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Due anni di regime talebano in Afghanistan. I sogni infranti delle donne afghane e la repressione

Donne afghane
Donne afghane Diritti d'autore Gemunu Amarasinghe/AP
Diritti d'autore Gemunu Amarasinghe/AP
Di Ilaria CicinelliAnelise Borges
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Il 15 agosto del 2021 i talebani conquistavano Kabul, la capitale dell'Afghanistan, dando inizio al loro regime. Le promesse fatte inizialmente alle donne sono state infrante e la loro libertà è stata calpestata dalle imposizioni discriminanti. Lo spazio per il dissenso è ridotto al minimo

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Due anni di regime talebano hanno distrutto la vita delle donne in Afghanistan. Il 15 agosto ricorre l'infelice anniversario del ritorno al potere del movimento islamico in Afghanistan, che nel 2021 ha riconquistato definitivamente Kabul.
Dopo ventiquattro mesi l'Emirato ancora resiste e non sembra vicino al crollo, anche se il governo non è riconosciuto a livello internazionale e nonostante l'Afghanistan stia vivendo una delle peggiori crisi umanitarie, economico e alimentari che abbia mai affrontato. Più di 28 milioni di persone, su una popolazione di circa 40 milioni di individui, dipendono a oggi dagli aiuti umanitari, il 60% in più dal 2021. 

In questo lasso di tempo la crisi si è aggravata ulteriormente e le donne, in particolare, hanno subito una forte discriminazione e osservato i loro diritti fondamentali ridursi all'osso. Queste, sono sempre più relegate nell'apartheid di genere, per usare le parole del relatore speciale delle Nazioni Unite, Richard Bennet, che ha presentato il suo ultimo rapporto sull'Afghanistan il 19 giugno scorso.
Sono, dunque, le donne a pagare il prezzo più alto da quando i talebani sono al governo. Per loro è diventato impossibile studiare, avere una vita sociale e perfino compiere tragitti più lunghi senza essere accompagnate. 

Pace non significa solo assenza di guerra. Per me, pace significa avere il diritto di essere se stessi, il diritto di scegliere
Ragazza afghana in anonimo per motivi di sicurezza

Lo racconta bene con il suo lavoro la corrispondente di Euronews, Anelise Borges, che ha intervistato alcune donne afghane per raccontare com'è la vita ai tempi dei talebani. 
Questi ultimi hanno sempre giustificato la legittimità del loro governo rivendicando di aver posto fine a oltre 40 anni di conflitto. Eppure, molte delle donne in Afghanistan si chiedono: a quale prezzo?

Secondo una delle donne, intervistate da Borges, la pace "Non significa solo assenza di guerra. Per me, pace significa avere il diritto di essere se stessi, il diritto di scegliere. Noi - ha proseguito la ragazza, che deve rimanere anonima per motivi di sicurezza - siamo la popolazione di questa società che è emarginata dalla stessa società, che non ha alcun diritto in questo Paese. La situazione non è buona per noi e peggiora di giorno in giorno".

Le misure sono state legittimate e inquadrate come un ritorno ai tradizionali valori islamicima di fatto sono uno strumento di oppressione e repressione, che ha solo peggiorato la vita delle donne nel Paese. Secondo quanto riporta l'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), il precedente capo della Commissione indipendente sui diritti umani in Afghanistan - smantellata dai talebani - Shaharzad Akbar, ha sottolineato come i talebani "Hanno trasformato l’Afghanistan in un cimitero di massa delle ambizioni, dei sogni e del potenziale delle donne e delle ragazze afghane”.

