In Corea del Sud la procura chiede la pena di morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol per insurrezione legata alla legge marziale. Seul resta però “abolizionista di fatto” e affronta critiche su diritti umani mentre Meloni è attesa in visita
La procura sudcoreana ha chiesto la pena di morte per l’ex presidente della Corea del Sud Yoon Suk Yeol, accusato di insurrezione per il suo tentativo di imporre la legge marziale nel dicembre 2024.
L’udienza finale davanti alla Seoul Central District Court si è svolta martedì, con i procuratori che hanno sostenuto che Yoon abbia cercato di rimanere al potere in modo incostituzionale, mobilitando militari e forze dell’ordine per ostacolare il Parlamento e il sistema giudiziario.
La richiesta di condanna a morte – prevista dal codice penale sudcoreano per il reato di insurrezione ma raramente invocata – arriva nel quadro di un processo destinato a concludersi nelle prime settimane di febbraio. I giudici dovranno decidere se accogliere o meno la richiesta estrema dei pubblici ministeri.
Yoon è stato rimosso dalla carica nel 2025 dopo una crisi istituzionale scatenata dal suo breve tentativo di legge marziale il 3 dicembre 2024, che durò poche ore ma scatenò proteste di massa e portò all’impeachment confermato dalla Corte costituzionale. L’ex presidente, che nega le accuse e sostiene di aver agito per proteggere l’ordine costituzionale, è anche imputato in altri procedimenti penali legati all’abuso di potere e alla manipolazione di istituzioni statali.
Una pena capitale che non si applica da decenni
Pur essendo ancora prevista dalla legge, la Corea del Sud non applica la pena di morte dal 1997. L’ultimo anno di esecuzioni ha visto 23 condanne capitali, ma da allora il Paese ha mantenuto una moratoria non ufficiale, senza più ricorrere alla pena capitale, pur restando formalmente prevista nel codice penale.
Organizzazioni internazionali per i diritti umani, come Amnesty International, hanno criticato la richiesta della pena di morte nel caso Yoon, definendola un passo indietro rispetto ai diritti fondamentali e alla dignità umana, invitando Seoul a abolirla definitivamente.
Nonostante la pena capitale resti formalmente in vigore, la Corea del Sud ha sostenuto le risoluzioni Onu che chiedono una moratoria globale sulla pena di morte, confermando la sua adesione alla tendenza internazionale verso l’abolizione.
Contesto sui diritti e visite diplomatiche
La vicenda arriva mentre la premier italiana Giorgia Meloni è attesa in visita ufficiale in Asia, con tappe anche in Corea del Sud nell’ambito di un viaggio che mira a rafforzare i rapporti economici e strategici fra Roma e gli alleati nella regione Indo-Pacifico.
La Corea del Sud è considerata un partner importante per l’Occidente su questioni di sicurezza, tecnologia e commercio, e la visita di Meloni segna un momento di cooperazione diplomatica e politica.
Tuttavia, il caso Yoon riporta all’attenzione alcune divergenze tra standard democratici occidentali e realtà giuridiche sudcoreane. La Corea del Sud, pur essendo una democrazia consolidata e stretta alleata dell’Occidente, non ha formalmente abolito la pena di morte e resta uno dei pochi Paesi sviluppati in cui la pena capitale è ancora contemplata – seppure non applicata da oltre 25 anni.
Oltre alla questione capitale, gruppi per i diritti umani locali e internazionali segnalano problemi nella tutela dei diritti fondamentali, inclusi diritti delle minoranze, diritti delle donne e libertà civili, aspetti che vengono monitorati da osservatori come Human Rights Watch e Amnesty International nell’ambito di più ampi rapporti sui diritti nel paese.
Il caso Yoon è destinato a restare sotto i riflettori non solo per l’entità delle accuse e la richiesta di pena capitale, ma anche per la sua portata simbolica in un Paese che, pur essendo una democrazia alleata dell’Occidente, mantiene elementi giuridici considerati arretrati da molti osservatori internazionali. La sentenza attesa in febbraio sarà seguita da vicino da analisti politici e diplomatici, anche in prospettiva dei rapporti tra Seul e i partner occidentali.