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Coronavirus: dentro l'ospedale del mare di Napoli, tra tute come scafandri e mascherine

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Coronavirus: dentro l'ospedale del mare di Napoli, tra tute come scafandri e mascherine
Diritti d'autore  Koosha Mahshid Falahi/AP
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Prima il nord Italia, poi pian piano tutta la Penisola. Il coronavirus dalla zona rossa, com'era prevedibile, è arrivato nelle altre regioni: ora si trova in 19 su 20.

Gli ospedali devono aumentare del 50 % i posti in terapia intensiva

Gli ospedali, già sovraccarichi come ogni inverno per la normale influenza, vivono una rivoluzione; arrivano infatti misure speciali per mettere in sicurezza il personale sanitario e gli altri pazienti.

Ciro Verdoliva, direttore generale della ASL Napoli 1 spiega che è stata allestita una stanza per l'isolamento dove finiscono i pazienti sospettati di infezione da coronavirus. Prima del test gli viene fornita una mascherina e il personale che li tratta indossa tute speciali.

Luca Palamara, giornalista, ci racconta qual è la situazione all'ospedale del mare di Napoli, Campania, una regione che ad oggi conta 31 contagiati. Un po' tutti gli ospedali d'Italia si adeguano alle nuove direttive: il governo ha stabilito, infatti, che i posti in terapia intensiva debbano aumentare del 50 % e che in pneumologia debbano raddoppiare. La chiusura delle scuole e delle università serve anche a questo: a ritardare il picco della malattia e preparsi al meglio.

Il coronavirus non è una pandemia ingestibile: le istituzioni sanno cosa fare

In questo contesto di grandi cambiamenti nella vita quotidiana e grande attenzione mediatica, anche il panico collettivo è un nemico da tenere a bada; Verdoliva ricorda che "le istituzioni sanno cosa fare: nessuno che non abbia competenze e ruoli si deve inventare cose".

Le istituzioni sanno cosa fare. Sul coronavirus nessuno che non abbia competenze si inventi 'cose'
Ciro Verdoliva
DG Asl Napoli 1

E la gente non deve ascoltare fonti non ufficiali. I mezzi ci sono: ogni ASL o ospedale ha un numero d'emergenza per il coronavirus: fondamentale per evitare che eventuali contagiati si rechino in ambulatori e pronto soccorso diffondendo la malattia. Fondamentale anche per contenere le paure: "La sensazione che ho - racconta Carmen Aprea, medico - è che ci sia una nevrosi collettiva per una pandemia ingestibile e quindi per minimi sintomi si rivolgono a noi".