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Vaccini scaduti distrutti e perdite milionarie: lezioni del fiasco per l'influenza H1N1

Personale sanitario prepara la vaccinazione Pfizer contro la Covid-19 in una residenza per anziani di Pamplona, nel nord della Spagna
Personale sanitario prepara la vaccinazione Pfizer contro la Covid-19 in una residenza per anziani di Pamplona, nel nord della Spagna   -   Diritti d'autore  Alvaro Barrientos/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved
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Nel luglio 2009, una pandemia sconvolge il mondo. Quella di AH1N1, conosciuta inizialmente anche come influenza suina.

Il governo italiano acquista 24 milioni di dosi di vaccino per 184 milioni di euro, ma sono solamente 865mila quelle effettivamente inoculate. Madrid compra 13 milioni di vaccini per immunizzare circa il 30-40% della sua popolazione, ma ne avanza quasi la metà, 6 milioni di dosi, andate distrutte: 42 milioni di euro in fumo.

Sono tanti i Paesi che si sono trovati costretti a distruggere i vaccini acquistati per scarsa adesione alla campagna di vaccinazione. La Francia si è liberata degli ultimi vaccini H1N1 nel novembre dell'anno successivo: 19 milioni di dosi, con un costo totale tra acquisto e distruzione di circa 400 milioni di euro.

Proprio la Francia è sempre citata come esempio del clamoroso fallimento di quella campagna di vaccinazione "in quanto è stato il Paese che più ci ha perso", indica a Euronews il ricercatore Daniel Jesús Catalán Matamoros, del Dipartimento di Giornalismo e Comunicazione Audiovisiva dell'Università Carlos III di Madrid.

Lo stesso fiasco della campagna di vaccinazione contro il virus dell'influenza A sottotipo H1N1 si è avuto un po' ovunque, anche se con gradi diversi. L'Europa è stata una delle regioni che meno ha utilizzato le dosi acquistate o donate di vaccino H1N1, secondo un rapporto dell'OMS: appena il 57%.

Gli Stati Uniti hanno buttato via 40 milioni di dosi scadute, per una perdita di quasi 260 milioni di dollari (circa 211 milioni di euro). Il Regno Unito "ha avanzato" 39 milioni di dosi, dopo aver vaccinato appena cinque milioni di persone.

La Germania comprò 50 milioni di dosi per 700 milioni di euro, con l'obiettivo di vaccinare il 30% della popolazione, ma alla fine solamente il 7% fu vaccinato (5 milioni di individui). Ai Lander restarono sul groppone 29 milioni di dosi, dopo una contrattazione con l'azienda produttrice per diminuire il numero di vaccini da 50 milioni a 34, e ci fu uno scontro istituzionale tra Berlino e le regioni su chi avrebbe dovuto pagare il conto. Ogni tentativo di vendere all'estero le rimanenze fallì, e dopo il 2011 (data di scadenza del vaccino), la Germania fu costretta a distruggere tutte le giacenze.

Un rapporto dell'Unione Europea sulla valutazione della campagna di vaccinazione rivela che scetticismo e la mancanza di interesse da parte della popolazione sono state tra le principali ragioni del fallimento. Ad esse, si è sommata la natura della malattia, meno pericolosa rispetto alla Covid-19, fattore che non ha incoraggiato di certo la vaccinazione.

Dopo 10 anni, il mondo si trova ora alle prese con un'altra campagna di vaccinazione ambiziosa e senza precedenti, allo scopo di porre fine ad una nuova pandemia. Il coronavirus ha sconvolto le vite di metà della popolazione del pianeta in modi difficili da immaginare nel 2009 (al di là dei racconti di fantascienza).

E così, oggi la Spagna ha autorizzato l'acquisto di almeno 73,6 milioni di dosi di vaccini contro la Covid-19. La Francia, uno dei paesi più scettici rispetto alle vaccinazioni, 200 milioni.

Entrambi i governi sono stati criticati per la lentezza della campagna vaccinale. Critiche sono piovute perfino sul governo tedesco, il Paese che finora ha vaccinato il maggior numero di persone nell'Unione Europea.

L'ombra della campagna vaccinale fallita durante la precedente pandemia incombe, e i governi più prudenti temono il ripetersi del fiasco. Anche questa volta ci saranno eccedenze distrutte, al costo di miliardi di euro?

