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I murales di Napoli: un "campo di battaglia" per la giustizia

Il murale di Ugo Russo nei quartieri spagnoli di Napoli.
Il murale di Ugo Russo nei quartieri spagnoli di Napoli.   -   Diritti d'autore  AP
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I muri delle strade di Napoli sono, da centinaia di anni, autentici dipinti e ricordi di vita vissuta, per i napoletani.
Sono ricoperti di lettere d'amore, vignette, tifo calcistico, dichiarazioni politiche e molto altro...

Ma, negli ultimi mesi, i muri della città sono diventati un "campo di battaglia" per i genitori che piangono la morte dei loro figli, uccisi dalla polizia o dalla mafia.

"Verità e giustizia"

Nella notte tra il 29 febbraio e il 1° marzo 2020, è morto Ugo Russo.
Secondo la ricostruzione delle forze dell'ordine, il ragazzo, 15 anni, ha minacciato un carabiniere con una pistola giocattolo e ha cercato di rapinargli l'orologio.
Il tutto è avvenuto a centro,a Napoli, in zona Santa Lucia.
Il carabiniere ha reagito ed ora è accusato di aver ucciso Ugo Russo.
Un fatto di cronaca con versioni discordanti, di cui esiste anche un video.

Mesi dopo la morte di Ugo, la sua famiglia ha fatto dipingere un murale nei popolari quartieri spagnoli di Napoli, con la scritta "Verità e Giustizia", per attirare l'attenzione sull'incertezza che circonda la morte del ragazzo.

"Questo murale è il nostro grido di verità e il nostro bisogno di giustizia", ha commentato Vincenzo Russo, 38 anni, padre di Ugo. "Vogliamo far sapere alla gente che la morte di Ugo poteva essere evitata", ha aggiunto.
"Mio figlio ha commesso un errore, ma non era coinvolto in nessun crimine organizzato. Sono passati 15 mesi e non abbiamo ancora ricevuto neppure il rapporto dell'autopsia", dice papà Vincenzo.

A febbraio, però, il sindaco dei Napoli, Luigi De Magistris, ha ordinato la rimozione di due murales, tra cui quello di Ugo.
La famiglia si è appellata a un giudice - sottolineando che aveva ottenuto l'autorizzazione dal proprietario dell'edificio - ed è riuscita a bloccare la cancellazione del murale, almeno per ora.

AP
L'intero murale dedicato a Ugo Russo.AP

La famiglia di un altro ragazzo di 17 anni,ucciso il 4 ottobre scorso da un ispettore di polizia (sono ancora in corso delle indagini) durante un tentativo di rapina, Luigi Caiafa, non aveva ottenuto tale permesso e il suo murale è stato rimosso.

Anche se la "Guerrilla Street Art" è molto comune a Napoli, la città ha l'autorità di rimuovere tutto ciò che non ha l'approvazione formale.
Ma ottenere il via libera può essere lungo e burocratico.
Questo è il motivo per cui alcune famiglie scelgono di dipingere i loro murales senza l'approvazione del comune: per far passare il loro messaggio più velocemente.

Omicidi di camorra

Tra il 1982 e il 2015, solo in Campania, 183 persone sono state uccise dalla camorra, la mafia di Napoli. Diciannove delle vittime avevano meno di 18 anni.

Il figlio undicenne di Gaetano de Pandi morì dopo essere stato colpito da un proiettile vagante: era il 21 luglio 1991, accadde nel quartiere Soccavo.

Ancora addolorato per la perdita, De Pandi vorrebbe che anche suo figlio Fabio fosse dipinto sui muri della città, per servire da monito ad altri giovani, che potrebbero essere tentati di prendere strade sbagliate (e criminali).

"Sarebbe una testimonianza importante, che dimostrerebbe che mio figlio era soltanto una vittima innocente del crimine organizzato", dice De Pandi.
"E forse i ragazzi finirebbero per pensarci due volte e scegliere un percorso lontano dalla criminalità".

Napoli, una città "difficile"

Tutti, ovviamente, sono d'accordo nel tentativo di evitare che i bambini e i ragazzi siano coinvolti nelle organizzazioni criminali: ma come può farlo una città "difficile" come Napoli?

La regione Campania, di cui Napoli è il capoluogo, ha uno dei tassi di disoccupazione giovanile più alti d'Europa, pari al 47,9%.

Vincenzo Russo crede fermamente, viceversa, che la città possa fare molto per evitare che quello che è successo a suo figlio si possa tragicamente ripetere.
"Possono fare qualcosa, se vogliono", dice Vincenzo Russo. "Non quando queste cose accadono, ma prima! Perché se lo fanno dopo, è già troppo tardi".

"La colpa è nostra"

Gianmario Siani, il nipote di Giancarlo Siani, un giornalista ucciso dalla camorra nel 1985, afferma che nel corso degli anni c'è stata la tendenza a mettere soprattutto le persone in carcere piuttosto che investire soldi in altre attività ed avviare una sorta di "rieducazione", per evitare che i ragazzi dei quartieri poveri e popolari vengano coinvolti nella criminalità "di strada".

"Il fatto di Ugo, un quindicenne che ha cercato di rubare l'orologio di qualcuno con una pistola giocattolo, è la prova di questa povertà educativa", dice Siani.
E non è colpa del povero Ugo, perché era solo un bambino. È colpa nostra, è colpa di tutti noi, oltre che dello Stato. E Ugo è solo uno, ce ne sono molti altri come lui, purtroppo".