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Covid-19: le falle del "modello Italia", un reportage svela la disfatta della Lombardia

Pio Albergo Trivulzio retirement home in Milan (Photo by MIGUEL MEDINA / AFP)
Pio Albergo Trivulzio retirement home in Milan (Photo by MIGUEL MEDINA / AFP)   -   Diritti d'autore  MIGUEL MEDINA/AFP
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L'Italia ha avuto la sfortuna di essere la prima nazione occidentale ad essere colpita dalla pandemia di Covid-19 e il suo totale ufficiale di oltre 26.600 morti è inferiore solo a quello degli Stati Uniti nel bilancio globale delle vittime. Il primo caso italiano è stato registrato il 21 febbraio, in un momento in cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità insisteva ancora sul fatto che il virus fosse "contenibile" e non così contagioso come l'influenza.

Virologi ed epidemiologi dicono che ciò che è andato storto in Lombardia sarà studiato per anni, visto come l'epidemia ha travolto un sistema medico a lungo considerato uno dei migliori d'Europa, mentre nella vicina regione Veneto l'impatto è stato significativamente più controllato. L’agenzia di stampa Associated Press ha dedicato un reportage alla “tempesta perfetta” in Lombardia.

IN CAMPO LE PROCURE

Le procure, intanto, stanno decidendo se procedere per responsabilità penale sulle centinaia di morti nelle case di cura, molte delle quali non rientrano nemmeno nel bilancio ufficiale lombardo, la metà del totale italiano.

Al contrario, i medici e gli infermieri lombardi in prima linea vengono acclamati come eroi per aver rischiato la vita per curare i malati in condizioni straordinarie di stress, stanchezza, isolamento e paura. Un funzionario dell'OMS ha detto che è stato un “miracolo” che abbiano salvato così tante vite.

COLTI IMPREPARATI

L'Italia è stato il primo Paese europeo a fermare tutto il traffico aereo con la Cina il 31 gennaio e ha persino messo degli scanner negli aeroporti per controllare le temperature dei passeggeri agli arrivi. Ma al 31 gennaio era già troppo tardi. Gli epidemiologi ora dicono che il virus ha cominciato a circolare in Lombardia dall'inizio di gennaio, se non prima.

I medici che a gennaio la curavano come polmonite non sapevano che si trattasse di coronavirus, dato che i sintomi erano simili e si credeva che il virus fosse ancora in gran parte confinato in Cina. Anche dopo che l'Italia ha registrato il suo primo caso il 21 febbraio, i medici non hanno capito come il Covid-19 poteva presentarsi, con alcuni pazienti che stavano sperimentando un rapido declino delle loro capacità respiratorie.

“Dopo una fase di stabilizzazione, molti pazienti peggioravano rapidamente. Non avevamo le informazioni cliniche - ha detto all’AP il dottor Maurizio Marvisi, pneumologo di una clinica privata di Cremona - Non c'era nulla nella letteratura medica".

Poiché i reparti di terapia intensiva della Lombardia si stavano già riempiendo a pochi giorni dalla scoperta dei primi casi in Italia, molti medici di base hanno cercato di curare e monitorare i pazienti a domicilio. Questa strategia si è rivelata mortale e molti sono deceduti a casa o subito dopo il ricovero, avendo aspettato troppo a lungo per chiamare un'ambulanza.

La fiducia nell'assistenza domiciliare "sarà probabilmente il fattore determinante del perché abbiamo un così alto tasso di mortalità in Italia", ha aggiunto Marivi.

L'Italia è stata costretta a ricorrere all'assistenza domiciliare anche a causa della scarsa capacità di terapia intensiva. Di conseguenza, i medici di base si sono trovati in prima linea a gestire i pazienti affetti dal virus: un esercito di professionisti per lo più autonomi che lavorano all'interno del sistema sanitario pubblico ma al di fuori della rete ospedaliera regionale italiana. Poiché solo quelli con sintomi forti venivano sottoposti al tampone, dato che i laboratori lombardi non erano in grado di elaborarne di più, questi medici di famiglia non sapevano se fossero infetti oppure no, tanto meno i loro pazienti.

Con così poche informazioni cliniche disponibili, i medici non avevano neppure linee guida su quando ricoverare i pazienti o quando indirizzarli agli specialisti. Ed essendo al di fuori del sistema ospedaliero, non avevano lo stesso accesso alle mascherine e alle attrezzature di protezione.

“La Regione era estremamente indietro nel fornirci l'equipaggiamento protettivo, spesso inadeguato, perché la prima volta ci hanno dato 10 mascherine chirurgiche e guanti - dice all’Associated Press Laura Turetta, medico nella città di Varese - Ovviamente, per il nostro stretto contatto con i pazienti, non era il modo corretto di proteggerci".

Il 7 aprile l'associazione dei medici lombardi ha inviato alle autorità regionali una lettera che elencava sette "errori" nella gestione della crisi, tra i quali spiccavano la mancanza di test per il personale medico, la mancanza di dispositivi di protezione e la mancanza di dati sul contagio. Il governo regionale ha respinto le critiche e ha difeso i suoi sforzi. Ma l'agenzia della protezione civile ha anche riconosciuto che l'Italia dipendeva dalle importazioni e dalle donazioni di dispositivi di protezione perché non ne aveva abbastanza. Circa 20.000 medici italiani sono stati contagiati e 150 camici bianchi sono morti.

