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Chi sono i George Floyd d'Europa: poveri, emarginati e disabili morti dopo un arresto

Un momento di protesta per la morte del venditore ambulante Mame Mbaye a Madrid nel 2018. Senegalese, era arrivato in Spagna con un barcone 12 anni prima.
Un momento di protesta per la morte del venditore ambulante Mame Mbaye a Madrid nel 2018. Senegalese, era arrivato in Spagna con un barcone 12 anni prima.   -   Diritti d'autore  OSCAR DEL POZO/AFP OR LICENSORS
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In Italia il trattamento riservato dalla polizia di Minneapolis a George Floyd "è perpetrato ai danni delle persone degli ultimi gradini della scala sociale. Le loro vite vengono considerate di minor valore: una uguale forma di razzismo, se per razzismo intendiamo una minor considerazione per la vita dell'arrestato in funzione della sua appartenenza ad alcune categorie. Parlare solo di razzismo nei confronti degli afroamericani è, da noi, una facile via di fuga rispetto all'assunzione delle proprie responsabilità in caso di episodi analoghi".

A parlare a Euronews è Fabio Anselmo, legale delle famiglie Cucchi, Aldrovandi e Magherini. Le loro storie sono tra le più conosciute nel nostro Paese: tre giovani morti mentre erano in custodia dello Stato. Ce ne sono tuttavia altre meno note, anche se certo non meno tragiche.

Leggendo di seguito degli episodi che hanno fatto più scalpore negli ultimi 20 anni nei diversi Paesi d'Europa, si nota come l'appartenenza a classi sociali meno agiate sia l'innegabile fil rouge che leghi tutte queste vicende. Contesti di povertà, emarginazione se non addirittura di disabilità.

Come abbiamo scritto qui, la profilazione razziale è una realtà anche in Europa.

Sebbene inizino a tenersi anche da noi dibattiti sulla razza e sul privilegio dei bianchi, dice Politico, sono ancora ben lungi dall'entrare nel discorso mainstream. "Forse questo è uno dei motivi per cui è più facile esprimere indignazione per episodi di razzismo all'estero: é molto più facile condannare un problema in un altro continente che ammettere i propri difetti in patria".

Italia: i casi Sapia, Ferrulli e Rasman

Nel 2014, in Calabria muore dopo essere stato immobilizzato a terra durante un TSO il 29enne Vincenzo Sapia, sofferente di gravi disagi psichici. Gli agenti gli avevano piazzato ginocchio e piede sulla schiena, scrive il Manifesto. Il suo provvedimento pende a Castrovillari ormai da anni, la famiglia ancora attende giustizia. Un infarto, la prima ipotesi degli inquirenti dopo le indagini preliminari, anche se il ragazzo non aveva mai sofferto di patologie cardiache. Ma la Gip ha deciso di approfondire le indagini sui protocolli operativi che prevedono procedure speciali in caso di arresto di persone in condizioni di disagio psichico.

Storia simile quella di Michele Ferrulli, manovale di 51 anni con piccoli precedenti, deceduto a Milano nel giugno 2011 di arresto cardiaco mentre i poliziotti lo stavano ammanettando a terra. I quattro agenti imputati sono stati assolti nei primi due gradi di giudizio, mentre i familiari ritengono che l’uomo sia morto per le percosse subite.

Un altro caso in cui si mescolano violenze poliziesche, marginalità sociale e disagio psichico è quello di Riccardo Rasman, disabile psichico morto nell’ottobre 2006 a Trieste dopo un’irruzione della polizia a casa sua. In sede penale, scrive la RAI, tre poliziotti sono stati condannati in via definitiva nel 2011 per eccesso colposo di legittima difesa, avendo causato la morte di Rasman - netturbino - per asfissia di posizione. La Cassazione ha respinto il ricorso dei familiari per ottenere un risarcimento più alto rispetto al milione e 200mila euro ottenuti in primo grado e in appello. Rasman fu trovato con le manette e le mani dietro la schiena, filo di ferro alle caviglie, diverse ferite e con segni di “imbavagliamento con blocco totale o parziale della bocca, effettuato con un cordino o con qualcosa di simile”, scrissero i periti.

