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La pandemia è un'occasione per rovesciare le gerarchie di potere nelle nostre case

Di Lorenzo Gasparrini
Le opinioni espresse nell'articolo View (Punto di vista) riflettono unicamente le posizioni dell'autore.
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In ogni ambiente di vita sono presenti delle gerarchie di potere; può essere qualcosa di poco piacevole da ricordare ma le società umane molto raramente prevedono luoghi liberi da queste gerarchie.

Anche la casa è un luogo di potere, e tradizionalmente è gestita da una figura femminile, da un ruolo femminile al quale sono affidate le mansioni di cura; il ruolo maschile è invece riconosciuto nel mantenere e proteggere quel luogo.

L’emergenza pandemica ha fortemente stressato questa situazione tradizionale.

Quando per gli abitanti di una casa è impossibile uscire, svolgere le loro attività in altri luoghi, è necessaria una redistribuzione attenta di tempi, spazi e poteri di agire perché la situazione si è fatta estremamente più complicata della “normalità”.

Lo stesso luogo deve necessariamente trasformarsi in postazione di lavoro e in luogo di relax e disimpegno - e non sempre è facilmente possibile; in più, gli spazi solitamente condivisi per pochi momenti al giorno ora sono da convivere tutto il giorno. Eppure, l’inerzia dei ruoli di genere tradizionali tende a far rimanere la gestione degli stessi nelle mani della stessa persona, soprattutto per i compiti meno gradevoli come le pulizie o l’alimentazione.

Una posizione dominante che entra in crisi

Come ormai un anno di esperienze ci hanno testimoniato e comprovato, in media l’uomo è meno preparato a questo cambiamento, mentre la donna, purtroppo per lei, è ben più allenata al carico mentale necessario a muoversi tra diversi compiti e responsabilità. Quello a cui nessuno dei due - o più abitanti della casa - è abituato, è la gestione del conflitto di potere che inevitabilmente si crea.

Il ruolo del breadwinner viene fortemente minato dall’obbligo del lavoro a casa, perché in casa è molto più complicato dimostrare a colleghi e colleghe di lavoro il proprio ruolo: non ci sono l’ufficio, lo spazio comune diviso per ambiti e settori, la divisa, la simbologia codificata a ricordare una gerarchia.

Questa si è smaterializzata in un contatto digitale molto più complesso da gestire, basato in parte sulla memoria delle precedenti esperienze e ora collocato in linguaggi più astratti e in comunicazioni più complesse e strutturate. Queste ultime potrebbero essere, per chi è abituato a un comando gestuale, diretto, vocale e molto “corporeo”, una vera fonte di frustrazione.

Questa posizione dominante, nell’ambito delle relazioni familiari, si complica. La figura del lavoratore è realizzata soprattutto attraverso il gesto dell’ “uscire di casa”; rimanere tra le mura domestiche davanti a uno schermo è qualcosa di gestualmente simile a un’attività ludica, a un passatempo, non a un lavoro.

Questa simbologia colpisce gli altri abitanti della casa, che vedono fortemente depotenziato un ruolo abitualmente svolto fuori, avvolto da quell’aura misteriosa ma abituale che è diventata luogo comune: “com’è andata al lavoro, oggi?” è una conversazione, un inizio di contatto umano, difficile da riproporre a chi è stato sotto i nostri occhi tutto il giorno a “lavorare”.

Sempre che un lavoro, questo breadwinner, lo abbia ancora.

Alle altre figure presenti in casa, spesso loro malgrado, la situazione non va in maniera migliore. Statistiche inquietanti raccontano che quasi sicuramente la parte femminile del nucleo familiare ha perso il lavoro, se lo aveva, o se l’è visto fortemente ridotto, e deve sobbarcarsi la gestione di una casa più abitata - quindi più sporca, più usata, più affamata - e degli altri abitanti che accumulano nello stesso luogo domestico le loro difficoltà: una scuola chiusa, un “parcheggio” ospitale per i più piccoli che ora non può erogare il suo servizio, mansioni di cura e accudimento improvvisamente aumentate esponenzialmente, libertà e relazioni affettive compromesse.

