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Covid-19: la terapia con plasma iperimmune ci ha convinti?

prelievo del sangue
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L'emergenza Covid-19 è finita ma non le polemiche.

  • Tra le tante, una che ha colpito la nostra attenzione è quella sulla terapia del plasma iperimmune, che ci ha fatto capire, se ancora non ci fossimo arrivati, come la sanità sia un tesoretto su cui mettere le mani.
  • In attesa della risposta alle nostre richieste di intervista al San Matteo di Pavia e al Carlo Poma di Mantova - che stanno portando avanti la sperimentazione - ricordiamo in che cosa consiste la terapia.
  • In un prossimo articolo invece riportiamo le esperienze di chi ha già donato il plasma e di chi lo vuole donare.

La terapia del plasma iperimmune

Quasi contemporaneamente il Policlinico San Matteo di Pavia e il Carlo Poma di Mantova hanno avviato e chiuso una prima fase di sperimentazione su una cinquantina di pazienti Covid che, stando al direttore dell’unità di virologia di Pavia Fausto Baldanti, ha dato risultati promettenti.

“All’inizio la mortalità era tra il 13 e il 15% – ha spiegato – mentre con la cura del plasma iperimmune è scesa al 6%. In altre parole – ha detto ancora Baldanti – da un decesso atteso ogni 6 pazienti, si è verificato un decesso ogni 16 pazienti. Contemporaneamente tutti i parametri miglioravano al termine della prima settimana, così come la polmonite bilaterale.

La sperimentazione

L'uso del plasma di un malato guarito non è una novità, si tratta di un tipo di terapia utilizzata fin dall’inizio del secolo scorso, ma ha ricevuto un crescente interesse nella terapia della Mers (Middle east respiratory syndrome da coronavirus), nella influenza aviaria (H1N1 e H5N1), nella Sars (Severe acute respiratory syndrome) e nella infezione da Ebola.

E l’Organizzazione mondiale della sanità ne ammette l’utilizzo "nel caso di malattie gravi per cui non ci sia un trattamento farmacologico efficace”.

La sperimentazione di Mantova e Pavia con plasma iperimmune contro il coronavirus è partita il 17 marzo e si è conclusa l’8 maggio: 46 i pazienti coinvolti.

A ogni paziente sono stati prelevati 600 ml di sangue perché si è capito che la quantità ottimale da infondere è circa 300 ml per malato. Prelevando 600 ml di sangue ogni guarito può aiutare due malati”, ha spiegato Cesare Perotti, direttore del Servizio immunoematologia e medicina trasfusionale del San Matteo di Pavia.

La raccolta è possibile grazie ai separatori cellulari presenti in diversi centri in Lombardia. ll plasma è recuperato in tutta sicurezza e nell'arco di un breve periodo dalla guarigione, perché ancora non si sa quanto a lungo resistano gli anticorpi nel sangue.

Il plasma è raccolto in tutta sicurezza e nell'arco di un breve periodo dalla guarigione - perché ancora non si sa quanto a lungo resistano gli anticorpi nel sangue- e la raccolta è possibile grazie ai separatori cellulari presenti in diversi centri in Lombardia.

Nonostante i risultati positivi, si aspetta la pubblicazione sulla rivista scientifica Jama dello studio per avere la patente che lo renda scientificamente spendibile.

Da qualche giorno, la terapia, sempre in via sperimentale, è applicata su circa 120 pazienti anziani ospiti delle case di riposo del Mantovano, dove è partito un nuovo progetto pilota.

“A colpirmi è stata anche la facilità di questo trattamento terapeutico – ha spiegato Raffaello Stradoni, Direttore Generale dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova -che è a disposizione di ogni centro trasfusionale. Qui a Mantova abbiamo un ottimo centro trasfusionale che però non è universitario, siamo un’azienda provinciale, tuttavia il nostro centro è stato in grado di raccogliere una grande quantità di sacche. E ringrazio Avis, che ci ha aiutato in modo esemplare".

I limiti della terapia e dei donatori

Per poter dire se una persona, che ha contratto l’infezione, non si infetterà più con Covid-19 abbiamo bisogno di diversi elementi.

Tra questi la componente neutralizzante, quella che blocca l'infettività del virus, deve essere presente nella quantità ritenuta necessaria. Non è detto che chi ha avuto il Covid in modo conclamato abbia gli anticorpi ritenuti necessari per la terapia e viceversa chi l'ha fatta in modo asintomatico potrebbe avere invece gli anticorpi di cui si ha bisogno per curare un malato.

Non si sa però per quanto tempo queste persone possono mantenere un livello alto di anticorpi necessari. Una delle cose che dobbiamo conoscere è quanto dura la componente anticorpale nel tempo. Cioè, se io supero la malattia e sviluppo alti livelli di anticorpi neutralizzanti, questi livelli quanto durano? Per quanto risultano efficaci?

Banca del plasma iperimmune

Forse anche per questo si è dato il via al progetto di una banca per raccogliere il plasma.

Presentando la sperimentazione di Pavia e Mantova, lo scorso 11 maggio la Regione Lombardia ha lanciato il progetto della banca del plasma iperimmune.

"Ogni ospedale chiamerà chi è guarito dal Covid-19 e lo inviterà a donare il plasma”, ha spiegato l'assessore regionale della Lombardia al Welfare Giulio Gallera.

Saranno circa 500 mila le persone che saranno testate. In un primo momento “sarà verificato il livello di immunità e di forza degli anticorpi nel loro plasma e una volta individuata la capacità, verrà loro chiesto di fare la donazione”.

Perché la necessità di una banca del plasma già da ora?

Se le trasfusioni sono semplici, l'ideale in caso di emergenza è avere il plasma compatibile a portata di mano. Infatti, il plasma deve essere idoneo e ABO-compatibile con il paziente che lo deve ricevere.

Per altro come è già stato detto, non si sa ancora quanto durerà il patrimonio anticorpale, quindi è meglio metterlo al sicuro.

Al momento non si è in grado di conoscere quanti guariti possono essere ritenuti donatori, un contributo notevole alla costituzione della banca lo darà sicuramente l'Avis.

In attesa del vaccino, che non dovrebbe essere disponibile prima del 2021, la terapia del plasma può aiutare a salvare vite umane.

E l'industria farmaceutica sta a guardare?

Le società scientifiche Sidem(Società italiana di emaferesi e manipolazione cellulare) e Simti (Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia) hanno pubblicato il 27 marzo 2020 un position paper sulla produzione di plasma iperimmune da utilizzare nella terapia del Covid-19 e sulla produzione industriale si sono espresse così:

"Qualora sia provata l’efficacia del prodotto, nel medio periodo la disponibilità di plasma iperimmune da donatori abituali guariti potrebbe, in principio, consentire l’applicazione di processi industriali di preparazione di prodotto di grado farmaceutico attraverso la costituzione di pool specifici da sottoporre a procedure di inattivazione con tecnica solvente e detergente, in modo da ottenere un prodotto standardizzato di grado farmaceutico, con caratteristiche di costanza e ripetibilità (almeno intra-lotto). Questo garantirebbe la produzione di plasma iperimmune a titolo noto e standard di anticorpi anti Sars-Cov-2. E’ raccomandabile un’interlocuzione in tal senso con le industrie farmaceutiche e con l’Agenzia italiana del farmaco, Aifa".