"Certamente una possibilità", così l'ex direttore della Cia e generale statunitense David Petraeus sull'ipotesi della partecipazione europea al conflitto
La partecipazione europea all’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è “certamente una possibilità”, ha dichiarato l’ex direttore della Cia e generale statunitense David Petraeus nell’intervista al programma mattutino Europe Today di Euronews.
Petraeus ha suggerito che il coinvolgimento di Paesi europei, in particolare in ruoli difensivi come rafforzamento delle difese aeree e missilistiche, avrebbe senso strategico, soprattutto mentre il conflitto si estende oltre Israele e le basi Usa nel Golfo.
“Mi risulta che se ne sia discusso”, ha affermato Petraeus, riferendosi alle conversazioni in corso sulla possibile partecipazione delle nazioni europee in operazioni più offensive o di supporto. Sebbene non abbia previsto quale sarà l’esito, il fatto che il tema sia stato considerato indica che la partecipazione europea non è esclusa.
Niente “stivali sul terreno”, almeno per ora
Nonostante i timori che il conflitto possa trasformarsi in una guerra prolungatao evolvere oltre le sole operazioni aeree e missilistiche, Petraeus ha escluso per il momento un dispiegamento di forze di terra statunitensi in Iran.
Secondo l’ex direttore della Cia, né il presidente né i vertici della Difesa statunitense intendono impegnare truppe di terra in un’invasione su vasta scala, e ha sottolineato che l’obiettivo principale resta quello di ridurre le capacità offensive dell’Iran piuttosto che occupare il Paese.
“Credo che il presidente e il segretario alla Difesa siano stati molto chiari sul fatto che non metteremo gli stivali sul terreno”, ha affermato Petraeus, aggiungendo che con l’uso intensivo di attacchi aerei e difese mobili, la capacità di ritorsione iraniana dovrebbe diminuire con il tempo, diminuendo le scorte di missili, sistemi di lancio e droni.
Tuttavia, Petraeus ha anche avvertito che resta una possibilità reale di ulteriori vittime statunitensi, così come tra le nazioni ospitanti e tra le forze alleate, se il conflitto dovesse espandersi nella regione o intensificarsi. Inoltre, nonostante l’enfasi ufficiale su una guerra limitata, alcuni alti responsabili americani – incluso il segretario alla Difesa Pete Hegseth – hanno lasciato aperta la porta a un futuro coinvolgimento di truppe di terra, affermando che al momento non ci sono soldati in Iran, ma che “si andrà fin dove sarà necessario”.
Una Europa divisa tra diplomazia e logiche di difesa
Nonostante le parole di Petraeus, l’Unione europea continua a mostrare una posizione eterogenea rispetto al conflitto. I leader europei non hanno concordato un coinvolgimento diretto nelle operazioni Usa-Israele contro l’Iran, e molti Paesi si limitano a inviti alla de-escalation e al rispetto del diritto internazionale.
Il ministro degli Esteri spagnolo ha condannato l’azione come “unilaterale” e in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite, invitando l’UE a spingere per un ritorno alla diplomazia e alla negoziazione.
Allo stesso tempo, alcune potenze europee - Francia, Germania e Regno Unito - si sono dette pronte a azioni difensive per proteggere i propri interessi e alleati nel Golfo, pur evitando l’impegno diretto nei raid offensivi.
Il segretario generale della Nato ha ribadito che l’Alleanza non sarà direttamente coinvolta nella guerra, lasciando ai singoli Stati la libertà di cooperare o meno con gli Stati Uniti.
Il contesto europeo e le reazioni politiche
Le istituzioni europee mantengono una linea prudente: una portavoce della Commissione Ue ha dichiarato che l’Unione non sostiene attacchi che siano contrari al diritto internazionale, invitando tutte le parti in causa alla massima moderazione.
Secondo Petraeus, l’Iran non limiterà le sue azioni a bersagli statunitensi e israeliani, considerando attentamente l’estensione delle minacce verso infrastrutture civili e basi alleate nella regione. Questo implica che, anche in assenza di un impegno offensivo europeo, le nazioni europee potrebbero essere chiamate a potenziare sistemi di difesa e protezione dei propri assetter strategici.
L’ex generale ha inoltre ipotizzato possibili sviluppi politici interni all’Iran, con la potenziale emergenza di figure meno ideologiche e più pragmatiche all’interno del regime - un elemento, ha detto, “concepibile ma lontano dall’essere certo”.