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Fecondazione assistita e Covid: "Non possiamo permetterci di aspettare tempi migliori"

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Foto d'archivio   -   Diritti d'autore  Charles Krupa/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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I primi studi su donne incinte contagiate hanno dimostrato che il Covid-19 non riesce a superare la barriera placentare. Gli specialisti della procreazione assistita confermano che i loro pazienti stanno affrontando positivamente la situazione, nonostante l'incertezza.

"I singoli pazienti non sembrano più ansiosi del solito", dice il Prof. Brian Dale, direttore e fondatore del Centro Fecondazione Assistita (CFA-Italia).

"Nella nostra esperienza, il coronavirus non ha alcuna influenza sul desiderio di avere un figlio" concorda il dottor Salvatore Ronsini, direttore del Centro di Procreazione Medica Assistita San Luca, l'unico centro pubblico della provincia di Salerno. "Per quelle coppie che sono fermamente convinte, è difficile abbandonare l'idea di avere un bambino, il loro desiderio è troppo forte".

Muoversi in un ospedale non è privo di rischi, ma i pazienti sono disposti ad accettarli.

"Le mie pazienti mi dicono spesso di sentire che questa precarietà durerà a lungo e, data la loro situazione, non possono permettersi di aspettare tempi migliori" dice la dottoressa Elisabetta Trabucco, corresponsabile del Centro Fertilità Genera di Napoli. "Credo anche che si sentano come se non avessero più tempo a disposizione."

"Credo che l'ansia di iniziare le cure il prima possibile per paura di un ulteriore confinamento preoccupi il 10-20% dei nostri pazienti", spiega il dottor Vincenzo Capuano, direttore sanitario del Centro Fertilitas di Salerno.

"Chi si sentiva più al limite, perché era in età più avanzata o aveva una riserva ovarica ridotta, sentiva davvero di non poter più aspettare".

Una corsa contro il tempo

La procreazione medicalmente assistita (PMA), comunemente detta ‘fecondazione assistita’, è l'insieme delle tecniche utilizzate per aiutare le coppie che hanno difficoltà a conseguire una gravidanza spontanea, nei casi in cui altri interventi farmacologici e/o chirurgici risultino inadeguati.

Possono essere utilizzati diversi metodi. Con le tecniche non invasive, la fecondazione avviene all'interno dell'apparato genitale femminile, mentre quelle più complesse richiedono la fecondazione in vitro.

Diverse condizioni patologiche possono influire negativamente sulla capacità riproduttiva sia degli uomini che delle donne, ma l'età della donna è il fattore che più riduce la possibilità di avere un figlio.

Di fatto, le donne registrano un primo declino della fertilità già intorno ai 32 anni e un secondo declino più rapido dopo i 37 anni, fino ad arrivare alla menopausa.

Maria ha 36 anni, Annamaria 41. L'età ha giocato un ruolo importante nella loro decisione di riprendere le cure a giugno, quando i centri di fertilità hanno riaperto.

Annamaria si era ripromessa di provarci di nuovo a fine lockdown. Maria ha pensato ad una eventuale seconda ondata: "Non pensavo che la pandemia sarebbe finita presto, così mi sono fidata del mio medico e ho continuato le cure. Tuttavia, ho fatto delle ricerche per assicurarmi che anche se fossi risultata positiva, non sarebbe stato fatale per la bambina".

Baby boom o calo demografico?

All'inizio della pandemia, in molti prevedevano un aumento delle nascite: che fare, d'altronde, quando si è costretti a rimanere a casa? Un sollievo per il paese, che dal 2009 ha registrato una diminuzione costante delle nascite, con un calo di circa un quarto da un decennio a questa parte.

Ma le ansie legate al Covid-19 potrebbero in realtà portare ad una riduzione delle nascite nel 2021.

In un'intervista al Corriere della Sera, il presidente dell’Istat, Carlo Blangiardo, ha dichiarato che il coronavirus e l'incertezza sul lavoro "fanno sì che le persone rimandino il momento di avere un figlio fino a quando forse è troppo tardi".

Al contrario, i centri di fertilità sembrano registrare un aumento del numero di pazienti, anche se le ragioni sono ancora tutte da esplorare.

"C'è stato un aumento del 50% dei nuovi accessi ai nostri centri, anche in Svizzera, dove abbiamo un solo laboratorio, cosa che non posso ancora spiegare", dice il professor Dale. Crede anche che ci sarà un aumento complessivo del numero di procedure rispetto all'anno scorso: "Sospetto che i mesi di ottobre e novembre saranno molto impegnativi, dato che abbiamo molti pazienti in preparazione".

Il Gruppo Genera ha 5 centri in Italia, da Nord a Sud e, nonostante il Covid-19 abbia colpito ogni regione in modo diverso, ognuno ha registrato un aumento delle richieste dei pazienti. "Nel nostro centro di Napoli, tra giugno e settembre, abbiamo registrato un +35% nelle prime visite, un +30% nei prelievi (di campioni di ovociti) e un 45% in più di trasferimenti di embrioni, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso" precisa la dottoressa Trabucco.

Il dottor Capuano ritiene che "stiamo solo assistendo a un accavallamento delle procedure sospese. E la pressione a muoversi più velocemente viene dalla popolazione più a rischio".

Ritiene inoltre che l'aumento della domanda dei centri di fertilità privati potrebbe corrispondere a una diminuzione per i centri pubblici, dato che le linee guida regionali raccomandavano di dare priorità solo ai casi urgenti.

Il dottor Ronsini conferma questa teoria: "Il carico di lavoro è aumentato perché dovremo fare lo stesso lavoro in 9 mesi invece che in 12, dato che ci siamo dovuti fermare per 3 mesi. Normalmente eseguiamo 300 procedure all'anno e manterremo questo numero".

Paradossalmente, aggiunge, "altri trattamenti medici, come i controlli cardiaci, sono stati rinviati da pazienti che temono di essere infettati in ospedale. Ma per le persone affette da sterilità, questo problema viene superato, perché la loro motivazione è molto forte".

In questa nuova normalità, sia Maria che Annamaria aspettano ora un bambino. "Mentre la situazione peggiora, e sembra che tutto ricominci da capo, cerchiamo di evitare le situazioni a rischio e di vivere la nostra vita nel modo più normale possibile".