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Belgio: nasce il Governo De Croo: è giunta l'ora delle decisioni radicali?

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Il nuovo Governo belga presieduto da Alexander De Croo si è ufficialmente insediato, prestando giuramento davanti a Re Filippo a Bruxelles.

Dopo una crisi politica durata circa un anno e mezzo, il liberale fiammingo guiderà la coalizione di Governo, cosiddetta 'Vivaldi' in omaggio a 'Le Quattro Stagioni' del compositore italiano, perché riunisce Liberali, Socialisti e Verdi delle due parti linguistiche e i Cristiano-Democratici fiamminghi.

Ogni volta che il Belgio va alle urne per le elezioni federali, nella sede del Guinness dei primati inizia a suonare un campanello d'allarme. Nel dicembre 2011, il Paese ha stabilito il record mondiale per il periodo più lungo senza governo in tempo di pace: ben 589 giorni.

Quest'anno si è quasi ripetuto. Dopo il crollo del Governo dell'allora primo ministro, Charles Michel nel dicembre 2018, le elezioni del maggio 2019 hanno ulteriormente polarizzato un Paese già diviso lungo assi ideologici, sociali e linguistici.

Nelle Fiandre di lingua olandese ha primeggiato il partito di estrema destra, Vlaams Belang (VB); nel Vallonia francofona, avanza galoppando il Partito dei Lavoratori del Belgio (PVDA-PTB), di estrema sinistra.

Politicamente, il Belgio è da sempre una sorta di Giano bifronte, e difficilmente in futuro l'antagonismo linguistico ed etnico che caratterizza il paese potrà scomparire. Quanto accade alle urne, però, non fa altro che esacerbare le contraddizioni, invece che risolverle.

Questa settimana, dopo 493 giorni di negoziati e intense trattative, è stato varato un nuovo governo guidato dal liberale fiammingo Alexander De Croo. Guiderà una coalizione di non due, non tre bensì sette partiti. Liberali, socialisti, verdi e cristiano-democratici di lingua olandese. Ce n'è per tutti i gusti, tanto che è già stata rinominata: la "coalizione Vivaldi".

Mancanza di credibilità

Una delle prime questioni da affrontare per il nuovo governo De Croo è senza dubbio la crisi sanitaria dovuta alla pandemia. Il Belgio è il paese più colpito in Europa quanto a morti per 100mila residenti, al terzo posto nella triste classifica mondiale.

Ma, secondo il dottor Peter Bursens, professore di scienze politiche all'Università di Anversa, c'è una sfida ancora più grande che attende il neonato esecutivo: ripristinare un certo grado di fiducia da parte dell'elettorato.

"Ovviamente, il fatto che ci sia voluto così tanto tempo [per formare un governo] ha danneggiato, credo, la credibilità e la fiducia in tutti i partiti e in tutti gli attori politici coinvolti", dice Bursens a _Euronews. _"Uno dei punti più importanti per questo governo sarà ripristinare la fiducia nel governo e nella politica in generale. Anche guardando all'opposizione, non solo alla maggioranza, perché anche l'opposizione è stata più volte coinvolta nel tentativo di formare un governo".

Nonostante ci sia "molta continuità", secondo Bursens, tra le precedenti amministrazioni e il governo in pectore, l'annuncio della nuova coalizione ha accresciuto le inquietudini nelle Fiandre.

Già perché i partiti di lingua olandese che entrano in coalizione rappresentano meno della metà dell'elettorato delle Fiandre.

Alcuni studenti dell'ala giovanile del partito di destra della Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA) hanno protestato in sei città universitarie distribuendo preservativi con il marchio "F*** Vivaldi" ('fottiti, Vivaldi', n.d.R.)

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Re Filippo del Belgio, al centro, con il nuovo primo ministro, De Croo (il secondo a sinistra) e il premier uscente, Sophie Wilmes, a sinistra, con i nuovi ministriYves Herman/AP
Per approfondire

Divisione linguistica

La formazione del governo in questo piccolo paese di poco più di 11 milioni di abitanti è un delicato gioco di equilibrismi. Il prodotto finale viene spesso forgiato nei carboni ardenti della diversità.

Per colmare le differenze regionali e linguistiche che abbracciano i suoi 190 anni di storia, il Belgio ha adottato un sistema politico particolarmente complicato, pensato soprattutto per smussare le differenze.

