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Rohingya, la difesa di Aung San Suu Kyi all'Aia: "Non è stato un genocidio"

Rohingya, la difesa di Aung San Suu Kyi all'Aia: "Non è stato un genocidio"
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ASSOCIATED PRESS/ Peter Dejong
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Aung San Suu Kyi respinge ogni accusa. Il Premio Nobel per la pace 1991, davanti alla Corte penale internazionale dell'Onu all'Aja, che accusa il Myanmar di pulizia etnica nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya, nega fermamente che si sia trattato di genocidio, come si sostiene invece nel rapporto presentato dal Gambia. Il Paese africano, a maggioranza musulmana, ha avuto il sostegno dei 57 membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (OIC).

Purtroppo il Gambia ha presentato alla corte un quadro fattuale incompleto e fuorviante, sulla situazione nello stato di Rakhine in Myanmar. Tuttavia, è della massima importanza che il tribunale valuti in modo spassionato e accurato la situazione sul campo a Rakhine, che è complessa e non di facile comprensione
Aung San Suu Kyi

Il Consigliere di Stato - una volta celebrata come un'icona nella lotta contro la dittatura birmana e oggi ampiamente contestata per non aver preso posizione - ha sostenuto che gli interventi dell'esercito birmano siano stati una risposta agli attacchi compiuti dai ribelli Rohingya, ma non ha escluso che, in alcuni casi, ci siano state violazioni del diritto internazionale umanitario. Violazioni che, sempre secondo le parole della premier, verranno punite.

Non si può escludere che membri dei servizi di difesa abbiano usato forza sproporzionata - in alcuni casi in violazione del diritto internazionale umanitario - o che non abbiano fatto abbastanza distinzione tra combattenti dell'esercito per la salvezza dei Rohingya (ARSA) e civili. Se crimini di guerra sono stati commessi da membri dei servizi di difesa del Myanmar, questi saranno perseguiti dal sistema giudiziario militare nazionale, in conformità con la nostra costituzione
Aung San Suu Kyi

Ministro degli Esteri del Myanmar e leader di fatto del paese dal 2016, Aung San Suu Kyi non ha il controllo sui militari, ma è accusata dalle Nazioni Unite di essere loro complice, nella persecuzione della minoranza musulmana, iniziata nel 2017. Tra gli episodi contestati ci sono casi di stupro, saccheggio, distruzione di villaggi e comunità e omicidi di massa. Azioni che la leader non ha mai condannato, ma che continuò a minimizzare anche di fronte a testimonianze finite sotto gli occhi del mondo intero.

Una persecuzione che ha provocato la morte di migliaia di persone e la fuga verso il vicino Bangaldesh di altre 700.000. Kutupalong, il più grande campo della parte sudorientale del Paese, ospita oltre 600.000 profughi.

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