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Nucleare in Europa: cosa è cambiato dopo Fukushima

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La centrale tedesca di Biblis
La centrale tedesca di Biblis   -   Diritti d'autore  Boris Roessler/(c) Copyright 2020, dpa (www.dpa.de). Alle Rechte vorbehalten
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Il disastro di Fukushima, di dieci anni fa, ricorda anche all'Europa tutti i limiti dell'energia nucleare.

Allora, l'Unione europea contava 150 centrali, 58 si trovavano in Francia.

E sempre allora, le differenze tra gli stati europei erano enormi: 3/4 dell'energia francese era prodotta da centrali nucleari, appena il 4% proveniva da centrali nucleari invece nei Paesi Bassi.

In seguito al disastro giapponese, la Germania, per esempio, decise di mettere fine al nucleare.

Nelle settimane successive al disastro, vennero fatti tutta una serie di stress test da parte dell'European Nuclear Safety Regulators Group alle centrali dei paesi dell'Unione così come di paesi terzi come Norvegia, Ucraina o Svizzera, per capire come gli impianti del Vecchio continente potevano reagire a un evento simile e nel caso come circoscrivere l'emissione di onde radioattive.

Alla fine dei test sono state fatte delle raccomandazioni volte a rafforzare le centrali. Ma 10 anni dopo, per Greenpeacec'è ancora molto da fare, secondo la ONG, sulla base di uno studio tedesco condotto su 11 centrali nucleari è evidente che i piani e le ristrutturazioni per evitare un disastro come Fukushima sono stati minimi.

La Commissione europea promette un seguito al lavoro del gruppo dei regolatori. Una direttiva europea rafforza il ruolo delle autorità nazionali dando loro più mezzi, sono state previste anche valutazione di esperti tutti gli impianti ogni 6 anni 10 anni.

In Italia il referendum del 1987 ha certificato la volontà di abbandonare il nucleare civile per la produzione di energia elettrica. Eppure, l'Italia ancora oggi ha un conto in sospeso con il nucleare: le scorie.

Si tratta di un’eredità pesante: 100mila tonnellate di scorie radioattive che verranno stoccate in parte in depositi. All'inizio del 2021, la Sogin (la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi provenienti dalle attività industriali) ha reso nota la Carta delle aree potenzialmente idonee a ospitarle i siti di stoccaggio: si tratta di una lista di 67 territori in cui potrebbero essere stoccati i rifiuti a bassa e media attività. Si tratta di zone geologicamente molto stabili, non esposte a frane o terremoti, il tempo dove verrebbero parcheggiate le scorie a bassa intensità per un periodo che può essere stimato in 300 anni.

Il discorso si fa più complesso per le scorie a media e alta attività, ovvero le barre di combustibile, la cui radioattività durerà centinaia di miglia di anni e per cui oggi non c’è nessuna soluzione.