SETTIMANE PERSE

Due giorni dopo aver registrato il primo caso italiano nella provincia lombarda di Lodi, innescando una quarantena in 10 città, un altro caso positivo è stato registrato ad Alzano, in provincia di Bergamo. Mentre il pronto soccorso dell'ospedale di Lodi è stato chiuso, il Pronto Soccorso di Alzano ha riaperto dopo poche ore di pulizia, diventando uno dei principali focolai di contagio. Il 2 marzo, l'Istituto Superiore di Sanità raccomandò di chiudere Alzano e la vicina Nembro come la città di Lodi. Ma le autorità politiche non hanno mai attuato la raccomandazione della quarantena, permettendo che l'infezione si diffondesse per una seconda settimana, fino a quando tutta la regione Lombardia non fu bloccata il 7 marzo.

La Lombardia ha un sesto dei 60 milioni di abitanti dell'Italia ed è la regione più popolosa del paese. Ha anche un numero di ultrasessantacinquenni superiore a qualsiasi altra regione italiana, oltre al 20% delle case di cura italiane, una bomba demografica a orologeria per le infezioni da Covid-19.

ERRORI DI VALUTAZIONE

Il 28 febbraio, a una settimana dall'inizio dell'epidemia e con ben oltre 100 casi registrati a Bergamo, la sezione provinciale di Confindustria ha lanciato una campagna sui social media in lingua inglese, #Bergamoisrunning (Bergamo corre), per rassicurare i clienti. Si è insistito sul fatto che l'epidemia non era peggiore che altrove, che la “sensazione di contagio” dovuta all'alto numero di infezioni era a causa dei test a tappeto e che la produzione nelle acciaierie e in altre industrie non era stata colpita.

Il sindaco di Milano proclamava: "Milano non si ferma". Oggi la Lombardia continua ad aggiungere una media di 950 infezioni al giorno, mentre altre regioni ne aggiungono da qualche decina a 500 a testa, con la maggior parte dei nuovi casi registrati nelle case di cura. L'Italia sta per iniziare una graduale riapertura il 4 maggio e la Lombardia sarà probabilmente l'ultima a essere completamente aperta, con i suoi 73.000 casi confermati, il 70% del totale italiano, e si stima che il numero reale possa essere 10 volte superiore.

UN COSTOSO OSPEDALE DA CAMPO

Forse nessuna iniziativa illustra meglio la confusa risposta alla pandemia di Covid-19 in Italia più dell’ospedale da campo da 200 posti letto costruito in meno di due settimane nel centro congressi di Milano.

L'ospedale è stato inaugurato con grande clamore il 31 marzo, frutto di una campagna di raccolta fondi di 21 milioni di euro condotta dal governatore della Lombardia per cercare di allentare la pressione sui reparti di terapia intensiva regionale.

L'Agenzia nazionale di protezione civile si è opposta al piano, sostenendo che non avrebbe mai potuto dotare in tempo la struttura di ventilatori o di personale. L'Agenzia preferiva invece unità di campo più piccole allestite al di fuori degli ospedali e un programma per spostare altrove i pazienti critici. Alla fine, l'ospedale da campo di Milano è stato a malapena utilizzato, trattando solo poche decine di pazienti. Da quando è stato inaugurato, la Lombardia ha visto diminuire notevolmente la pressione sui reparti di terapia intensiva, con appena 700 persone che oggi hanno bisogno di cure intensive.

IL MASSACRO NELLA CASA DI CURA

Centinaia di anziani sono morti in Lombardia e in tutta Italia in quello che un funzionario dell'OMS ha definito un “massacro” dei più vulnerabili al virus. Le procure stanno indagando su decine di case di cura e sulle misure adottate dalle autorità sanitarie locali e dai governi regionali che potrebbero aver aggravato il problema. La Lombardia ha più case di cura di qualsiasi altra regione, con almeno 24.000 anziani, e ha registrato più morti in quelle strutture rispetto ad altre.

Di particolare attenzione per i pubblici ministeri è stata la decisione dell'8 marzo del governo regionale di consentire il ricovero dei malati di Covid-19 nelle case di cura per liberare letti d'ospedale. La regione dice di aver richiesto che le case di cura garantissero l'isolamento dei pazienti, ma non è chiaro chi sia responsabile di questo o se qualcuno abbia controllato. Già in precedenza il personale di alcune case di cura ha detto che la direzione aveva impedito loro di indossare mascherine per paura di spaventare i residenti.

Un decreto regionale del 30 marzo, sempre per allentare la pressione sui reparti di terapia intensiva lombardi, diceva ai direttori delle case di cura di non ricoverare i malati over 75 se avevano altri problemi di salute. Il decreto diceva che era "l'occasione di curarli nella stessa struttura per evitare ulteriori rischi di declino nei trasporti o durante l'attesa al pronto soccorso".

Per gli anziani di una casa di cura di Nembro, una delle città più colpite della provincia di Bergamo, il decreto equivaleva a una condanna a morte. Ma non è stata la prima o l'unica a dare ai gestori della casa di riposo la sensazione di essere stati abbandonati.

Quando il 24 febbraio la direzione ha vietato proattivamente i visitatori per cercare di proteggere i residenti e il personale dal contagio, le autorità sanitarie locali hanno risposto minacciando sanzioni e la perdita dell'accreditamento per aver interrotto le visite ai familiari, come affermato dal nuovo direttore della struttura, Valerio Poloni, all’Associated Press.