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25 anni dal massacro di Srebrenica

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25 anni dal massacro di Srebrenica
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Sono passati 25 anni dal massacro di Srebrenica, quando le forze serbe bosniache hanno ucciso oltre 8000 uomini e ragazzi musulmani. Nelle prime immagini del servizio vedete il comandante Mladic che incontra gli abitanti che avevano cercato rifiugio nella base olandese dei caschi blu, dopo che il massacro era già iniziato. Due anni prima le Nazioni Unite avevano designato la città come "area sicura" per i civili in fuga dai combattimenti, ma i 500 caschi blu non li hanno protetti.

Circa 20.000 rifugiati e 37.000 residenti protetti da meno di 500 forze di pace internazionali leggermente armate. Le forze serbe realizzarono quello che in seguito fu documentato come un atto di genocidio pianificato con cura. I soldati e la polizia serbo-bosniaca hanno radunato uomini e ragazzi dai 16 ai 60 anni - quasi tutti civili innocenti - li hanno trasportati in camion nei siti per ucciderli e li hanno sepolti in fosse comuni.

"Sono nata il 7 giugno 1995 - dice Dzenana Salihovic - avevo solo un mese di vita quando la mia famiglia è stata costretta a lasciare la città. Assieme a mia madre e alle mie sorelle siamo state trasferite a Kladan, mentre mio padre ha cercato di nascondersi tra i boschi invano...".

Secondo le testimonianze molte donne, risparmiate dal massacro, sono state violentate.

"Sono nato a Lukavaz - dice Avdo Mehmedovic - dove la mia famiglia si era rifugiata. Sono nato nel seminterrato di un casa dove c'era molta umidità... Non respiravo affatto, quindi mia madre e mia nonna hanno cercato di rianimarmi e mi hanno avvicinato alla stufa e poi ho iniziato a respirare. Mi è stato dato lo stesso nome di mio nonno che è stato ucciso nel genocidio".

Dove prima c'erano i caschi blu, ora c'è un museo per ricordare il massacro, ma anche le tante mancanze della comunità internazionale.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2007, nonché altre del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY), hanno stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi, costituisce un "genocidio". Tra i vari condannati, in particolare Ratko Mladić e Radovan Karadžić (all'epoca presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) sono stati condannati in due momenti diversi dall'ICTY, il primo all'ergastolo ed il secondo a 40 anni di reclusione. La Corte penale internazionale dell’Aia ha poi applicato la pena dell’ergastolo anche a Karadžić.