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Chi sono i vincitori del Nobel per la letteratura, Olga ToKarczuk e Peter Handke

Chi sono i vincitori del Nobel per la letteratura, Olga ToKarczuk e Peter Handke
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I vincitori del premio Nobel per la letteratura sono la polacca Olga ToKarczuk e l'austriaco Peter Handke. L'Accademia di Svezia ne ha premiati due - uno per il 2019 e uno per il 2018 - perché l'anno scorso l'onorificienza non è stata assegnata dopo uno scandalo sessuale che ha travolto il marito di una giurata, Katarina Frostenson, ovvero il fotografo Jean-Claude Arnault.

Prima dell'annuncio, i favoriti erano la canadese Margaret Atwood, il ceco Milan Kundera e il giapponese Haruki Murakami, assieme ad un'altra canadese, la poetessa e saggista Anne Carson, e alla scrittrice di Guadalupe Maryse Condé.

Olga Tokarczuk era data otto a uno: il suo I vagabondi racconta in maniera magistrale cosa significa abbandonare un luogo e reinventarsi altrove. La motivazione ufficiale data dalla giuria è la seguente: "per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l'andare al di là dei confini come forma di vita". L'anno scorso ha vinto uno dei più prestigiosi premi, il Man Booker International Prize.

Handke ha ritirato il premio 2019 "per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell'esperienza umana", si legge nelle motivazioni.

Adrianna Bochenek/Agencja Gazeta/via REUTERS

Chi è Olga Tokarczuk, la scrittrice "senza biografia"

Considerata la romanziera più dotata della sua generazione in Polonia, nelle sue opere ha condotto il lettore alla ricerca della verità attraverso universi policromi, mescolando finemente realtà e metafisica. Politicamente impegnata a sinistra, ecologista e vegetariana, la scrittrice 57enne - dreadlocks in testa - non ha esitato a criticare le politiche dell'attuale governo nazionalista conservatore del PiS. Nata il 29 gennaio 1962 in una famiglia di insegnanti di Sulechow, nella Polonia occidentale, è autrice di una dozzina di libri. Laureata in psicologia all'Università di Varsavia, si è interessata al lavoro di Karl Jung. Ha lavorato come psicoterapeuta a Walbrzych (in Germania) dove si è lanciata nel mondo della scrittura; prima di darsi alla prosa, si è messa alla prova con una raccolta di poesie.

Dopo il successo dei suoi primi libri, si è dedicata interamente alle lettere e si è stabita nel villaggio di Krajanow, sui monti Sudeti. Oggi i suoi libri sono i più venduti in Polonia e sono tradotti in più di 25 lingue, tra cui catalano e cinese. Molti dei suoi lavori sono stati adattati per il teatro e lo schermo. La sua produzione spazia dal racconto filosofico filosofico al giallo ecologico impegnato e metafisico, passando per il romanzo storico. Solamente cinque suoi libri sono stati tradotti ed editi in italiano.

Nel suo universo poetico, il razionale si fonde con l'irrazionale. Il suo mondo è in perpetuo movimento, senza un punto fisso, con personaggi le cui biografie e personaggi si intrecciano e, come un gigantesco puzzle, creano uno splendido quadro d'insieme. Tutto questo è descritto in un linguaggio ricco, preciso e poetico, attento ai dettagli, scrive AFP.

"Olga è una mistica alla continua ricerca della verità, una verità che può essere raggiunta solo in movimento, trasgredendo i confini. Tutte le forme, le istituzioni e le lingue fisse sono la morte", spiega all'agenzia una delle sue amiche, Kinga Dunin, anch'essa scrittrice e critica letteraria.

Tokarczuk si descrive come una persona senza biografia: "Non ho una mia biografia chiara che potrei raccontare in modo interessante. Sono composta da quei personaggi che mi sono tolto dalla testa, che ho inventato. Sono fatta da tutti loro, ho una biografia multiforme, enorme", ha detto la scrittrice in un'intervista rilasciata al Polish Book Institute. Uno dei suoi libri, Księgi Jakubowe, "Il libro di Giacobbe", best seller in Polonia, è stato oggetto di forti attacchi da parte dei circoli nazionalisti.

Dopo un'intervista alla televisione pubblica del 2015, in cui ha denunciato il mito di una Polonia tollerante e aperta, ha ricevuto minacce di morte per aver "diffamato il buon nome della Polonia e dei polacchi". Per una settimana, l'editore l'ha fatta scortare da guardie del corpo. Olga Tokarczuk, madre di un figlio già adulto, è anche coautorice della sceneggiatura del film "Spoor" diretto da Agnieszka Holland e ispirato al suo romanzo "Sulle ossa dei morti". Tra romanzo poliziesco ecologico e racconto filosofico, il film uscito nel febbraio 2017 ha vinto il premio Alfred-Bauer alla Berlinale nello stesso anno e ha rappresentato la Polonia nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero.

