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Covid-19, e se il vaccino pagato con soldi pubblici diventasse monopolio di un'azienda privata?

Covid-19, e se il vaccino pagato con soldi pubblici diventasse monopolio di un'azienda privata?
Diritti d'autore  Ted S. Warren/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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Nel 2016 il professor Peter Hotez, presidente della National School of Tropical Medicine di Houston e co-direttore del Center for Vaccine Development del Texas Children's Hospital, stava lavorando a un vaccino per i coronavirus. Il passo successivo sarebbe stato la sperimentazione sugli esseri umani, ma nessun investitore a cui il professore si rivolse si mostrò interessato a finanziare il progetto.

Secondo Massimo Florio, professore di Scienza delle Finanze dell’Università degli Studi di Milano, la storia di Peter Hotez, che ha testimoniato alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, racconta bene come, “nonostante siano passati quasi vent’anni dall’apparizione della Sars, le industrie farmaceutiche non abbiano, da allora, considerato prioritario investire su queste malattie infettive”.

Un’analisi di Bloomberg intelligence ha messo in evidenza come nell’anno passato le 20 case farmaceutiche più grandi del mondo abbiano lanciato circa 400 ricerche su nuovi farmaci: quasi la metà di questi sono antitumorali, e solo 65 riguardano le malattie infettive che vengono definite meno remunerative di terapie a lungo termine, come quelle per diabete o il colesterolo. Delle 20 più grandi case farmaceutiche, inoltre, solo quattro hanno un’apposita unità di ricerca sui vaccini.

Secondo Florio questi numeri possono essere spiegati riconoscendo che “il sistema di ricerca attuale è vittima di una contraddizione insanabile tra la priorità della scienza per la salute e quella della scienza per il profitto”. Per il professore “l’emergenza che stiamo vivendo deve essere un’occasione per ripensare le regole che hanno definito il mercato farmaceutico negli ultimi decenni”.

La mobilitazione internazionale per un vaccino per il covid19 accessibile a tutti

Secondo un rapporto dell’Oms, sono 62 i programmi di ricerca attualmente in corso nei laboratori di tutto il mondo per trovare un vaccino per il Covid-19, e nonostante non si sappia ancora quando e chi riuscirà per primo nell’impresa, molte Ong ed esponenti politici hanno messo le mani avanti chiedendo, con metodi diversi, la stessa cosa: che il prezzo del vaccino sia, da subito, accessibile a tutti i servizi sanitari nazionali.

A inizio marzo, per esempio, il Partito democratico negli Stati Uniti ha proposto di inserire nel piano di emergenza per il Covid-19 un meccanismo di controllo del prezzo di un eventuale vaccino ottenuto da un’azienda farmaceutica grazie anche ai fondi pubblici.

Recentemente, inoltre, il Costa Rica ha avanzato all'Oms una proposta per creare un pool mondiale per il Covid-19 dove riunire tutte le proprietà intellettuali e i progetti di ricerca. In seguito, l’Oms ha lanciato un progetto globale dal nome “Access to Covid19 Tools accelerator” per assicurare la condivisione delle scoperte scientifiche per combattere il virus, anche se non viene ancora specificato nulla in merito alle proprietà intellettuali delle case farmaceutiche.

Per il Parlamento europeo il vaccino finanziato con fondi pubblici deve rimanere di dominio pubblico

Mentre negli Stati Uniti il Congresso ha respinto l’emendamento dei democratici , il Parlamento europeo ha approvato il 17 aprile una risoluzione in cui si chiede che “ogni ricerca finanziata con fondi pubblici rimanga di dominio pubblico” per quanto riguarda il vaccino per il Covid-19. Prima del voto un gruppo di europarlamentari aveva scritto una lettera alla Commissione europea.

“Constatiamo con grande apprensione che nonostante la Commissione investa più del doppio di ogni altro partner privato nei progetti di ricerca dell’Unione per il Covid-19, non è stata messa in campo nessuna disposizione per garantire che i risultati siano resi economicamente accessibili a tutti i sistemi sanitari” si legge nella lettera. Nel testo si mette in guardia la Commissione dall’adottare, anche in questo caso, il modello di business degli anni passati.

In Europa di fatti, nonostante esista un ufficio centrale incaricato di rilasciare i brevetti - lo European Patent Office - è il singolo paese che, attraverso le sue agenzie nazionali, come l’Aifa per l’Italia, si occupa di stabilire con l’azienda il prezzo di un nuovo farmaco. L’esito delle trattative può quindi variare da Stato a Stato e i Paesi non sono obbligati a rendere noto il prezzo concordato con l’azienda. Quest’ultima in nome del brevetto – normalmente dalla durata di 20 anni – detiene il monopolio su quel farmaco e può chiedere il prezzo che preferisce.

