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Discriminazione bancaria? Le banche chiudono i conti correnti degli iraniani in Italia

Discriminazione bancaria? Le banche chiudono i conti correnti degli iraniani in Italia
Diritti d'autore  L'ingegnere iraniano Nima Enayati all'aeroporto di Malpensa. AP Photo/Antonio Calanni   -   Antonio Calanni
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Diverse banche italiane chiudono unilateralmente i conti corrrenti di cittadini iraniani, o vi impongono restrizioni, citando come giustificazione le sanzioni internazionali contro l'Iran.

Così facendo, però, mettono in difficoltà parecchie persone che vivono e lavorano regolarmente nel nostro Paese. Secondo gli ultimi dati dell'Istat, sono 12.500 gli iraniani residenti sul suolo italiano. Un numero ben più alto se si considera chi è in Italia in maniera provvisoria o per motivi di studio.

Fonti attendibili indicano ad Euronews che la filiale italiana di ING Direct ha inviato diversi mesi fa una lettera ai propri correntisti iraniani chiedendo loro spiegazioni e documenti supplementari circa i propri redditi e i bonifici bancari. Questa verifica ha portato a diverse chiusure di conti correnti.

Sono in molti gli iraniani ad avere questo problema, come testimonia questo forum di clienti della banca. Anche Intesa San Paolo ha introdotto restrizioni che obbligano i correntisti iraniani a presentare documentazione lavorativa ulteriore e a giustificare le proprie fonti di reddito.

"Due giorni per chiudere il mio conto"

"Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera dalla mia banca: mi scriveva che avevo due giorni per chiudere il mio conto", ha detto a Euronews Hussein, un cittadino iraniano residente a Milano. Su quell'account viene versato ogni mese il suo stipendio; tuttavia, aggiunge, da o verso quel conto non è mai stato effettuato alcun trasferimento internazionale o transazione sospetta.

Molti dei suoi amici hanno ricevuto lettere di questo tipo.

Stando alla testimonianza di Hussein, la banca non ha fornito alcuna spiegazione per la chiusura del suo conto; anzi, ha indicato che il motivo probabile di questa decisione sia una discriminazione basata sulla sua nazionalità. Su questa base ha deciso di chiedere aiuto all'ambasciata iraniana in Italia.

Anche Nina, iraniana da lungo tempo in Italia, si è vista chiudere il conto. Cinque mesi fa ha contattato l'ambasciata e non ha ancora ricevuto risposta; ora si è rivolta ad un avvocato.

"Quando sono andata in banca per discutere i motivi della chiusura del mio conto, mi hanno risposto senza esitazione che era per via della mia nazionalità e che l'ordine era stato emesso dalla Banca Centrale Italiana", ha spiegato.

Da Banca Italia indicano a Euronews che l'Iran è nella lista dei Paesi ad alto rischio adottata dalla Commissione Ue. "Le misure rafforzate consistono essenzialmente nell’obbligo di richiedere al cliente di informazioni aggiuntive rispetto a quelle ordinarie su alcuni aspetti particolarmente qualificanti del rapporto (ad es. circa scopo e natura della relazione e origine dei fondi). L’apertura dei rapporti con questa tipologia di clientela deve essere poi autorizzata da personale qualificato della banca".

"Ai sensi dell’articolo 42 del decreto antiriciclaggio i rapporti devono essere chiusi (in base ad una valutazione caso per caso e non in via generalizzata) solo laddove le banche siano nell’impossibilità oggettiva di adempiere ai cennati obblighi di adeguata verifica". Al di fuori di questi casi, l’eventuale decisione di non aprire ovvero di chiudere i rapporti rappresenta una scelta – non obbligata - effettuata dalla banca.

Ogni istituto privato ha il diritto di interrompere qualsiasi tipo di transazione giudicata sospetta, interrompere il rapporto con la clientela o decidere di chiudere un conto corrente.