Il tasso di stress generale sale rapidamente a livelli altissimi, e la sola idea di cercare valvole di sfogo alternative a quelle solite - non si può uscire, non ci sono sport e palestre disponibili - suona come un ulteriore impegno insopportabile.

I vecchi ruoli della casa non hanno più senso di esistere

Nel microcosmo domestico diventato più popolato, più rumoroso, più stretto, più sporco, i ruoli che ciascuno aveva “prima” non hanno alcun senso né motivo di sussistere.

Però essi conferivano all’identità di ciascun abitante della casa una posizione gerarchica precisa; elastica e criticabile, sicuramente, ma definita. Questi confini non contengono più, queste linee di rispetto sono saltate, energie prima contenute e controllate circolano liberamente.

Evitare il conflitto richiamandosi alle rigidità dei ruoli non è gestire il conflitto, è comprimerlo, rischiando di farlo esplodere.

Gestire il conflitto significa prima di tutto riconoscerlo come inevitabile, quindi essere pronti e pronte a ridiscutere quei ruoli tipicamente associati al genere, ridisegnarne i limiti, riorganizzare i compiti e la coabitazione. Se lo spazio diventa più comune, deve diventare più comune il linguaggio, verbale e corporeo, con il quale vivere quello spazio.

Cosa fare?

Non smetto di essere un uomo o una donna cambiando quelle abitudini che credo essere la mia identità. Vanno riconosciuti da parte di tutti e tutte i condizionamenti e le pressioni vecchie e nuove, e ridiscussi in modo da non gravare ingiustamente solo su qualcuno o qualcuna, in modo da non danneggiare solo uno o una delle vite con le quali condividiamo un tempo costretto e ristretto. Questo non ci rende meno uomini o meno donne.

Culture diverse avranno a disposizione soluzioni diverse, per gli effetti differenti che la pandemia ha avuto in ciascuna specificità sociale; ma non si può comunque resistere sconsideratamente nel mantenere i ruoli di genere tradizionali.

Se già erano ampiamente criticabili in un “prima”, che non tornerà, a maggior ragione sono insensati in un “ora” incerto e destabilizzante, e inutili per un “dopo” da reimmaginare e da ricostruire necessariamente diverso.

Le risorse per questa riconfigurazione, per questa ridiscussione delle identità di genere, ci sono, e non da poco tempo; parafrasando un noto slogan politico, non c’è miglior momento di questo per divulgarle, metterle all’opera, renderle patrimonio comune di una collettività.

Chi è Lorenzo Gasparrini

Lorenzo Gasparrini conduce seminari, workshop e laboratori in università, centri sociali, aziende, scuole, sindacati, ordini professionali, gruppi autorganizzati; pubblica costantemente su riviste specializzate e non, sia online che stampate. É autore di “Perché il femminismo serve anche agli uomini” (Eris, 2020), “NO. Del rifiuto e del suo essere un problema maschile.” (Effequ, 2019), “Non sono sessista, ma… Il sessismo nel linguaggio contemporaneo” (TLON, 2019) e “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” (Settenove, 2016, nuova edizione 2020).

Il podcast Cry Like A Boy di Euronews

Questo articolo è stato pubblicato nell'ambito del progetto Cry Like a Boy (o Dans la tête des hommes, in francese). Al centro dell'iniziativa editoriale multimediale c'è un podcast in 20 puntate ambientato in 5 Paesi africani diversi e finanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation. Assieme al podcast, pubblichiamo anche video ed editoriali di intellettuali e personalità di spicco. Nel podcast, disponibile su tutte le maggiori piattaforme, parliamo di come un certo tipo di mascolinità possa avere ricadute negative su intere società, e di come sia indispensabile il coinvolgimento degli uomini per colmare il divario di genere ed eradicare la violenza di genere.