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Sud Sudan, il riscatto delle donne passa da un pallone

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Di Vincenzo Genovese
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Amy Lasu è il capitano della nazionale femminile del Sud Sudan
Amy Lasu è il capitano della nazionale femminile del Sud Sudan   -   Diritti d'autore  AP Photo

Raccontare l'Africa senza pregiudizi: è l'obiettivo di una campagna di Amref con il patrocinio del Coni, lanciata proprio il 25 maggio, nella giornata dedicata al continente. Per battere gli stereotipi, sostiene l'organizzazione umanitaria, non serve un campione. 

Ma può aiutare l'esempio di una campionessa: Amy Lasu, capitano della nazionale di calcio dello Stato più giovane del mondo, il Sud Sudan. La ricerca in cui è inserita la sua storia, "Africa MEDIAta", raccoglie dati e analisi sul racconto che i media italiani fanno dell'Africa e degli africani, una narrazione spesso intrisa di luoghi comuni. Per l’edizione 2022, il focus riguarda due eventi sportivi: i Giochi Olimpici di Tokyo e la Coppa d'Africa.

Campionessa di ritorno

Quando Amy Lasu aveva tre anni, nel 1998, la sua famiglia scappò dalla guerra civile verso il Kenya. Lì è  cresciuta, si è laureata in Gestione delle risorse umane alla Moi University e ha anche cominciato a giocare a calcio, una carriera iniziata all'età di sette anni e proseguita con successo nella Kenya's Women Premier League.

Le sue prestazioni hanno attirato l'interesse della federazione calcistica del Sud Sudan, il Paese più giovane del mondo, nato nel 2011 dopo una lunga guerra di secessione con le autorità sudanesi. Il primo incontro disputato con la sua nazionale non fu esattamente un successo: sconfitta per 9‒0 dalla più attrezzata nazionale della Tanzania.

Ma già nella seconda partita della Cecafa Women Senior Challenge Cup, un torneo per nazionali femminili dell'Africa orientale, arrivò la riscossa per Amy: 3‒0 alla selezione di Zanzibar e primo gol realizzato nella storia della nazionale di calcio femminile del Sud Sudan. Il torneo si concluse con un'altra sconfitta e l'eliminazione, ma da allora la federazione sud sudanese si impegnò a organizzare un campionato nazionale, disputato tra molte difficoltà.

Le giocatrici dovevano viaggiare in aereo data l'insicurezza delle strade del Paese e le discriminazioni maschili erano all'ordine del giorno, ha raccontato Lasu al portale Nation. Una partita è stata persino interrotta dal ministro agli affari umanitari Peter Mayen, infuriato perché pretendeva la sostituzione della moglie, stella della squadra appena rientrata da una maternità. Il pubblico protestò e i bodyguard del ministro cominciarono a sparare, provocando il panico tra le giocatrici.

Giocare per sperare

Ma il calcio in Sud Sudan resta un'opportunità di emancipazione per le giovani donne: più giocatrici ci sono, meno matrimoni combinati e gravidanze precoci avvengono, secondo Amy Lasu, che sogna di aprire un'accademia.

“Io sono stata fortunata, gioco a calcio da quando ho sette anni e la mia famiglia mi ha sempre supportata. Ma molte altre ragazze non hanno la mia stessa fortuna. Non solo non hanno la possibilità di inseguire i propri sogni, ma spesso si trovano anche a condurre una vita che non desiderano, vengono date in spose da bambine, tenute in casa a fare cose reputate consone alle donne, senza alcuna possibilità di scelta”, dice la capitana in una testimonianza raccolta da Amref.

Il calcio non distingue tra razze, religioni e tribù, unisce le persone e promuove la pace nei paesi
Amy Lasu
Capitano nazionale femminile Sud Sudan

Il calcio per unire un popolo

Per Lasu questo sport è anche un modo di unire un Paese ancora in costruzione, indipendente dal 2011 dopo una lunga guerra di secessione dovuta anche a motivi religiosi. Un sanguinoso conflitto ha segnato pure la storia del nuovo Paese dal 2013 al 2020 e il processo di pacificazione non è ancora stato completato. 

Il Sud Sudan resta diviso in 50 tribù e linguisticamente frammentato, con una crisi umanitaria costante e un' economia al collasso. L'aspettativa di vita non raggiunge i 60 anni, in un Paese che occupa il quartultimo posto dell'indice mondiale di sviluppo umano, meglio soltanto di Chad, Repubblica centrafricana e Niger.

“Penso che Il calcio sia un mezzo di coesione sociale. Perché il pallone non distingue tra razze, religioni e tribù, unisce le persone, promuove la pace nei paesi. Io vorrei solo aprire la strada per quei i giovani che possono promuovere la pace. Uniti possiamo provare a cambiare le cose in questo Paese“.

Nonostante le tante difficoltà, i primi passi sono stati mossi. Amy Lasu e le sue compagne hanno un campo sui cui allenarsi, i tifosi accorrono a vedere le loro partite e sempre più ragazze si mettono in gioco, sia come calciatrici, sia seguendo corsi per allenare o arbitrare. Nel Sud Sudan, racconta, il calcio per le donne era un tabù fino a pochi anni fa. Adesso, è un sogno.