I risultati delle elezioni del 2019 si sono rivelati, a differenza delle precedenti consultazioni, una sorta di parafulmine che ha convogliato gli strali delle varie comunità, con i fiamminghi ritengono di non essere rappresentati a sufficienza nel nuovo governo.

"Questa narrazione è stata lanciata dai partiti di destra radicale, quelli nazionalisti. Ritengono questo processo elettorale antidemocratico, vista la mancata maggioranza di partiti fiamminghi nel parlamento federale", continua Bursens. "È una narrazione errata, in un certo senso, perché non c'è nessuna regola nella costituzione che in qualche modo richieda una tale maggioranza. Non c'è nemmeno bisogno di avere una maggioranza di governo, dato che si può anche avere un governo di minoranza".

"Il Belgio è sempre stato un Paese con molte...chiamiamole scollature. La scollatura linguistica è una di queste, forse la più importante nella storia recente. Ma penso che sia altrettanto giusto sottolineare che non si tratta dell'unica divisione politica presente nel Paese".

"Ai miei occhi, la cosa più importante è che è molto difficile governare alla luce del modo in cui sono state create le strutture federali e alla luce della divisione dei partiti". Ecco perché, secondo Bursens, è importante che il nuovo governo "dimostri che [i nazionalisti fiamminghi] si sbagliano, e che questo governo è in grado di rappresentare e amministrare l'intero paese".

Riforma dello Stato

Con il protrarsi dei colloqui di coalizione, alla luce del fatto che negli ultimi anni i governi instabili sono diventati la regola piuttosto che l'eccezione, si fanno sempre più forti gli appelli a riforme strutturali che modifichino l'intero funzionamento della macchina stalale.

"Sono davvero convinto che l'attuale struttura federale non stia funzionando come si spera", sostiene Bursens. "In molti la pensano così".

In paesi come la Spagna e il Regno Unito, le divisioni politiche, culturali e persino economiche stanno premiando i movimenti indipendentisti, a cui è demandato il compito di ridisegnare un nuovo equilibrio. Si pensi alla Catalogna e alla Scozia.

Per alcuni, anche il Belgio dovrebbe iniziare a pensare seriamente alla creazione di due stati separati.

Il partito nazionalista fiammingo Vlaams Belang, arrivato secondo nella regione nelle elezioni federali del 2019, vuole "come obiettivo finale la separazione. E ci sono validi argomenti a favore, dato che è molto più facile governare una società più omogenea".

Nonostante la crescente ondata di nazionalismo, non c'è però ancora una netta maggioranza a favore dell'indipendenza delle Fiandre.

Anche nel bel mezzo della crisi politica, secondo un sondaggio Ipsos del dicembre 2019, solo il 37% degli intervistati fiamminghi ha dichiarato di preferire la disgregazione del Paese se dovesse tenersi un referendum ufficiale. Hanno votato in tal senso solamente il 14% dei valloni e il 17% dei residenti di Bruxelles.

Non solo. Se è vero che ogni parte costituente del Belgio confina con paesi che parlano la stessa lingua madre, è altrettanto vero che sia le Fiandre che la Vallonia sono molto fredde nei confronti rispettivamente di Paesi Bassi e Francia.

Il più grande nemico del Belgio? L'apatia

Ma quella della scissione, naturalmente, è solo di una delle visioni per il futuro del Belgio. L'altra punta a ricalibrare la struttura federale esistente.

"Se si guarda alla storia, a quello che è stato fatto in termini di ristrutturazione, la riforma dello Stato è stata molto incrementale. É un po' come per l'Unione Europea. Il sistema che si ottiene alla fine è molto complicato. Quindi sarebbe una buona idea fare un passo indietro e vedere come potremmo organizzare diversamente la nostra società. Si potrebbe immaginare un altro tipo di federalismo, sul modello tedesco, per esempio, con il suo modo di organizzare le relazioni tra il livello federale e quello substatale", dice Bursens.

Al giorno d'oggi, il più grande nemico del progetto di federalismo in Belgio non è tanto l'eterogeneità del paese, quanto l'apatia.

"In molti sono ormai indifferenti, distaccati dalla politica", conclude Bursens. "Bisogna coinvolgere la gente in qualche modo per far funzionare la democrazia, giusto? Questa una delle più pericolose implicazioni di tutta la vicenda della formazione del nuovo governo: la gente è talmente stufa che ha voltato le spalle alla politica. Una cosa molto grave".