Le tappe dell'oppressione

Nella prima conferenza stampa, dopo aver preso il potere, i talebani affermavano che avrebbero consentito alle donne "di studiare e lavorare all'interno della nostra struttura. Le donne saranno molto attive nella nostra società". Il risultato è stata invece la completa rimozione delle donne dalle attività della società civile. Dopo appena un mese, nel settembre 2021, l'Emirato islamico ha vietato alla popolazione femminile di ricominciare a frequentare le lezioni nelle scuole di secondo grado, con il pretesto della sicurezza, per cui sarebbe stato per le ragazze pericoloso frequentare luoghi che non garantivano la separazione di genere.
In concomitanza, il sindaco di Kabul ha ordinato alla componente femminile dello staff dell'amministrazione comunale di rimanere a casa. Se questa sembrava una misura temporanea, le speranze delle ragazze afghane sono state infrante quando nel marzo del 2023 il governo ha annunciato che gli istituti secondari per l'istruzione femminile non sarebbero stati riaperti. 

Prima del ritorno dei talebani più di 100mila donne erano iscritte a università pubbliche o private in Afghanistan. In mancanza di alternative molte di loro hanno optato per soluzioni online, come l'"Università del popolo", nel tentativo di completare la loro educazione. L'Università al momento ha accettato 2500 domande di iscrizione da parte delle donne, ma le richieste arrivate sono più di 21mila.

Nel dicembre 2021 una nuova imposizione ha contribuito a minare la libertà delle donne afghane e a discriminarle. Nessuna donna da quel momento può percorrere lunghi viaggi, più di 72 chilometri, senza essere accompagnata da un parente maschio. 
Nel maggio del 2022 il governo ha emanato dei codici di abbigliamento, decretando che le donne non troppo anziane o giovani devono coprirsi integralmente il viso, a esclusione degli occhi. 

ATEF ARYAN/AFP or licensors
Donne afghane vestite con il burqa protestano per il loro diritto all'istruzioneATEF ARYAN/AFP or licensors

I sogni spezzati delle donne afghane, niente istruzione per loro

A novembre del 2022 un portavoce del Ministero per la promozione della virtù ha annunciato che alle donne era stato interdetto l'accesso ai parchi e ai giardini pubblici, nonché a palestre, piscine e bagni pubblici, in conformità con la legge islamica, la Sharia. Ma il divieto più eclatante e con le peggiori ripercussioni sul lungo termine, è arrivato il 20 dicembre del 2022. In questa data il Ministero dell'istruzione ha ordinato a tutte le università, pubbliche o private, di sospendere l'istruzione femminile. Appena qualche giorno dopo, alle donne è stato vietato anche di lavorare in organizzazioni, locali e internazionali, non governative, inclusa l'Onu. Questo ha reso impossibile, alle Nazioni Unite, sapere con certezza se gli aiuti umanitari arrivino anche alla popolazione femminile. 

E se, fuori e dentro la popolazione, si pensava di aver raggiunto il fondo, il colpo di grazia è arrivato nel luglio del 2023, quando il governo ha imposto la chiusura di parrucchieri e saloni di bellezza, gli ultimi luoghi dove le donne potevano incontrarsi lontano dagli uomini e dai talebani. Circa 60mila donne hanno perso il lavoro e molte di loro sono l'unica fonte di sostentamento per i figli e per la famiglia, per l' assenza o la morte del marito, in numerosi casi. 

Sono scarse le opzioni aperte per chi tra loro vuole continuare a lavorare, tra cui la sanità pubblica, dove le dottoresse sono necessarie perché non è consentito a un medico maschio di visitare una donna, e l'artigianato. Ma anche in questi casi l'accesso al lavoro non è facile e le donne sono costrette a subire innumerevoli pressioni dal governo e dalla controparte maschile. 

Molte sono state le proteste nelle città più grandi come Kabul, eppure la voce di chi si vuole opporre al regime viene zittita con violenza tramite la detenzione e, come testimoniano molti casi, la tortura. 

Purtroppo, nel futuro prossimo, non sembra esserci speranza che la presa del governo su questo cappio soffocante posto al collo delle donne venga allentato. Al contrario le parole del leader dei talebani, Haibatullah Akhundzada, pronunciate il 25 giugno scorso, sembrano far presagire nuove nuvole all'orizzonte e nuove imposizioni. “Gli aspetti negativi degli ultimi 20 anni di occupazione legati all’hijab delle donne e alla cattiva guida finiranno presto”.

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