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Il dilemma olandese sull'accoglienza dei rifugiati

Il centro di accoglienza di Amere ospita circa 150 persone
Il centro di accoglienza di Amere ospita circa 150 persone Diritti d'autore Euronews
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Di Vincenzo Genovese
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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L'aumento delle richieste di asilo nel 2022 ha messo sotto pressione il sistema e provocato la caduta del governo di Mark Rutte. Ma le cause della "tempesta perfetta" nei Paesi Bassi sono molteplici: il viaggio di Euronews nel centro di accoglienza di Almere

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"Per me è come vivere in una famiglia: tutti solidali fra loro", dice Yara, pedagogista siriana in fuga dalla guerra civile nel suo paese d'origine, da pochi mesi alloggiata nel centro di accoglienza emergenziale di Amere, una ex caserma dei pompieri alle porte di Amsterdam. 

Ma non tutti sono d'accordo con lei. "Non c'è privacy, ci danno cibo immangiabile, ho avuto un'infezione per dieci mesi e nessun medico per curarmi". Anche Ahmed è siriano: non parla inglese, ma usa un'applicazione con cui traduce dall'arabo i messaggi che invia sul telefono. "Da un anno e mezzo non vedo mia moglie, e non sto lavorando per mantenere la mia famiglia".

Le loro voci raccontano la realtà a due facce dell'accoglienza nei Paesi Bassi, dove gli standard per richiedenti asilo e rifugiati restano più alti rispetto a molti Stati europei. Ma qualcosa sembra essersi inceppato nella macchina olandese, e l'aumento dei richiedenti asilo registrato nel 2022 è solo una delle cause.

Un centro modello?

L'anno scorso le richieste di asilo nei Paesi Bassi hanno toccato il livello più alto dal 2016, 47.991, secondo i dati del ministero dell'Immigrazione. I primi mesi del 2023 presentano grossomodo gli stessi numeri, notevolmente più alti rispetto agli anni precedenti.

L'incremento ha reso necessaria l'apertura di alcuni centri di accoglienza “di emergenza” in tutto il Paese, come spiega a Euronews Bastiaan van Blokland, portavoce della Croce Rossa olandese.

"Non c'erano posti letto, quindi le persone rimanevano senza alloggio e quindi è intervenuta la Croce Rossa. Da allora siamo diventati parte integrante della struttura di accoglienza: gestiamo centri in coordinamento con il governo per assicurare sempre un numero permanente di posti letto".

Il centro di Almere ospita circa 150 persone, che hanno fatto richieste di asilo nei Paesi Bassi e attendono la risposta delle autorità. Sono perlopiù giovani uomini, con i siriani come gruppo più numeroso. Le condizioni sembrano dignitose, soprattutto se comparate ai grossi centri d'accoglienza dei Paesi mediterranei, dai Cara italiani alle struttre greche e maltesi.

Gli ospiti ricevevono tre pasti al giorno e una somma di 12 euro a settimana, possono uscire a loro piacimento e in teoria pure lavorare, per un massimo di 12 settimane 'anno. Ma in pratica molti di loro passano le proprie giornate nella sala comune, spiegano ospiti e operatori.

Alcuni, come Ahmed, soffrono la convivenza in camerate da dieci persone, l'accumulo di sporcizia e soprattutto l'attesa, che nel suo caso dura da più di un anno. "Le mie giornate sono disgustose".

Altri sembrano determinati a rimboccarsi le maniche: Yara cerca di imparare l'olandese e di intrecciare relazioni con i suoi coinquilini. Ma anche per lei l'attesa pesa: "Mio marito e i miei due figli sono in Siria e non li vedo nove mesi, è molto difficile per me. Ora devo mettere in conto un altro anno prima vederli, spero non di più".

A gestire le domande di asilo a livello nazionale è il Coa (Centraal Orgaan opvang asielzoekers). Secondo gli operatori della Croce Rossa, il tempo di esame per una richiesa di asilo nei Paesi Bassi varia molto a seconda di diverse circostanze, come la nazionalità del richiedente o i motivi della richiesta.