Francia: il rider padre di 5 figli ucciso durante un controllo

Dopo l’uccisione di George Floyd, in diverse città francesi - dove giovani di origine araba e africana hanno venti volte più probabilità di essere fermati e perquisiti - migliaia sono scesi in strada per ricordare Adama Traoré, un 24enne nero morto in una caserma dopo essere stato arrestato alla fine di un inseguimento. L’ultima perizia è arrivata quattro giorni dopo i fatti di Minneapolis: Traoré non sarebbe morto per asfissia ma per edema cardiogeno. La famiglia ha risposto con una contro-perizia commissionata ad un medico privato.

Ma il caso recente che più di tutti ricorda quello di George Floyd è quello del rider Cédric Chouviat, 42 anni, padre di cinque figli, placcato al suolo in posizione prona da tre agenti fino a perdere i sensi. Era stato fermato per un controllo perché visto dagli agenti con il cellulare in mano alla guida del suo scooter e la targa illeggibile. Un motivo futile per morire, proprio come nel caso Floyd. La tecnica di immobilizzazione usata dagli agenti è stata la stessa. Trasportato in ospedale, Chouviat è spirato 48 ore più tardi, il 5 gennaio 2020. Secondo l’autopsia è morto asfissiato e con la laringe fratturata. A giugno, scrive Le Parisien, i quattro poliziotti responsabili non erano ancora stati ascoltati dal giudice.

In Francia, altre recenti morti in custodia della polizia rispondono ai nomi di Lamine Dieng (2007), deceduto dopo l’arresto su un furgone di polizia a Belleville e del camionista Wissam El-Yamni (2012), arrivato privo di sensi al commissariato di Clermont-Ferrand dopo il fermo per aver tirato delle pietre contro un veicolo della polizia.

Spagna: la fuga di Mbaye dagli agenti e l'infarto

"Gli Stati Uniti hanno una storia molto lunga di abusi della polizia e di razzismo", dice Jennifer Molina, portavoce della comunità africana in Catalogna, dove in migliaia hanno manifestato nel fine settimana. "Il razzismo in Spagna è doppio perché c'è, ma allo stesso tempo non se ne parla".

Una delle vittime di violenza istituzionale ricordata dagli attivisti locali è il venditore ambulante senegalese Mame Mbaye nel 2018. Morto di infarto dopo la fuga da una retata della polizia, vittima di "razzismo istituzionale" secondo amici, connazionali e colleghi che per giorni hanno occupato la piazza Lavapiés nel centro di Madrid dopo il suo decesso.

Nonostante le accuse, un tribunale ha stabilito l'anno successivo che l'arresto cardiocircolatorio non è da mettere in relazione con la retata, senza alcuna prova di comportamento violento da parte delle forze dell'ordine.

Per dieci anni Mbaye non aveva potuto regolarizzare la propria situazione amministrativa. "La sua morte ha suscitato un dibattito sulle condizioni in cui versano le persone che si trovano in una situazione irregolare in Spagna", scrive El Diario. Il suo nome è tornato a risuonare tra le strade spagnole in questi giorni.

OSCAR DEL POZO/AFP OR LICENSORS
Un momento della protesta a Madrid per la morte del venditore ambulante Mame Mbaye il 16 marzo 2018OSCAR DEL POZO/AFP OR LICENSORS

Belgio: proteste ad Anderlecht per la morte del 19enne Adil

A Bruxelles, il 10 aprile scorso è morto durante un inseguimento un 19enne di nome Adil del quartiere di Anderlecht, uno dei più poveri e più problematici della capitale belga. Il ragazzo, di origine marocchina, stava scappando da un controllo di polizia. Secondo la ricostruzione dei media locali, la moto di Adil si è schiantata su una pattuglia che arrivava nella direzione opposta mentre cercava di sorpassare un furgone. Un giornalista ipotizza che il veicolo della polizia abbia invaso l'altra corsia. Nessun segno di frenata sull'asfalto, il che proverebbe che sarebbe stata proprio la polizia a colpire Adil e non il contrario. Ora il fascicolo è in mano dei periti e dei giudici.

