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"Coronavirus? Un alibi per chi ce l'ha con i cinesi"

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"Coronavirus? Un alibi per chi ce l'ha con i cinesi"
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Clienti che si rifiutano di farsi servire da personale asiatico, cinesi estromessi da mezzi pubblici di trasporto e i loro figli presi in giro. E poi quei cartelli scritti in cinese: "vietato l'ingresso", come quello che è comparso fuori da un bar a Roma.

Pregiudizio e discriminazione ai danni della comunità del celeste impero sono i virus che infettano la società, mentre il coronavirus infetta i corpi.

E tutti abbiamo scoperto che esiste il razzismo contro i cinesi. Secondo Marco Wong, presidente onorario di Associna, il coronavirus è solo un "alibi" che nasconde sentimenti preesistenti che ora emergono senza filtri. Sentimenti di pochi "Ma alle volte anche poche persone possono avere un'influenza molto negativa sulla vita di altri", dice. "Anch'io nella mia vita ho subito diversi episodi di discriminazioni, se dovesse ricapitarmi, come adulto, ho le spalle larghe ma su un bambino o su qualcuno più fragile, si possono fare molti danni", racconta Wong.

Anche durante la Sars tanti episodi di razzismo

È la prima volta che si respira questo clima? No, non è la prima volta nel corso dell'epidemia di Sars fu lo stesso. "I ristoranti cinesi subirono un calo importante e prolungato dei loro affari. Anche mio padre, che durante l'epidemia aveva avuto un raffreddore, quando starnutiva faveva il vuoto attorno a sé - racconta Wong - Quello che era diverso erano i social: meno presenti nella vita di tutti quanti. E poi la Cina: meno presente nell'immaginario di tutti; l'economia cinese nel 2002 era il 9 % dell'economia mondiale, oggi è il 19 %; c'è un po' più di Cina nella vita di tutti noi. Questo forse contribuisce a fare nascere delle paure: il ritorno del pericolo giallo".

Oggi c'è un po' più di Cina nella vita di tutti noi. Questo forse contribuisce a far nascere delle paure...come il ritorno del pericolo giallo
Marco Wong
presidente onorario Associna

Quella docente universitaria additata sul treno come un'untrice

In Italia Francesco Wu, consigliere di Confcommercio Milano, in Francia Sacha Lin Jung dell’associazione dei cinesi residenti in Francia, hanno denunciato ognuno nel proprio Paese il fiorire di episodi di discriminazione in questi giorni di fobia da coronavirus. Anche Wong ha raccolto delle testimonianze: "Ho saputo di un ragazzino cinese preso a male parole durante una partita di calcio, del caso di una docente duniversitaria cinese che in treno ha ricevuto dei commenti come fosse un'untrice.

Poi c'è il web, con le fake news. Per esempio c'è uno italiano che non parla cinese, che dice di trovarsi a Whuan dove ci sono milizie armate che sparano a vista e il coronavirus sarebbe lì, partito da un laboratorio di armi chimiche di cui lui sa anche se non parla cinese e anche se milizie armate sparano... C'è un altro video, riguarda un mercato indonesiano, un sito animalista lo ha ripreso e modificato e ha iniziato a dire che a causa delle abitudini alimentari dei cinesi si è diffuso il virus".

Razzismo e invidia sociale

Non è tutto. L'invidia sociale è un tratto del razzismo, secondo Wong: "La comunità dei cinesi all'estero è spesso diversa da altre comunità e in qualche caso può scattare anche un meccanismo d'invidia, si invidia il fatto che un cinese possa avere un'azienda o magari comprarsi una bella macchina".

Col razzismo si sviluppano anche i suoi anticorpi: un pranzo di solidarietà è stato organizzato a Milano per la comunità del Dragone, in Francia è partita la campagna 'je nesuis pas un virus', condivisa da tutti.

La psicosi anticinese, lascerà la scia?

Per Wong la psicosi anticinese potrebbe influire negativamente sul turismo, anche dopo la fine dell'epidemia di coronovirus "e proprio nell'anno in cui la Cina avrebbe voluto incentivare il turismo verso l'Italia in occasione dei 50 anni dell'avvio delle relazioni diplomatiche..."