"Qualche tempo fa un ospite è entrato in sciopero della fame, e qualche giorno dopo è stato ricevuto per un'intervista dal Coa, che in realtà era già programmata. Ma gli ospiti hanno immaginato una relazione causale tra le due cose e ci sono stati altri scioperi della fame".

"Semplicemente non ci sono abbastanza alloggi a prezzi accessibili in questo Paese. Ciò significa competizione tra gli olandesi che hanno diritto all'edilizia sociale a prezzi accessibili e i rifugiati"
Jeroen Doomernik
Professore associato di scienze politiche dell'Università di Amsterdam

La questione abitativa

Chi ottiene lo status di rifugiato può migliorare sensibilmente le proprie condizioni: ha diritto per legge a un appartamento privato e al ricongiungimento con i propri familiari, racconta a Euronews Jeroen Doomernik, professore associato di scienze politiche dell'Università di Amsterdam. "È un trattamento pressoché unico rispetto agli altri Paesi europei"

Ma la carenza di alloggi ingrossa le liste di attesa, costringendo diverse persone a rimanere nei centri più del dovuto. 

"C'è una crisi abitativa: semplicemente non ci sono abbastanza alloggi a prezzi accessibili in questo Paese, soprattutto nelle città più grandi, ma praticamente ovunque. Ciò significa anche una grossa competizione tra gli olandesi che hanno diritto all'edilizia sociale a prezzi accessibili e i bisogni dei rifugiati", spiega il professore.

E quando non c’è spazio a terra, lo si cerca in mare: vicino ad Amsterdam è ancorata la nave Silja Europa, usata in passato per crociere di lusso, che ospita centinaia di persone migranti.

"L'alloggio era pulito e spazioso, ma il cibo pessimo e il personale poco attento alle nostre esigenze. Però non ci si può lamentare, visto che è tutto offerto dallo Stato..." dice a Euronews una donna di origine colombiana, che ha appena ottenuto lo status di rifugiata.

Reazione a catena

Proprio per questo il governo di Mark Rutte aveva cercato di diminuire il numero di ricongiungimenti familiari. 

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"All'inizio si era stabilito che i rifugiati per cui un comune non aveva ancora trovato un alloggio non erano autorizzati a portare con sé i familiari. Ma la Corte ha giudicato il provvedimento illegale e il governo ha dovuto pensare a qualcos'altro, spiega il professore".

"L'idea era tornare agli status di protezione differenziati che avevamo fino agli anni 2000. Le persone definite come 'rifugiati' in base a persecuzioni personali avrebbero avuto diritto al ricongiungimento familiare, chi scappava dalla guerra civile o da altre situazioni simili doveva aspettare".

Questa distinzione era legittima, spiega il professore, ed è la stessa applicata in altri Paesi dell'Ue. Ma due partiti della coalizione di governo si sono opposti, i liberali di D66 e l'Unione Cristiana, provocando la caduta dell'esecutivo e le dimissioni del primo ministro Rutte all'inizio di luglio.

Il dissidio interno al governo riguarda dunque le politiche migratorie, ma l'aumento dei flussi migratori da solo non basta a spiegare la crisi politica olandese: crisi abitativa, inflazione e problemi ambientali che impediscono nuove costruzioni si intrecciano in quella che Doomernik definisce una "tempesta perfetta".

"La soluzione alla crisi abitativa era un piano per costruire 900mila case in più nei prossimi dieci anni. Ma i paesi Bassi producono troppo nitrogeno, abbiamo un serio problema ambientale. E l'edilizia produce nitrogeno, così come l'agricoltura, al momento un settore sotto pressione con il governo che deve ricompensare le aziende agricole per preservare le riserve naturali".

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Questa complessa situazione ha creato le premess eper la caduta dell'ultimo governo e molto probabilmente condizionerà anche il prossimo, con le elezioni previste il 23 novembre. 

L'immigrazione c'entra, ma fino a un certo punto: "I sondaggi ci mostrano che la maggioranza della popolazione olandese è a favore dell'accoglienza dei rifugiati. Ma la minoranza fa più rumore sui media e sui social network. E alla fine c'è un'idea distorta di cosa sta avvenendo nella nostra società".

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