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Bielorussia, scioperi nelle fabbriche contro Lukashenko

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Mentre l'Unione europea discute sull'atteggiamento da prendere davanti alla crisi in Bielorussia, nel paese non si fermano le proteste contro il rieletto presidente Lukashenko. Ai raduni di piazza adesso si aggiungono gli scioperi che in tutto il paese riguardano le grandi fabbriche di proprietà statale: azioni che per il presidente confermerebbero l'eterodirezione della protesta.

"Sono azioni finanziate dall'estero, gli stati occidentali lo hanno perfino dichiarato apertamente, senza nemmeno nascondersi, che stavano raccogliendo fondi da inviare in Bielorussia. Posiamo vederlo tutti", ha detto in tv.

Lukashenko ha poi chiusto la porta al neonato Comitato civico che ieri chiedeva l'avvio di un dialogo, sottolineando che far parte di quell'organismo costituisce un reato penale. Tuttavia il Comitato incassa un primo riconoscimento implicito da parte di Bruxelles, che finora non ha riconosciuto il risultato ufficiale delle elezioni e preme per una soluzione negoziale della crisi.

Maria Kalesnikava, portavoce del candidato Viktor Babaryk: "Per noi è importante avviare un dialogo con le autorità, e naturalmente abbiamo bisogno di partners che ci possano aiutare. Per noi è una priorità perché il paese è nel cuore dell'Europa e dunque dobbiamo tenere i contatti con tutti, potendo contare sull'amicizia di tanti".

Il Comitato per ora raggruppa uomini d'affari, intellettuali e qualche ex esponente del sistema Lukashenko, come Pavel Latuskho, ex ministro della Cultura: "Non siamo l'opposizione, perché rappresentiamo la maggioranza della nostra società. L'opposizione è una minoranza. Ancora una volta abbiamo visto la diffusione delle manifestazioni e degli scioperi in tutta la Bielorussia: dalla capitale ai capoluoghi di regione, alle città grandi e piccole. Noi rappresentiamo la maggioranza".

La situazione nel paese resta incerta, con un pezzo della società che chiede un cambiamento profondo e un altro che pare pronto a reprimere il dissenso ad ogni costo. La presa di posizione dell'Unione europea ha dato ossigeno alla protesta, ma senza produrre, per il momento, dei cambiamenti concreti.