Probabilmente no, se è vero, come ritiene il prof. Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all'Università di Firenze, che "paura e preoccupazione fanno da motore per le vaccinazioni", e la Covid-19 ha spaventato molto la popolazione. "Quando c'è paura di una malattia, i vaccini vengono accettati di più. In aggiunta, questa volta le persone hanno subito anche dure limitazioni della libertà personale".

Qualche informazione in più sull'influenza A

L'H1N1 è stato un sottotipo della famiglia dell'influenza, come la cosiddetta influenza spagnola che ha dato origine alla pandemia del 1918, spiegano le storiche spagnole María e Laura Lara, autrici del libro "Los caballos amarillos: Malattie che nessuno ha visto arrivare" (non tradotto in italiano).

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara l'influenza A una pandemia nel giugno di quell'anno, per un totale di 14 mesi. L'allarme rientra il 18 settembre 2010.

Le esperte ricordano che all'origine dell'infezione c'era una variante del ceppo H1N1 con materiale genetico proveniente da un ceppo umano, due suini e uno aviario. "Una mutazione ha permesso il salto tra le specie, dai maiali all'uomo, e successivamente il contagio uomo-uomo".

Durante i 14 mesi in cui è durata la pandemia, si è infettato il 14% della popolazione e sono morte 500mila persone.

Per fare i dovuti paragoni, a circa 10 mesi dalla dichiarazione di pandemia di Covid-19 da parte dell'OMS, il numero di morti per il nuovo coronavirus sfiora i 2 milioni. Il numero di infezioni confermate (86 milioni) è inferiore all'1,5% della popolazione mondiale, ma secondo le stime dell'OMS ad aver contratto la malattia potrebbe essere il 10% della popolazione mondiale.

La pandemia che non è stata

Come per la Covid-19, una volta compreso il potenziale di trasmissione del virus, anche nel caso dell'influenza AH1N1 è iniziata subito la ricerca di un vaccino.

Se nel 2020 è stata l'azienda farmaceutica americana Pfizer a vincere la "gara", nel 2009 a cantare vittoria è il gruppo farmaceutico svizzero Novartis.

Dopo i primi allarmi dell'OMS nell'aprile 2009, quando il ceppo del virus è stato isolato, "il 12 giugno è stato trovato un vaccino dal gruppo farmaceutico svizzero Novartis, assieme all'azienda britannica GlaxoSmithKline (GSK), e questo ha aperto la strada alla soluzione antivirale nella situazione di crisi causata dall'influenza A", spiegano le storiche Lara.

I test clinici sono iniziati a luglio, e ad agosto sono cominciati quelli sull'uomo.

Il motivo di questa rapidità sta nel fatto che il virus dell'influenza è tra i virus più noti. "Erano già stati prodotti mock vaccines, si partiva da protitipi già pronti, mente questa volta il lavoro contro il Sars-CoV-2 è partito da zero, trattandosi di un agente patogeno nuovo, e siamo stati velocissimi a mappare il genoma", afferma il prof. Bonanni.

Una volta visto che il vaccino per l'H1N1 funzionava, ha cominciato rapidamente ad essere prodotto in massa.

"Molti pensavano che l'influenza A non fosse un problema, e che quindi non fosse necessario vaccinarsi", dice Adolfo Garcia Sastre, professore di microbiologia alla Scuola di Medicina di Icahn dell'Ospedale del Monte Sinai. "Ma in realtà lo è stato, e se più persone fossero state vaccinate, sarebbero state salvate più vite".

Bonanni indica che, 11 anni fa, il danno sulla popolazione nel complesso è stato certamente minore, ma è stato in proporzione maggiore per la popolazione più giovane - almeno in rapporto ad un'influenza stagionale.

La popolazione più anziana aveva vissuto l'epoca post-Spagnola e probabilmente quel virus aveva analogie marcate con quello dell'influenza suina, aggiunge il docente.

In Italia, campagna vaccinale di Topo Gigio

In Italia, spiega Bonanni, “all'epoca la comunicazione venne fatta in maniera inappropriata".

Il testimonial della campagna era Topo Gigio e l'allora viceministro della Salute, Fazio, ridimensionò l'allarme parlando di virus 10 volte meno aggressivo dell'influenza stagionale. Lui stesso disse che non si sarebbe vaccinato.

"Passò un messaggio che la pandemia era una normale influenza, un messaggio sbagliatissimo. Forse non si voleva fare allarmismo, ma la pandemia non venne percepita come una seria minaccia alla salute. Se chi dovrebbe promuovere la vaccinazione, dice di non volersi vaccinare, è un messaggio che va in controtendenza", dice Bonanni.

