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Come la premio Nobel San Suu Kyi è finita a processo per crimini contro l'umanità

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Come  la premio Nobel San Suu Kyi è finita a processo per crimini contro l'umanità
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Aung San Suu Kyi - l'ex premio Nobel per la pace, da due anni al centro di una feroce polemica per le ripetute brutalità che il suo paese ha riservato alla minoranza musulmana Rohingya - dovrà difendere il Myanmar di fronte alla Corte di giustizia internazionale dell'Aia da gravissime accuse di genocidio e crimini contro l'umanità.

Le imputazioni sono relative alle persecuzione che l'esercito birmano avrebbe compiuto nel 2017 contro i Rohingya, dando il via al più grande esodo transfrontaliero mai registrato, quando quasi un milione di persone fuggirono in Bangladesh.

Martedì al suo arrivo in tribunale per il primo giorno di udienza la leader birmana ha tirato dritto senza rispondere alle domande dei giornalisti. L'accusa di genocidio è stata presentata dal Gambia, paese dell'Africa occidentale a maggioranza musulmana che può contare anche sul sostegno dei 57 membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica.

"Tutto ciò che il Gambia chiede - ha detto il ministro della Giustizia Abubacarr Tambadou - è che si dica al Myanmar di fermare queste uccisioni insensate, di fermare questi atti di barbarie e brutalità che hanno sconvolto e continuano a sconvolgere la nostra coscienza collettiva. Che venga fermato il genocidio del proprio popolo".

Ministro degli Esteri del Myanmar e leader di fatto del paese dal 2016, Aung San Suu Kyi non ha però alcun controllo sui militari. Nella sua difesa ripeterà presumibilmente quanto già sostenuto in passato: ovvero che l'offensiva dell'esercito birmano non è stata altro che una reazione agli attacchi dei militanti Rohingya.

Fu genocidio?

Tra gli episodi contestati ci sono casi di stupro, saccheggio, distruzione di villaggi e comunità e omicidi di massa. Azioni che Aung San non ha mai condannato, ma che anzi continuò a minimizzare anche di fronte a testimonianze finite sotto gli occhi del mondo intero.

"I soldati hanno bruciato la casa di mio padre e quando l'hanno fatto, i miei genitori erano dentro" aveva detto nel novembre 2017 Rashida, una madre Rohingya con figli piccoli, alla nostra inviata Monica Pinna. "Sono bruciati vivi. I militari si sono presi tutto da loro".

Una vicenda che ha offuscato l'immagine internazionale di San Suu Kyi come donna-simbolo della resistenza alla dittatura militare. Oggi è accusata di accondiscendenza nei confronti dell'implacabile azione dei militari verso la minoranza etnica, alla quale la Birmania nega anche il nome, Rohingya. In sostanza sono trattati alla stregua di immigrati illegali.

Nessuna tregua

Una situazione, quella birmana, cosÌ drammatica che i profughi arrivati in Bangladesh - seppur ammassati in campi precari e sovraffollati, in condizioni di malnutrizione e igiene precaria - rifiutano con ogni forza di tornare a casa.

Kutupalong è il più grande campo del Bangladesh sudorientale. Qui vivono oltre 600.000 persone. Ai cosiddetti "birmani senza documenti", come alla stragrande maggioranza dei Rohingya viene negato lo status di rifugiati. Storie di atrocità riecheggiano in ogni angolo del campo.

REUTERS/Danish Siddiqui
Profughi Rohingya in attesa di aiuti umanitari da un elicottero nel campo improvvisato di Balukhali, BangladeshREUTERS/Danish Siddiqui

"I militari sono venuti a casa mia e hanno preso mio marito" ha raccontato a Euronews la giovanissima Zannat Ara. "Io ero incinta. Quella sera vennero a prendere anche me. Mi hanno portato nella savana e circa cinque, sei, sette soldati mi hanno violentata. Molti altri sono stati uccisi dai soldati. Mi sento molto male perché molti musulmani sono stati torturati e uccisi davanti a noi".

"Ho visto accadere molte brutalità davanti ai miei occhi" ci ha detto Muhammed Nurul Islam, un profugo non registrato che ha visto morire cinque persone nella sua famiglia. "Ho visto persone rapite, ho visto stupri di gruppo, bambini uccisi gettandoli nel fuoco. Il mio villaggio è stato bruciato".

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