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Covid-19: ora che abbiamo trovato un vaccino, come facciamo a farlo arrivare a tutti quanti?

Di Alice Tidey
Trasportatori addetti alla "catena del freddo" per la manipolazione di medicinali e vaccini allo Swissport Pharma Center di Machelen, Belgio
Trasportatori addetti alla "catena del freddo" per la manipolazione di medicinali e vaccini allo Swissport Pharma Center di Machelen, Belgio   -   Diritti d'autore  Virginia Mayo/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved
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I primi europei potrebbero ricevere il vaccino anti-Covid già a fine dell'anno - o almeno queste sono le speranze della comunità scientifica dopo l'annuncio del successo delle sperimentazioni da parte di varie case farmaceutiche.

Ma se il vaccino sembra effettivamente essere stato scoperto in tempi record, ora bisogna capire piuttosto come farlo arrivare ad una popolazione mondiale di 7,5 miliardi e mezzo di persone.

Abbiamo parlato con due esperti dei principali ostacoli che le autorità sanitarie dovranno superare per garantirne la massima accessibilità possibile.

Capacità produttiva

I tre vaccini al rush finale richiedono due somministrazioni - anche se quello sviluppato da AstraZeneca/Unviversità di Oxford si è dimostrato più efficace quando ad essere somministrata per prima è una mezza dose del farmaco.

AstraZeneca ha annunciato l'intenzione di produrre 3 miliardi di dosi nel corso del prossimo anno, mentre BioNTech/Pfizer prevede di produrne 1,3 miliardi.

Questi obiettivi "sembrano essere fattibili", ritiene il dottor Zoltan Kis del dipartimento di ingegneria chimica dell'Imperial College di Londra. "Tuttavia, la domanda globale, nell'ipotesi delle 2 dosi a persona, è ben lungi dall'essere soddisfatta entro la fine del 2021".

Prashant Yadav, professore di strategia alla INSEAD Business school, ha detto a Euronews che "potrebbero essere necessari fino a 2,5 anni e mezzo per produrre le oltre 10 miliardi di dosi necessarie alla copertura vaccinale globale".

Temperatura di stoccaggio

"I vaccini di routine sono conservati e distribuiti tra i 2-8°C. Ci sono infrastrutture sufficienti per la conservazione a freddo e la distribuzione a questa temperatura nei paesi ad alto reddito, e grazie agli sforzi di GAVI (la Vaccine Alliance), della Gates Foundation e dell'UNICEF, è stata costruita una capacità sufficiente anche in Africa, in Asia meridionale e in altre regioni meno sviluppate del mondo - di modo da poter conservare e distribuire i vaccini tra i 2-8°C", continua Yadav.

Il problema è che, dei tre candidati al vaccino, finora, solo uno "funziona" se conservato in quella fascia di temperatura - quello di AstraZeneca. I vaccini di Pfizer/BioNTech e Moderna hanno un fabbisogno di raffreddamento rispettivamente di -70°C e -20°C.

"I vaccini Pfizer-BioNTech richiedono un'infrastruttura per una catena ultrafredda che non esiste né in Europa né negli USA, ad eccezione di alcuni centri medici accademici e di alcuni centri di distribuzione specializzati", ha aggiunto.

Pfizer ha sviluppato uno speciale box di congelamento in grado di mantenere il vaccino al sicuro per un massimo di 10 giorni, ma la sua distribuzione in "paesi a basso e medio reddito o in zone rurali di altri paesi è comunque impegnativa a causa della mancanza di temperature di congelamento adeguate", indica il dottor Kis.

Per quanto riguarda il vaccino Moderna, secondo Yadav, anche se "può resistere tra i 2-8°C per alcune settimane", la capacità produttiva non è "così elevata. Quindi le forniture non sarebbero disponibili al di fuori di Stati Uniti, Canada e Unione Europea".

Nel complesso, sottolinea il dottor Kis, "l'Europa e il Nord America sono considerati i continenti più capaci di distribuire e conservare i vaccini a basse temperature, ad esempio -70°C, rispetto alla loro popolazione".

"D'altra parte, quanto a distribuzione di vaccini a bassa e bassissima temperatura, quella ad essere messa peggio è l'Africa subsahariana. Gli altri continenti si trovano in una posizione intermedia", ha aggiunto Kis.

Città vs campagna

A causa delle esigenze di raffreddamento, che influenzeranno anche la catena del trasporto, l'accesso al vaccino nelle zone rurali e remote sarà più difficile rispetto a quello garantito nelle grandi città.

Secondo Yadav, l'imballaggio del vaccino Pfizer viene effettuato in contenitori da 1.000 dosi. Questo pone un problema per "alcune cliniche rurali, che non hanno la capacità di assorbire così tante somministrazioni in un breve intervallo di tempo, di 2-3 giorni. Nelle zone rurali manca il personale che può somministrare il vaccino".

"La somministrazione richiede anche che il personale sia equipaggiato con adeguati dispositivi di protezione individuale, e la catena di approvvigionamento per consegnare i DPI nelle zone rurali è anch'essa una sfida".

Campagne di immunizzazione "altamente impegnative"

C'è poi da considerare che la stessa somministrazione dei vaccini ai pazienti "è un tipo di processo molto impegnativo", ha detto il dottor Kis. "Bisogna tenere in conto il tempo necessario per immunizzare le persone - compreso il periodo di recupero di 10-15 minuti dopo la somministrazione del vaccino - e per registrare correttamente ogni procedura.

Il requisito del distanziamento sociale e il "numero limitato di medici/vaccinatori disponibili pro capite" - che si riducono ancor più nei paesi a basso e medio reddito - fanno sorgere ancor più interrogativi.

"La somministrazione di un vaccino richiede il più alto tipo di coinvolgimento umano. Questa fase potrà porre ulteriori sfide, soprattutto se si considera che ad ogni persona dovranno essere somministrate due dosi di vaccio - di solito a 3-4 settimane di distanza l'una dall'altra".