Echi del fallimento del 2009

La Francia è un chiaro esempio di come ciò che è accaduto nel 2009 abbia ancora un eco nell'opinione pubblica, anche a distanza di un decennio. Tutti gli analisti concordano sul fatto che il "trauma" dell'influenza suina sia stato un fattore importante nella cautela sull'attuale piano vaccinale.

Il governo francese sta ora adottando una strategia basata sulla generazione di fiducia, si legge in un articolo di Franceinfo, e Parigi non ha voluto aprire "centri di vaccinazione" per effettuare vaccinazioni su larga scala, col timore di vederli vuoti.

Il governo ha cercato invece di coinvolgere i medici di famiglia - la loro assenza nella strategia fu proprio uno dei punti più criticati, nel 2009 - e per "rassicurare" i pazienti è stato stabilito un protocollo complesso, con una prima visita medica e quattro giorni di riflessione per ripensarci.

Il risultato è che, al 5 gennaio, la Francia - Paese da da 60 milioni di persone - aveva vaccinato solamente 512 persone. Di fronte alle crescenti critiche, Parigi sta ora cercando di modificare il suo piano.

Il ricercatore catalano Matamoros indica tre fattori nel fiasco della campagna di vaccinazione del 2009: la comunicazione degli effetti collaterali; una scarsa coordinazione e la disinformazione, che ha portato anche molti fornitori di assistenza sanitaria a decidere di non vaccinarsi e a non raccomandarla ai loro pazienti.

Tra gli effetti collaterali che all'epoca fecero più notizia c'era la narcolessia.

"Ricordo vividamente che eravamo tutti in fila nel corridoio e ci hanno detto che dovevamo farlo. Non è stata una scelta", le parole di un'infermiera britannica a Buzzfeed, intervistata nel 2009.

Da allora, affermava di soffrire di un disturbo cronico del sistema nervoso centrale, caratterizzato da un'estrema stanchezza diurna e da improvvisi attacchi di sonno.

Il Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) scrisse di aver riscontrato un aumento del rischio di narcolessia dopo la vaccinazione con Pandemrix, il vaccino monovalente H1N1 del 2009 utilizzato in diversi paesi europei durante la pandemia.

Tuttavia, nel 2018 un team di scienziati, tra cui esperti del CDC, ha analizzato i dati sulla sicurezza dei vaccini H1N1 (arenaprix-AS03, Focetria-MF59 e Pandemrix-AS03) in 10 studi globali e ha concluso che non c'è evidenza scientifica di alcuna associazione tra i vaccini e la narcolessia.

L'Agenzia europea per i medicinali ha infine deciso di ritirare l'autorizzazione per il vaccino Pandemrix, che comunque non era "sufficientemente richiesto", conclude il rapporto.

Enfatizzare eccessivamente gli effetti negativi del vaccino, dice il ricercatore Daniel Jesus Catalan Matamoros, può essere di sicuro controproducente se si vuole ottenere l'immunità di gregge necessaria per porre fine alla pandemia di coronavirus (stimata tra il 70% e l'80% della popolazione).

"I media stanno già cominciando a pubblicare i 'pochi' effetti negativi che il vaccino Covid-19 sta avendo. Questo tipo di copertura mediatica produce una maggiore paura e apprensione da parte del pubblico", dice il ricercatore, autore di diversi studi sull'influenza dei media in questioni di salute pubblica. "I media sono molto importanti per aumentare il tasso di vaccinazione".

Vaccinazione per una "nuova normalità"

"Con la Covid-19, ci troviamo di fronte ad un problema è molto più grande dell'influenza A". Il professor Garcia Sastre spera che questo incoraggi una maggiore percentuale della popolazione mondiale a farsi vaccinare. "C'è una maggiore incidenza di gravità dei casi di Covid-19 rispetto all'influenza A".

Tuttavia, García Sastre sottolinea che ci sono due gruppi di persone che rimarranno sempre riluttanti: gli anti-vax, un "gruppo piccolo e impossibile da convincere, perché non ascoltano nessun ragionamento pro-vaccino" , e coloro che sono fuori dai gruppi a rischio, e che, "come nel caso della vaccinazione contro l'influenza A, pensano che non sia necessario vaccinarsi".

Si può ancora cercare di far cambiare idea a questo secondo gruppo, conclude García Sastre. "Il messaggio che deve essere trasmesso è che i vaccini sono sicuri e che più persone vengono vaccinate, meno persone contrarranno malattie gravi, così che potremo tornare il prima possibile ad una vita normale - di cui tutti beneficiamo".