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Il genocidio di Srebrenica: chiamiamo le cose col proprio nome

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Il genocidio di Srebrenica: chiamiamo le cose col proprio nome
Diritti d'autore  Michel Euler/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
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Ferite ancora aperte e riconciliazione incompiuta: 25 anni dopo, Srebrenica pesa ancora come un macigno su presente e futuro della Bosnia ed Erzegovina.

Per dieci giorni, le Forze armate serbe invasero la città bosniaca di Srebrenica, portando a compimento quel che è stato definito il peggior massacro d'Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Fu un genocidio di oltre 8.000 musulmani bosniaci, per la maggioranza ragazzi e uomini, avvenuto l'11 luglio 1995 in città e nei suoi dintorni, durante la guerra che attanagliava il Paese.

Srebrenica doveva essere una "zona sicura", designata dalle Nazioni Unite per i civili in fuga dai combattimenti tra il Governo bosniaco e le forze separatiste serbe durante la separazione della Jugoslavia.

Ciò, tuttavia, non impedì ai soldati di assediare la città per anni.

Gran parte della popolazione musulmana della città cercò quindi rifugio nel vicino complesso delle Nazioni Unite, nella speranza che le Forze di pace olandesi la proteggesse.

L'enorme numero di persone, però, ne rese impossibile la messa in salvo: uomini e ragazzi venivano separati per l'esecuzione dalle donne, mandate invece nel territorio bosniaco controllato dal Governo.

I corpi delle vittime furono seppelliti in fosse comuni di fortuna, successivamente demolite e disperse tra gli altri siti di sepoltura per nascondere le prove del crimine.

Parti di corpi senza vita sono state attribuite di recente, attraverso l'analisi del DNA: gli scienziati le hanno identificate e restituite ai parenti sopravvissuti.

Un massacro sul quale ha provato a fare giustizia il Tribunale penale internazionale per la Ex-Jugoslavia: nei suoi 24 anni di attività, dal 1993 al 2017, ha incriminato 161 persone, riconoscendo la fattispecie di "genocidio" e condannando per crimini di guerra il già presidente serbo Radovan Karadzic ed il Comandante militare Ratko Mladic, definiti i "macellai della Bosnia".

Più di 1.000 persone sono ancora considerate disperse quel giorno, durante la guerra civile bosniaca: sinora, i resti di 6.600 vittime sono stati rinvenuti e ricomposti.

Peter Dejong/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved
Il dolore di una delle "Madri di Srebrenica"Peter Dejong/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved

"Riconciliarsi con il passato per andare avanti"

Carmel Agius era uno dei giudici: lo abbiamo incontrato e ci ha parlato dell'importanza di questa esperienza.

"Un passo storico - dice - per provare a voltare pagina, accantonando l'odio: in Bosnia ed Erzegovina, in seguito al massacro di Srebrenica, una grande maggioranza della popolazione ha maturato la consapevolezza che c'è un vero bisogno di riconciliazione. Che bisogna fare i conti con il passato per andare avanti".

Mancato l'obiettivo della verità storica. Persistono sacche di revisionismo

Il Tribunale penale internazionale per la Ex-Jugoslavia ha ascoltato 4650 testimoni, in circa 10.800 giorni di udienze.

Ne sono risultati 2,5 milioni di pagine di trascrizioni, numeri che non sono tuttavia bastati a scrivere una verità storica comunemente accettata.

A margine dei tanti sforzi di riconciliazione, il giudice Agius lamenta ancora il proliferare di ampie sacche di revisionismo.

"Ci sono ancora molte persone che non hanno imparato la lezione di quanto accaduto a Srebrenica. E che al contrario, anzi, si sono sentite incoraggiate nel loro negazionismo e nella loro spinta revisionista".

Sempre secondo il giudice Agius, la giustizia è per`ò solo parte della soluzione. ll tempo fa già la sua parte, ci dice, ma per rimarginare le ferite di Srebrenica servono anche determinazione politica e adesione popolare.

Staton R. Winter/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.
Fosse comuni a SrebrenicaStaton R. Winter/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.