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YouTube e X non hanno contrastato le fake news prima delle elezioni europee

Secondo il rapporto, YouTube è la piattaforma con le prestazioni peggiori.
Secondo il rapporto, YouTube è la piattaforma con le prestazioni peggiori. Diritti d'autore Flickr/Creative Commons/Focal Foto
Diritti d'autore Flickr/Creative Commons/Focal Foto
Di Cynthia Kroet
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

A rivelarlo è un rapporto di Maldita.es, un'organizzazione spagnola di fact-checking

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Secondo un'analisi di oltre 1.300 post sulle piattaforme in 26 Paesi dell'Unione europea Youtube e X in molti casi non sono riusciti a contrastare la disinformazione prima delle recenti elezioni europee. Il rapporto, pubblicato martedì da Maldita.es, un'organizzazione spagnola di fact-checking fondata nel 2018, analizza il modo in cui cinque grandi piattaforme online - Facebook, Instagram, TikTok, X e Youtube - hanno contrastato la diffusione di fake news in tutto il continente prima delle elezioni europee.

I post analizzati sono stati raccolti dalle organizzazioni di fact-checking coinvolte nel progetto Elections24Check durante i quattro mesi precedenti le elezioni, compreso il 6 giugno, primo giorno del voto. Secondo i dati raccolti YouTube è la piattaforma che si è comportata peggio: non ha intrapreso alcuna azione visibile per il 75% dei contenuti di disinformazione. Quando è intervenuta, nell'80% dei casi si è limitata ad aggiungere delle informazioni generiche o ha etichettato la fonte del video come media di Stato, senza offrire alcuna spiegazione del perché il contenuto stesso fosse falso. Secondo il rapporto, alcuni di questi video hanno raggiunto 500.000 visualizzazioni.

Un portavoce di YouTube ha dichiarato a Euronews che l'azienda ha "politiche rigorose sulla disinformazione dannosa, che nostri team lavorano 24 ore su 24 per applicare rigorosamente, anche durante il periodo delle elezioni europee. Abbiamo anche collegato gli elettori di tutta l'Ue a fonti autorevoli di notizie e informazioni attraverso il nostro sistema di raccomandazioni".

Piattaforme già oggetto di indagini da parte della Commissione

Anche X (l'ex Twitter) non ha intrapreso alcuna azione visibile nel 70% dei casi e le note esplicative della comunità erano visibili solo nel 15% dei post già segnalati dai fact-checker indipendenti europei. Tra i 20 post più virali su cui le piattaforme non sono intervenute, 18 erano ospitati da X, con oltre 1,5 milioni di visualizzazioni ciascuno.

In generale le piattaforme hanno preso meno provvedimenti nei confronti dei post di disinformazione sui migranti (nel 57% dei casi non è stata intrapresa alcuna azione) e di quelli che mettevano in dubbio la regolarità delle elezioni (56%). Sia YouTube che TikTok hanno avuto un tasso di risposta pari allo 0% per la disinformazione sui migranti.

Le grandi piattaforme online sono obbligate per legge ad agire per combattere la disinformazione ai sensi della Legge sui servizi digitali (DSA) dell'Ue, ad esempio attraverso l'etichettatura o la rimozione dei contenuti.

Nel dicembre 2023 la Commissione europea ha avviato un'indagine ai sensi della DSA sulla gestione del rischio da parte di X, sulla moderazione dei contenuti, sulle interfacce progettate in modo ingannevole, sulla trasparenza della pubblicità e sull'accesso ai dati per i ricercatori.

Facebook e Instagram: performance leggermente migliori

Secondo il rapporto TikTok, una piattaforma video di proprietà cinese, è riuscita a intervenire in modo visibile sul 40% dei post contenenti disinformazione. Nel caso di Instagram, di proprietà di Meta, la percentuale è del 70% e per Facebook dell'88%. Nel 77% dei casi Facebook è intervenuta sulle fake news inserendo etichette di fact-checking: il contenuto originale non è stato rimosso, ma sono state aggiunte delle informazioni di contesto. L'azione più comune di TikTok contro questi contenuti è stata la loro rimozione (32%).

Le piattaforme di Meta sono anche oggetto di un'indagine in corso ai sensi della DSA. Ad aprile la Commissione ha dichiarato di temere che siano vulnerabili alle reti russe e di non avere gli strumenti giusti per gestire la pubblicità ingannevole e i contenuti politici sui suoi servizi.

Anche la società madre di TikTok, ByteDance, è sotto esame: a febbraio la Commissione ha iniziato a indagare sulla protezione dei minori, sulla trasparenza della pubblicità, sull'accesso ai dati per i ricercatori e sulla gestione dei rischi legati alla creazione di dipendenze e ai contenuti dannosi.

Un portavoce della Commissione ha dichiarato a Euronews che, in seguito alle linee guida per le elezioni fornite alle piattaforme nell'ambito della DSA e a uno stress-test con le grandi piattaforme, le aziende "erano molto ben preparate" e che "non si sono verificati incidenti di rilievo" durante il fine settimana elettorale.

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