Anche in questo caso, come in quello di Mbaye, il suo decesso ha scatenato violenti proteste dei residenti contro le violenze poliziesche. "Diabetico, non beveva, non fumava e non era mai stato condannato dalla giustizia; un ragazzo pulito, con sogni modesti, che scopre il paese dei suoi genitori, che ha una vita tranquilla, che lavora in un garage probabilmente per vivere della sua passione: le moto", scrive l'emittente pubblica francofona. Uno dei giovani che aveva imparato a non fidarsi della polizia, prosegue l'articolo.

Un altro caso è stato paragonato in questi giorni a quello di George Floyd: si tratta della morte di Lamine Bangoura, 27 anni, durante uno sfratto nella città delle Fiandre occidentali di Roeselare nel 2018. L'ex calciatore di colore del Club Brugge, che non pagava l'affitto da mesi, secondo l'avvocato difensore della famiglia è morto per soffocamento. Il pubblico ministero chiede ora di portare alla sbarra otto ufficiali per omicidio.

Germania: ancora nessun responsabile per il richiedente asilo morto bruciato in cella

Dalla Germania arriva la storia del greco Aristeidis L., morto il 12 gennaio 2019 dopo essere stato arrestato dalla polizia per aver provocato disordini in un panificio - un episodio di sofferenza psichica che ricorda quello dell'italiano Sapia. Ammanettato mani e piedi, è stato costretto al suolo in un ascensore in posizione prona fino al soffocamento, scrive il quotidiano di Berlino Die Tageszeitung.

Un giornalista ha portato nuovamente alla ribalta il caso dopo aver scoperto lacune nelle fasi di indagini, incluso il mancato interrogatorio degli agenti presenti nell'ascensore.

"Non ci sono video sulla morte di L, nessun hashtag di Twitter, nessuna protesta [...] In Germania, non è raro che le persone muoiano per le violenze della polizia. Dal 1990, 269 persone sono state uccise dagli agenti in questo paese . Ricordate l'ultimo talk show che ne ha parlato?", scrive Taz.

Il caso Aristeidis è stato collegato a quello di Oury Jalloh, richiedente asilo della Sierra Leone morto bruciato in una cella di Dessau nel 2005, anche lui mani e piedi legati. I funzionari hanno parlato di un tentativo di suicidio, accusando Jalloh di aver dato lui stesso fuoco fuoco al materasso, ma nuove analisi suggeriscono invece l'ipotesi di un pestaggio prima del decesso. Gli attivisti hanno annunciato nuove battaglie legali, grazie anche alle nuove prove, ma 15 anni dopo la sua morte i responsabili non sono ancora stati identificati.

JAN WOITAS/AFP
Komi E., portavoce dell'iniziativa "Oury Jalloh", di fianco a delle bare simboliche fuori dal tribunale di Magdeburgo nel gennaio 2011.JAN WOITAS/AFP

Paesi Bassi: quanto pesano gli stereotipi negativi sulla comunità di immigrati?

Mitch Henriquez, un turista di 42 anni originario dell'isola caraibica di Aruba, morto cinque anni fa dopo un fermo di polizia durante un concerto. La polizia, scrive Politico, aveva parlato di comportamento violento da parte del soggetto e di resistenza all'arresto. Come nel caso di Floyd, l'autopsia ufficiale differisce da quella indipendente, secondo la quale Henriquez non è morto per "stress acuto", ma per le conseguenze di un soffocamento per il quale uno dei cinque agenti di polizia è stato poi condannato. Gli altri quattro sono stati assolti. Anche in quel caso, un video realizzato con uno smartphone contribuì a far luce sulla vicenda.

Il quartiere di Schilderswijk de L'Aia, che contiene tre dei 10 codici postali più poveri dei Paesi Bassi e dove circa l'85% della popolazione è costituita da immigrati di prima o seconda generazione, fu teatro di diversi giorni di dure proteste. Anche Amnesty NL aveva criticato l’atteggiamento della polizia e della politica: “Quanto peso hanno avuto gli stereotipi negativi che circondano la comunità antillana nella decisione di intervenire con inusuale durezza sul fermato?”.