REUTERS/Hugo Correia/File Photo

Chi è Peter Handke, dandy amico di Wim Wenders e dalle posizioni filo-serbe

L'austriaco Peter Handke (Griffen, 1942), premio Nobel per la letteratura 2019, è uno degli scrittori di lingua tedesca più originali e di successo della seconda metà del XX secolo e senza dubbio il più controverso per la sua posizione pro-serba a proposito della guerra dei Balcani negli anni Novanta.

Handke, nato nella regione austriaca della Carinzia da madre di minoranza slovena e padre tedesco, ha studiato legge nella città di Graz, anche se ben presto si è dedicato esclusivamente alla vocazione letteraria che lo ha portato a scrivere per il teatro, ma anche poesie, racconti, romanzi, sceneggiature, saggi e libri di viaggio.

Scrittore poliedrico dal look dandy, con lunghi capelli pettinati all'indietro, baffi, pizzetto e occhiali, vive alla periferia di Parigi da più di 25 anni. Infaticabile camminatore e amante del silenzio, ha esplorato fin dalle prime opere la fragilità del linguaggio, la difficoltà della comunicazione umana, il senso dell'esistenza, la solitudine e lo sradicamento.

Conosciuto agli albori per la sua irriverenza e il suo spirito provocatorio, il primo spettacolo teatrale con cui ha ottenuto ampio riconoscimento è stato "Publikumsbeschimpfung" ("Insulti al pubblico", 1966), in cui quattro attori analizzano la natura del teatro e si dedicano ad insultare il pubblico e a lodare la propria interpretazione. L'opera teatrale ha creato scalpore e ha messo in luce la volontà di Handke di esplorare questa direzione in altri copioni senza trama convenzionale, personaggi lineari o separazione tra attori e pubblico.

Tra i suoi primi lavori da commediografo spicca anche "Kaspar" (1968), che presenta il caso di Kaspar Hauser, un adolescente del XIX secolo cresciuto completamente isolato e che la società distrugge imponendogli il suo linguaggio e i suoi valori razionali.

La sua consacrazione è arrivata con il suo romanzo più noto: "La paura del portiere prima del calcio di rigore", da cui è stato tratto nel 1972 un film diretto da Wim Wenders. Dal tono esistenzialista, racconta la storia dell'ex portiere Josef Bloch dopo essere stato licenziato come meccanico. Con l'amico Wenders ha realizzato in tutto sei progetti tra cui la sceneggiatura de "Il cielo sopra Berlino" (1987).

Altri romanzi di rilievo sono "Breve lettera del lungo addio" (1972), "Il Cinese del dolore" (1983), "Pomeriggio di uno scrittore" (1987) e "Il mio anno nella baia di nessuno" (1994).

Come altri grandi scrittori austriaci, tra cui Thomas Bernhard o il premio Nobel Elfriede Jelinek, Handke ha avuto un rapporto mai facile con il proprio paese, che ha lasciato alla fine degli anni Ottanta per vivere in Francia. La polemica che ha segnato la vita di Handke viene dalla pubblicazione di "Un viaggio d'inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero giustizia per la Serbia" nel 1996. I critici hanno letto il libro come un opuscolo pro-serbo; secondo alcuni metterebbe in discussione il genocidio di Srebrenica, in cui circa 8mila maschi musulmani sono stati massacrati dalle forze serbo-bosniache nel 1995.

Handke ha negato di aver mai messo in discussione o minimizzato il massacro e ha assicurato di aver solamente criticato il fatto che i serbi siano stati demonizzati e incolpati di tutti i mali della guerra. Alcuni intellettuali, come Jelinek e Wenders, hanno difeso Handke e criticato quella da loro considerata una campagna diffamatoria.

La polemica è tornata ad accendersi dopo la sua visita all'ex presidente serbo Slobodan Milosevic nel 2004, quando era detenuto nel carcere dell'Aia per crimini di guerra. In un saggio pubblicato su una rivista letteraria nel 2005, intitolato "Le tavole di Daimiel", nega la legittimità del Tribunale Internazionale per l'ex Jugoslavia nel processo Milosevic e ribadisce che i serbi sono le vere vittime della guerra e dei bombardamenti della NATO nel 1999.

Queste sue esternazioni gli hanno fatto perdere consensi e simpatia nell'ambiente. L'assegnazione del Premio Heine a Handke, nel 2006 ha fatto molto scalpore in Germania. Alla fine ha rinunciato all'onorificienza e ai 50mila euro ad essa connessi, rifiutandosi anche di ricevere il Premio Internazionale Ibsen per via delle medesime polemiche sorte in Norvegia.