Ma, di fronte ad un'ipotesi di reato, è dovere dei funzionari di banca segnalarlo all'Unità di Informazione Finanziaria della Banca d'Italia, con funzioni di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, che poi deciderà se indirizzare o meno la comunicazione alla Procura.

Quel che è certo è che non è più possibile utilizzare il sistema internazionale SWIFT per effettuare bonifici internazionali da e verso banche iraniane.

Secondo Maryam, in Italia da 15 anni, è necessario comunque fornire un adeguato preavviso: "I titolari dei conti dovrebbero poter prelevare i propri soldi dopo la chiusura dei conti", ha spiegato, aggiungendo che sia Fineco che un altro istituto hanno respinto le richieste di apertura di un conto avanzate da iraniani.

Secondo le testimonianze raccolte, si tratta di "atteggiamenti razzisti", adottati "solo sulla base della nazionalità" del correntista.

Sepehr, cittadino iraniano di 33 anni, si è sentito dire da Carige che la politica interna nei confronti dei cittadini iraniani "è cambiata". Quando si è recato nella filiale di Genova, gli è stato detto che l'ordine di chiudere il suo conto proveniva dall'alto, figlio di una circolare interna.

AFP

Carige: costa troppo effettuare i controlli

L'ufficio stampa di Carige chiarisce che "effettuare le verifiche ha costi estremamente elevati per noi. Abbiamo scritto a tutti i clienti iraniani - un centinaio circa - con dispiacere. Purtroppo, in seguito alle normative internazionali, mettere su una struttura per controlli capillari sulle attività dei clienti è troppo oneroso. Purtroppo è una prassi diffusa in tutte le banche italiane, è costoso ovunque. Anche alle Poste un cittadino iraniano non può aprire un conto, a quanto ci risulta. Capisco che le normative hanno messo in difficoltà queste persone, ma lo sono anche gli istituti di credito. Non è la banca che discrimina, è il contesto internazionale ad essere discriminatorio".

Non è la banca che discrimina, è il contesto internazionale ad essere discriminatorio
Banca Carige

Multe miliardarie

Alcuni iraniani in Italia hanno condiviso sui social media e su Telegram tutta la loro frustrazione per non avere diritto ad avere un conto corrente come tutti gli altri cittadini. Laleh, che studia e lavora in Italia, è una di loro. Su Instagram ha scritto che vengono "violati i diritti fondamentali" degli iraniani, raccogliendo like anche dagli stessi italiani. Sono in molti, però, a tenere un basso profilo.

"La maggior parte degli iraniani che incorrono in questo problema in Italia hanno difficoltà ad ottenere un visto studentesco o un permesso di soggiorno; cercano quindi di non esporsi per paura essere accusati di riciclaggio di denaro sporco o di qualche altro illecito, complicando così il percorso verso il rinnovo del permesso di residenza", ha detto Maryam.

Esistono sanzioni europee e sanzioni americane all'Iran. Quelle europee riguardano una specifica lista di individui e di persone giuridiche (aziende) ma non sono indirizzate verso la totalità dei cittadini iraniani.

Diverse banche europee sono state colpite da pesanti multe da parte degli Stati Uniti per presunte violazioni delle sanzioni internazionali.

La banca olandese ING ha pagato 619 milioni di dollari (568 milioni di euro) nel 2012, accusata di aver violato le sanzioni statunitensi contro Cuba e lran. La francese BNP Paribas è stata giudicata colpevole di violazioni delle sanzioni contro l'Iran, il Sudan e Cuba nel 2014 dalle autorità statunitensi, che le hanno comminato una sanzione di 6,5 miliardi di euro.

Allo stesso modo, UniCredit e due sue sussidiarie hanno accettato di pagare 1,3 miliardi di dollari alle autorità statunitensi per aver violato il regime delle sanzioni tra il 2007 e il 2011. L’indagine si è conclusa dopo sei anni. Anche Intesa Sanpaolo è finita nel mirino americano con una maxi-multa da 235 milioni di dollari.