tremare: 34 mila nuovi casi in un giorno e oltre 1200 decessi.

L'Organizzazione panamericana della Salute chiede misure draconiane di confinamento e distanziamento sociale mentre il presidente Jair Bolsonaro è sempre favorevole alla riapertura per ridar gas all'economia.

I passi avanti della ricerca

Notizie positive arrivano invece dal fronte della ricerca, che in vista di un vaccino mette a punto nuovi trattamenti.

Questa volta la ricerca è stata fatta con un gruppo di controllo, e il risultato è confortante: c'è un farmaco conosciuto, di facile reperibilità ed economico che può salvare la vita dei pazienti più gravi malati di coronavirus. Si chiama desametasone è uno steroide, un anti infiammatorio, e blocca la tempesta di citochine che devasta il fisico. Inutile accaparrarselo o farne scorta: il farmaco sembra essere benefico solo sui pazienti malati gravi, che hanno già sviluppato i sintomi e sono finiti in ospedale attaccati all'ossigeno o a un ventilatore. Non è utile in via preventiva né su chi ha appena scoperto di essere positivo.

Il desametasone è a tutti gli effetti il primo farmaco che si rivela salva-vita secondo i ricercatori di Oxford che, dopo aver intrapreso un'indagine a largo spettro su diversi medicinali già conosciuti e sperimentati contro il coronavirus anche in altri ospedali, parlano di svolta.

Finora, l'unico altro farmaco che ha dimostrato di giovare ai malati di coronavirus è il remdesivir che accorcia la pena riducendo la durata dei sintomi del coronavirus da 15 giorni a 11 ma non ci sono prove che salvi vite.

Il desametasone può salvare un paziente su 8 tra i più gravi

La ricerca ha infatti decretato che il trattamento al desametasone può salvare un paziente su 8 tra quelli attaccati a un ventilatore e uno ogni 20-25 tra quelli trattati con ossigeno secondo il professor Martin Landray, alla testa del team di ricerca. Questo significa che il rischio di morte è ridotto di un quinto se si è ossigenati e di un terzo se si è attaccati a un ventilatore. Lo studio è stato condotto somministrando il farmaco a circa 2000 pazienti mentre il gruppo di controllo che riceveva le normali cure, contava circa 4mila malati.

Il costo? Poche sterline, circa 35, per salvare un paziente con più o meno 10 giorni di somministrazione, inoltre il farmaco è di facile reperibilità. Il desametasone è stato utilizzato dai primi anni 60 per trattare una vasta gamma di malattie, tra cui artrite reumatoide e asma.

Lo studio, di cui sono uscite anticipazioni, verrà pubblicato a breve ma intanto il ministro della salute britannico ha già annunciato che l'uso dello steroide verrà sistematizzato.

Con almeno la metà dei pazienti in terapia intensiva destinati al decesso e un'alta percentuale di malati di covid-19 destinati alla terapia intensiva, salvare un terzo dei malati attaccati a un ventilatore, significa evitare la morte e migliaia di persone.

Per i ricercatori di Oxford la clorochina non funziona

Lo stesso studio, che breve verrà pubblicato, ha concluso all'inizio di questo mese che il farmaco antimalarico idrossiclorochina non funzionava contro il coronavirus.

Lo studio ha incluso oltre 11.000 pazienti in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord a cui è stata data la terapia standard o uno dei numerosi altri trattamenti: desametasone, il farmaco combinato HIV lopinavir-ritonavir, l'azitromicina antibiotica, il farmaco anti-infiammatorio tocilizumab o il plasma di persone che si sono riprese da COVID-19 che contiene anticorpi per combattere il virus.

La ricerca continua sugli altri trattamenti. Il programma è finanziato da agenzie sanitarie del governo del Regno Unito e donatori privati ​​come la Bill e Melinda Gates Foundation.

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