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Gli Usa confermano: sospesa la consegna di un carico di bombe a Israele per preoccupazione per Rafah

Un edificio residenziale distrutto da un attacco israeliano a Rafah, 7 maggio 2024
Un edificio residenziale distrutto da un attacco israeliano a Rafah, 7 maggio 2024 Diritti d'autore Ismael Abu Dayyah/Copyright 2024 The AP. All rights reserved.
Diritti d'autore Ismael Abu Dayyah/Copyright 2024 The AP. All rights reserved.
Di Michela Morsa
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Kirby ha sottolineato che l'operazione a Rafah non è una vera e propria invasione, ma un intervento "limitato" contro Hamas. Riaperto mercoledì mattina il valico di Kerem Shalom per consentire l'entrata degli aiuti umanitari

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La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno sospeso la consegna di un carico di bombe dopo la mancata risposta di Israele alle "preoccupazioni" di Washington in merito all'annunciata offensiva su Rafah, la città più meridionale della Striscia di Gaza. Lo ha confermato un alto funzionario militare statunitense dopo l'annuncio del 5 maggio del Consiglio di sicurezza nazionale. Si tratterebbe di 1.800 bombe da 910 chili e 1.700 bombe da 225 chili.

Il funzionario ha detto che non è stata ancora presa una decisione definitiva sull'eventualità di procedere con la spedizione in una data successiva. La preoccupazione degli Stati Uniti è quella di capire come bombe così pesanti potrebbero essere utilizzate in un ambiente urbano denso come quello di Rafah, dove si rifugiano 1,4 milioni di sfollati, più della metà della popolazione di tutta la Striscia. 

Il Dipartimento di Stato statunitense sta esaminando anche altri trasferimenti di armi e l'uso di bombe di precisione note come Jdam, ha aggiunto la fonte anonima. 

Kirby: "Non è una vera e propria invasione" di Rafah

Nei giorni scorsi Washington ha continuato a ribadire la sua opposizione a un'offensiva su larga scala a Rafah per motivi umanitari. L'ultima volta lunedì, in una telefonata tra il presidente Usa Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. 

Poi nella notte tra lunedì e martedì, poche ore dopo che l'Idf ha ordinato l'evacuazione di centomila persone dai quartieri orientali della città, le truppe israeliane hanno attaccato massicciamente l'area, prendendo il controllo del valico di frontiera che consente l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia dall'Egitto, ora bloccato. 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la presa del valico è un "passo importante" verso lo smantellamento delle capacità militari ed economiche di Hamas, compresa l'eliminazione degli ultimi presunti quattro battaglioni del gruppo radicale palestinese. 

Ma il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Kirby ha dichiarato che l'operazione militare avviata da Tel Aviv nella parte orientale di Rafah non è una vera e propria invasione della città. Kirby ha detto che Israele si è impegnata a limitare l'offensiva, descritta come "un'operazione di portata e durata limitate" volta a tagliare "le capacità di Hamas di contrabbandare armi e fondi a Gaza". 

La denuncia delle agenzie umanitarie: "Meno di un giorno di carburante"

Operazione limitata o meno, la prima conseguenza, oltre alle decine di altre vittime tra i civili, è stata la totale interruzione del flusso di aiuti umanitari in arrivo nella Striscia di Gaza, già limitato. La scorsa settimana, infatti, Israele aveva chiuso anche il valico di Kerem Shalom, dopo che Hamas aveva lanciato dei razzi in direzione della frontiera.

Mercoledì mattina, grazie alle pressioni di Biden sul premier israeliano durante la loro telefonata di lunedì, è stato riaperto almeno il valico di Kerem Shalom. La consegna degli aiuti non è comunque ancora ripartita. 

I funzionari delle agenzie umanitarie hanno dichiarato di avere meno di un giorno di carburante per i camion e le autocisterne che trasportano cibo, medicine, acqua e gasolio a milioni di persone in tutto il territorio, minacciando una chiusura quasi totale delle operazioni, compresi panifici e ospedali

"Tutto ciò che facciamo a Gaza è alimentato dal diesel. Attualmente abbiamo un giorno di gasolio a disposizione. Se non avremo una ripresa entro domani, tutto si fermerà", ha dichiarato martedì alla Cnn Scott Anderson, vicedirettore senior dell'Unrwa, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi. 

Inoltre si sono verificati diffusi saccheggi delle scorte già stipate a Rafah, dopo che le agenzie umanitarie sono state costrette a lasciare i magazzini incustoditi in seguito agli avvertimenti di evacuare l'area da parte dell'Idf.

Ripresi i colloqui al Cairo

Nel frattempo sono ripresi i colloqui al Cairo per raggiungere un accordo sul cessate il fuoco. Nella capitale egiziana sono presenti le delegazioni di Israele, Hamas, Stati Uniti, Egitto e Qatar, a cui si aggiunge il direttore della Cia William Burns, che secondo Reuters dovrebbe incontrare anche Netanyahu. 

Gli Stati Uniti ritengono che le rimanenti differenze tra Israele e Hamas possano essere colmate in questi ultimi negoziati. Due fonti egiziane hanno dichiarato a Reuters che tutte e cinque le delegazioni hanno "reagito positivamente" alla ripresa dei colloqui

Osama Hamdan, funzionario di Hamas, ha avvertito in una conferenza stampa martedì a Beirut che se l'aggressione militare di Israele continuerà a Rafah, non ci sarà alcun accordo.

L'Idf ha preparato un piano di combattimenti a Gaza di un anno

Il portavoce delle forze di difesa israeliane, Daniel Hagari, ha dichiarato in un'intervista all'agenzia di stampa israeliana Yedioth Ahronoth che l'esercito ha presentato al gabinetto di guerra un piano di combattimenti a Gaza che durerà circa un anno, lasciando intuire che le operazioni militari nella Striscia non si fermeranno con l'annunciata invasione di Rafah.

"Ci stiamo dirigendo verso anni molto complessi in cui dovremo spiegare Israele sia all'esterno che all'interno. Non inganneremo il pubblico: anche dopo che ci saremo occupati di Rafah, ci sarà il terrorismo. Hamas si sposterà a nord e si riorganizzerà", ha detto Hagari. "Noi torneremo e opereremo ovunque". 

Hagari ha anche dichiarato che l'Idf ha ammesso la responsabilità per le mancanze che hanno portato all'attacco del 7 ottobre.

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