Norvegia: il caso che ha cambiato il modo di operare della polizia

Nella ricca Norvegia, un caso simile a quello di George Floyd si è verificato nel 2006. A farne le spese Eugene Ejike Obiora, 48enne nigeriano naturalizzato norvegese morto di asfissia durante un arresto fuori da un centro per la previdenza sociale.

Immobilizzato con una tecnica di strangolamento, è stato tenuto al suolo - ventre in giù - fino alla perdita di conoscenza. Inutile il suo trasporto in ospedale. Dopo le proteste, scoppiate a livello nazionale, si è aperto nel paese un dibattito sul razzismo in seno alle autorità.

L’anno successivo sono stati annunciati cambiamenti nei protocolli di formazione e una revisione approfondita delle metodologie disciplinari.

Svizzera: chi ha ucciso Mike?

"La violenza poliziesca contro i neri coinvolge anche la Svizzera", scrive il quotidiano elvetico Le Nouvelliste. Il caso è quello di Mike Ben Peter, nigeriano morto nel marzo 2018 dopo un controllo degli agenti a Losanna. Mantenuto a terra per sei minuti, è morto per una crisi cardiaca l'indomani all'ospedali. Sopra di lui, "il peso di sei agenti di polizia", aggiunge Le Nouveliste.

Le autorità dicono di aver trovato delle dosi di cocaina nella bocca dell'uomo, paventando l'ipotesi dell'overdose, ma i risultati dell'analisi tossicologica hanno escluso tracce di questo stupefacente nel sangue della vittima. Il 40enne nigeriano apparteneva al collettivo “Jean Dutoit”, formato da migranti e da alcuni sostenitori.

Le perizie parlano di cause del decesso attribuibili a diversi fattori, tra cui stress, obesità, malformazione cardiaca, escludendo che il plaquage ventral abbia giocato un ruolo decisivo. Ma la famiglia di Peter e i suoi avvocati contestano una versione che "legittimerebbero le violenze della polizia".

Due anni dopo, l'inchiesta è ancora in corso. Anche in Svizzera, i manifestanti sono scesi in strada per chiedere "chi ha ucciso Mike?"

Regno Unito: nessun agente condannato per omicidio nonostante 1741 morti dal 1990

Nel Regno Unito, scrive Vice, si sono contate 1.741 morti in custodia della polizia dal 1990, anche se nessun agente è stato condannato per omicidio colposo o omicidio preterintenzionale dal 1986.

Il caso più celebre è certamente quello di Ian Tomlinson, un venditore di giornali spinto per terra da un agente durante la protesta anti-G20 a Londra, nel 2009. Più tardi, l'uomo è collassato in una strada vicina morendo di emorragia interna.

Dopo una prima autopsia si era avanzata l'ipotesi di attacco cardiaco, anche se esami successivi hanno poi rivelato la vera causa del decesso. Il poliziotto Simon Harwood è stato accusato dell'omicidio del 47enne ma è stato infine scagionato. Licenziato dalla Metropolitan Police, il corpo si è scusato con la famiglia di Tomlinson e ha concordato con la stessa un risarcimento.

In un lungo articolo, Al Jazeera nel 2014 raccontava le storie di alcune delle persone morte in custodia di agenti o funzionari dell'immigrazione.

Sean Rigg, produttore musicale di colore che soffriva di disturbi psichici,è morto nella stazione di polizia di Brixton nel 2008 per arresto cardiaco. "Nonostante fosse chiaramente malato, era stato ammanettato e lasciato a morire sul pavimento. Un agente di polizia, ripreso dalle telecamere a circuito chiuso, ha detto che stava fingendo", scrive Al Jazeera.

Un caso simile a quello dell'ex paracudista Christopher Alder, morto mentre era in custodia della polizia a Kingston upon Hull nel 1998, o Shiji Lapite, richiedente asilo nigeriano deceduto per asfissia quattro anni prima in un furgone della polizia nella zona est di Londra. Gli agenti coinvolti anche in questo caso non vennero perseguiti dalla giustizia.