Alcuni paesi hanno recentemente emendato le loro leggi in materia per facilitare l’accesso al vaccino quando entrerà nel mercato. La Germania, per esempio, ha stabilito che il ministro della Salute possa, nel caso venga proclamata un’emergenza nazionale, esercitare misure di controllo sui brevetti dei farmaci.

Il Canada ha modificato le proprie leggi per facilitare l’uso di una licenza obbligatoria. Questo tipo di licenza infatti permette al governo di avvalersi di un brevetto senza ottenere prima il consenso di chi lo detiene - in questo caso la casa farmaceutica - pur pagando delle somme di denaro.

In passato strategie simili sono state utilizzate da alcuni paesi per curare i propri cittadini. Nel 1997, per esempio, il Sudafrica varò un Medicines Act per importare le medicine per l’HIV dai paesi che le producevano al prezzo più basso. All’epoca alcune delle più grandi case farmaceutiche fecero causa al governo ma poi, sotto pressione pubblica, fecero marcia indietro.

Tra i firmatari della lettera alla Commissione europea c’è anche Petra De Sutter, europarlamentare belga dei Verdi e presidente della Commissione per il Mercato interno, che spiega: “Qui non si tratta di ignorare la necessità di profitto delle aziende, ma di ripensare il ruolo del pubblico, rimettendo l’esigenza del paziente, e non quella delle industrie farmaceutiche, al primo posto”.

Petra De Sutter

Secondo De Sutter è improbabile che il vaccino, una volta sviluppato, sia messo sul mercato a prezzi esorbitanti. “In quel caso i governi ricorrerebbero alla licenza obbligatoria, che è sempre una possibilità quando la salute pubblica è davvero a rischio. Inoltre, si tratta di vaccinare quasi tutto il mondo, per cui il profitto sarebbe altissimo in ogni caso”.

Ciò nonostante per De Sutter è importante parlare adesso di questi temi, “perché, una volta passata l’emergenza del coronavirus, i problemi del nostro mercato farmaceutico rimarranno”.

Le Big Pharma investono più nell’acquisto "a basso rischio" di aziende rispetto che nella ricerca

Tra i problemi messi in evidenza da De Sutter, c’è l’utilizzo dei fondi pubblici per la ricerca.

Diverse indagini hanno evidenziato come negli ultimi anni le aziende farmaceutiche tendano ad investire solo nelle fasi finali della ricerca, ovvero quando il profitto appare assicurato, mentre i passaggi iniziali vengono portati avanti grazie alle risorse di università o associazioni.

Con il risultato che “il settore pubblico finanzia la ricerca ad alto rischio a monte, mentre i profitti a valle vanno in modo sproporzionato al settore privato”, come spiega un rapporto dell’Institute for Innovation and Public Purpose di Mariana Mazzucato – oggi chiamata a far parte della task force del governo italiano per la “fase 2” – e di Henry Lishi Li.

Un’inchiesta della Radiotelevisione Svizzera all’inizio di quest’anno ha poi dimostrato come le grandi industrie farmaceutiche investano molto più nell’acquisto di piccole aziende con farmaci in fase avanzata di sviluppo piuttosto che nella ricerca vera e propria.

L’anno scorso il farmaco Zolgensma per l’atrofia spinale prodotto dalla Novartis e commercializzato negli Stati Uniti era stato definito da Forbes il “farmaco più costoso sul mercato” con un prezzo di circa due milioni di dollari per paziente. Il prezzo esorbitante aveva suscitato polemiche anche in virtù del fatto che il farmaco era stato, nelle fasi iniziali, finanziato da un laboratorio non profit della Telethon francese, che aveva poi venduto il brevetto a una start-up a sua volta comprata dalla Novartis .

Il caso del Regno Unito e la campagna di Just treatment

Nelle ultime settimane anche nel Regno Unito più di 20 associazioni hanno scritto una lettera al governo chiedendo che un eventuale vaccino ottenuto con i fondi pubblici non possa diventare monopolio di un’azienda privata.

Una protesta della Ong Just Treatment

“Senza le giuste precauzioni, assisteremmo a un accesso differenziato ai nuovi trattamenti per il Covid-19, come avvenne per l’influenza suina nel 2009, quando i paesi più ricchi si aggiudicarono per primi il vaccino” si legge nel documento. La lettera è firmata, tra gli altri, da Medici senza frontiere, che da settimane tiene alta l’attenzione sulle implicazioni etiche dello sviluppo del nuovo vaccino.

“Sappiamo fin troppo bene cosa voglia dire non essere capaci di curare le persone perché la medicina necessaria è troppo costosa” ha dichiarato la ong in un comunicato.

Giusto un anno fa l’associazione, assieme ad altre che operano nei campi profughi in Grecia, si è avvalsa per la prima volta in Europa di un meccanismo umanitario che le ha permesso di vaccinare i bambini contro la polmonite al prezzo di 9 dollari per bambino. Il costo concordato dalla Grecia con la Pfizer e la GSK – le uniche due case produttrici del vaccino – per un normale trattamento avrebbe previsto, per capirci, 168 dollari a bambino.

