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Leicester: "fabbriche di virus" senza regole

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Leicester: "fabbriche di virus" senza regole
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Vere e proprie "fabbriche di virus".

Tante fabbriche inglesi di abbigliamento hanno continuato la produzione per tutta la durata del lockdown nel Regno Unito, impiegando lavoratori immigrati e poco qualificati, che non hanno avuto altra scelta se non quella di lavorare.

L'atmosfera a Leicester, oltre 300.000 abitanti nel centro dell'Inghilterra, è comunque positiva per gli immigrati, ma c'è indignazione nei confronti dei proprietari delle aziende che non hanno chiuso, offrendo invece aiuti finanziari ai lavoratori.

Fabbriche "portatrici" di virus?

Lo stesso governo di Boris Johnson ha associato le modalità di lavoro "senza regole" in alcune fabbriche alla prolungata diffusione del virus nella zona.

L'imprenditore Manoher Singh Sehmi.

L'imprenditore di origine indiana Manoher Singh Sehmi ha chiuso e ha messo il personale in cassa integrazione. Ma, dice, altre aziende non sono state così attente.
"Siamo delusi. La maggioranza va bene, ma purtroppo è la minoranza che ci preoccupa", commenta l'imprenditore.

A Leicester, capitale inglese del tessile, ci sono circa 1500 aziende che danno lavoro a migliaia di persone.

Ê solo un caso?

£Il giornalista di Euronews, Luke Hanrahan, si pone l'interrogativo:

"È solo un caso che il Covid-19 abbia avuto un picco qui a Leicester o è più complicato da spiegare? Si può criticare il proprietario di un'azienda per aver violato le linee guida del governo e questo ha causato un picco di casi di Covid-19?"

Luke Hanrahan per le strade di Leicester.

Lavoro durante il lockdown: pro e contro

Nick Sakhizadah è un operaio di una fabbrica tessile: ammette che durante la quarantena è stato pagato molto meno del salario minimo.

Spiega: "Mi hanno pagato cinque sterline al giorno, per me era come se lavorassi gratis, stavo correndo un grosso rischio. Il lavoro non era per niente sicuro, era come prima del virus: niente guanti, niente mascherine, niente distanziamento sociale, niente di niente".

Però c'è anche chi difende gli imprenditori del settore tessile.

"D'altra parte non si può dare la colpa solo ai proprietari delle fabbriche", interviene Rickky Sandhu, ex dipendente di un'azienda tessile, "perché le fabbriche impiegano le persone. Abbiamo tutti bisogno di lavorare".

La deputata laburista di Leicester, Claudia Webbe, ritiene che il governo avrebbe potuto intervenire prima.

"Il governo poteva assolutamente fare di più e mi chiedo: se questa fosse una comunità diversa, l'aiuto sarebbe stato dato molto prima? I lavoratori non possono continuare ad essere sfruttati in questo modo".
Claudia Webbe
Parlamentare laburista inglese
Claudia Webbe durante l'intervista.

Il governo si muove, in ritardo

Il governo intanto ha confermato di avere l'autorità per chiudere le aziende che non rispettano le linee guida della sicurezza.
Ma la domanda è: "Non avrebbe già dovuto farlo?"