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Abbiamo un piano: le misure italiane in caso di stop al gas russo

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Di Euronews
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Il gasdotto Nord Stream 1 non trasporterà gas fino al 21 luglio
Il gasdotto Nord Stream 1 non trasporterà gas fino al 21 luglio   -   Diritti d'autore  AP Photo

Con il gasdotto NordStream1 vuoto fino al 21 luglio per manutenzione e i lavori che potrebbero prolungarsi uno spettro si aggira per l'Europa: la sospensione totale del flusso di gas dalla Russia. 

Diversi livelli di dipendenza

L'Unione nel suo complesso dipende dal gas russo per quasi il 40% delle sue importazioni in materia ed è già al lavoro per ridurre questa quota con il piano RePowerEu.

La dipendenza non è tutta uguale: alcuni Stati, come la Francia o i Paesi Bassi importano quote ridotte, perché hanno altri fornitori o utilizzano fonti differenti. Altri sono più esposti al rischio di un'interruzione: l'Austria, ad esempio, che importa da Mosca l'80% delle sue forniture di gas, oppure la Germania, che conta sul gas russo per il 55% del totale ed è già al secondo livello (su tre) della scala di allerta, il cosiddetto "stato di allarme".

Altri ancora non si pongono nemmeno il problema, perché il gas russo gli è già stato tagliato: Polonia e Bulgaria hanno visto le proprie forniture sospese a fine aprile per il rifiuto delle società energetiche statali di pagare il conto in rubli (o in alternativa aprire un doppio conto prezzo Gazprom Bank, come ha fatto ad esempio l'italiana Eni).

Un piano comune europeo per gestire l'emergenza sarà presentato il prossimo 20 luglio e potrebbe prevedere interventi "solidali" tra i Paesi dell'Unione, ma anche una deroga ai massimali degli aiuti di Stato che i governi possono concedere alle imprese del settore energetico. 

L'Italia copre con il gas russo il 25% del proprio fabbisogno, una quota scesa sensibilmente dal 40% precedente alla guerra in Ucraina, come ha annunciato il presidente del Consiglio Mario Draghi a fine giugno. Per il momento, è attivato lo stato di "pre-allarme", primo passo di una procedura a tre livelli concordata a livello europeo che porta allo stato di "allerta" e poi a quello di "emergenza" vero e proprio. 

In quest'ultimo caso sarebbero imposte misure molto rigide sia per l'approvvigionamento energetico che per l'utilizzo dell'energia. Per la produzione di elettricità, si farebbe ampio ricorso alle sette centrali a carbone ancora attive nel Paese, che si trovano a La Spezia, in Liguria; a Fiume Santo e Portoscuso in Sardegna; a Brindisi, in Puglia; a Torrevaldaliga, nel Lazio; a Fusina, in Veneto e a Montefalcone, in Friuli Venezia Giulia. Sarebbero in fase di dismissione, ma la guerra in Ucraina ha allungato loro la vita.

Una scelta giustificabile in via del tutto eccezionale secondo Francesco Ferrante, vice-presidente dell'ambientalista ambientalista Kyoto Club. "L'importante è che non ci siano misure che rendono questo passo indietro strutturale. Dev'essere contingente e legato soltanto alla guerra in Ucraina". 

Gli ecologisti chiedono infatti di cercare altrove soluzioni a lungo termine, a partire dal passaggio alle rinnovabili e dall'efficientamento energetico per le aziende, importante in particolare per quelle che consumano molte risorse, dette "energivore".

"È necessario ridurre la dipendenza da tutti i combustibili fossili. Ma soprattutto, ricordare che l'energia più pulita, più libera e indipendente è quella che non consumiamo". Ferrante non è troppo contento nemmeno della ricerca italiana di fornitori alternativi alla Russia, visto che dal Qatar al Mozambico, si tratta di Paesi alle prese con vari problemi ambientali e di rispetto dei diritti fondamentali.

Meno consumi per gli italiani

Nel piano di emergenza italiano è prevista anche una sensibile riduzione dei consumi: meno aria condizionata, meno riscaldamento, meno illuminazione nelle ore notturne. Per gli uffici pubblici, ad esempio, la temperatura dovrà oscillare tra i 27 gradi d'estate e i 19 di inverno e la misura potrebbe presto riguardare anche i privati, mentre i monumenti delle città verrebbero spenti per risparmiare energia

Se si dovesse arrivare all'ultimo grado della scala di rischio, scatterà la possibilità di ricorrere alle riserve strategiche che si trovano negli stoccaggi, ora pieni al 56% e che dovranno arrivare all'80% entro l'inverno, secondo un regolamento approvato dal Consiglio dell'Unione europea

Un compito che sarà reso più diffcile se la Russia continuerà a decutare le forniture, cosa che inevitabilmente alzerà i prezzi all'acquisto e al consumo. Il governo ha finora stanziato 30 miliardi contro il caro energia dall'inizio dell'anno, ma presto potrebbero essere necessari nuovi fondi.