Medici senza frontiere ha colto l’occasione per ricordare che “circa un terzo dei Paesi del mondo non si può permettere di inserire quello della polmonite tra i suoi vaccini standard a causa del prezzo troppo alto richiesto dalle case farmaceutiche” .

A firmare la lettera indirizzata al governo britannico c’era, tra gli altri, anche la ong Just treatment. “Stiamo assistendo a un’ondata di nuove medicine, soprattutto antitumorali, protette dai brevetti e con prezzi inavvicinabili, e i segnali di oggi indicano che la situazione può solo che peggiorare” spiega Diarmaid McDonald, portavoce dell’associazione.

Negli anni la ong ha sostenuto diverse battaglie per l’accesso ai farmaci, l’ultima proprio un anno fa, quando il sistema sanitario britannico non voleva pagare il prezzo di 104mila sterline annuali a paziente per l’Orkambi, una medicina per la fibrosi cistica prodotta dalla Vertex. Lo stallo della trattativa – oggi risolta – aveva portato alcuni genitori dei bambini affetti dalla malattia a organizzare un buyers club e comprare la medicina in Argentina, che aveva negato il brevetto alla Vertex e organizzato la produzione di un generico dell’Orkambi al prezzo di 24mila sterline.

Simon Brasch, leader di Just treatment ed ex malato di epatite c. Foto: Elena Kaniadakis

“Just treatment ha anche fatto campagna per ottenere l’accesso a Sofosbuvir, la medicina per l’epatite c prodotta da Gilead”, nel 2015 messa sul mercato a un prezzo fino a 40mila euro a trattamento, racconta McDonald. All’epoca molti servizi sanitari europei, per contenere la spesa, razionavano la medicina, mettendola a disposizione dei pazienti solo nella fase avanzata della malattia. Agli altri non rimaneva che aspettare. Così in molti, prima che le agenzie del farmaco allargassero la platea dei beneficiari, sono ricorsi alle agenzie di viaggio che permettevano ai pazienti di andare in India o in Egitto – nientemeno che Lionel Messi in uno spot pubblicizzava questo turismo sanitario – dove alla Gilead era stato negato il monopolio, e il generico del farmaco veniva prodotto a un prezzo molto più accessibile.

Mi hanno controllato il fegato e mi hanno detto: per ora stai bene, dovrai aspettare di stare peggio per sottoporti al trattamento.
Simon Brasch
Malato di epatite c

“Ricordo bene quando mi hanno fatto la visita per decidere se fossi idoneo al trattamento” racconta Simon Brasch, sostenitore di Just treatment e tra i malati di epatite c che hanno dovuto attendere per ottenere una medicina che era già disponibile sul mercato. “Mi hanno controllato il fegato e mi hanno detto: per ora stai bene, dovrai aspettare di stare peggio per sottoporti al trattamento. Sono uscito da lì e mi sono chiesto: cosa devo fare, scolarmi due vodka al giorno per far degenerare il mio fegato, così finalmente potrò guarire? Non parliamo mai di una singola medicina. È l’intero sistema che va ripensato” sostiene.

“La pandemia attuale ha mostrato uno spettacolare fallimento della ricerca dell’industria farmaceutica”

Secondo il professore Massimo Florio “la pandemia attuale ha mostrato uno spettacolare fallimento della ricerca dell’industria farmaceutica. Per questo abbiamo bisogno di una struttura pubblica europea che produca i farmaci che al privato non interessano o che esistono nel mercato solo a prezzi esorbitanti”.

La proposta del professore per una struttura pubblica europea del farmaco che superi “l’oligopolio farmaceutico” è stata pubblicata sul Forum Disuguaglianze e diversità .

Nell’Ottocento la malaria provocò in Italia migliaia di morti. Così a Torino venne aperto lo Stabilimento chimico farmaceutico militare per produrre, sotto la guida di un colonello chimico, il chinino, unico farmaco allora conosciuto per combattere la malattia. Più tardi, con il disastro di Chernobyl lo Stabilimento – trasferito da Torino a Firenze – fu capace di produrre in 24 ore 500mila compresse di ioduro di potassio, il farmaco per il tumore alla tiroide.

Oggi lo stabilimento è ancora attivo e può produrre, tra le altre cose, la clorochina, farmaco “discendente” del chinino. “Se per esempio oggi si scoprisse che la clorochina serva a combattere il coronavirus, saremmo pronti a produrla in grandi quantità. Storie come quella dello Stabilimento di Firenze ci ricordano che l’Italia non è estranea, per tradizione, alla tutela del diritto alla salute, ma negli ultimi anni la politica ha fatto uscire dall’agenda questi temi” ricorda Florio, e chiude con un monito.

“Oggi ci chiediamo come sia potuto accadere che economie apparentemente evolute si siano svegliate non solo senza vaccini e farmaci, ma senza neppure respiratori e mascherine. Non deve accadere mai più”.