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Nagorno Karabakh, guerra di annunci

Di euronews
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Nagorno Karabakh, guerra di annunci
Diritti d'autore  AP/Azerbaijan's Defense Ministry
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Il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev ha annunciato che le forze armate azere avrebbero preso il controllo della città di Shushi. Le affermazioni del capo dello stato azero sono state smentite dall'Armenia, secondo la quale nella zona si continuerebbe a combattere.

Shushi si trova a meno di 15 chilometri chilometri da Stepanakert, capitale dell'autoproclamata repubblica - a maggioranza popolata da armeni - del Nagorno Karabakh. La città è considerata tanto strategica, per il controllo del territorio, quanto simbolica, per i forti legami con entrambe le parti in guerra.

L'annuncio del presidente azero ha sollevato la soddisfazione di molti abitanti di Baku. "È un giorno storico per tutti noi, lo aspettavamo da anni. Io avevo 13 anni quando abbiamo perso Shushi, quando Shushi era occupata. Ora sono molto felice che i miei figli siano qui con me, mia figlia ha 13 anni ora, e loro vedono questo, è proprio perfetto".

Aliyev ha diffuso il suo annuncio in occasione della festa della Bandiera nazionale, apparendo in tv in abiti militari e usando prevedibilmente accenti nazionalisti. "Shushi è nostra, Karabakh è nostra. Mi congratulo con il popolo azero per la sua grande vittoria".

Yerevan ha subito smentito le affermazioni di Aliyev con un comunicato diffuso in rete dal ministero della Difesa, in cui si precisa che nella zona si continua a combattere, e che l'esito del confronto non è ancora deciso. Gli armeni, dal canto loro, bollano l'annuncio azero come propaganda di guerra.

"Non ci credo affatto. Anche se restassero solo 50 combattenti armeni non riuscirebbero lo stesso a prendere il controllo della zona". "Nemmeno li ascolto. Sono sicuro che i nostri non abbiano ceduto la città. Sono soldati coraggiosi e difendono i confini e per questo sono sicuro che vinceremo".

Oltre alla guerra psicologica, c'è quella che si combatte sul terreno, e che sta generando enormi problemi ai civili. Secondo molti osservatori una catastrofe umanitaria è alle porte, legata al pericolo di un esodo massiccio di civili dalle zone dei combattimenti.