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Erano con l'Isis, ora chiedono di tornare in Europa

Erano con l'Isis, ora chiedono di tornare in Europa
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Sono passati quasi due anni dalla liberazione di Raqqa, la roccaforte dell'Isis. Dopo più di quattro mesi d'assedio, venne conquistata il 17 ottobre del 2017 dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe, appoggiate dai raid della coalizione a guida statunitense.

Oggi tutto è distruzione. È una città fantasma, e un cimitero per migliaia di civili, vittime delle bombe e dei colpi d'artiglieria di chi voleva liberarli, o usati come scudi umani dal sedicente Stato islamico che non li lasciava fuggire.

Dopo la caduta di Raqqa, numerosi combattenti sono stati arrestati, e le loro famiglie internate in campi nel nord-est del Paese. Il più grande è Al Hawl, dove vivono circa 75mila persone. Ci sono molte donne, tanti bambini, di più di 50 nazionalità.

Secondo le autorità che gestiscono il campo, qui si continua a vivere secondo le regole del califfato: "Sono persone pericolose", dice Mohamed Bashir, "Hanno ancora molti problemi. E si sono verificati casi nel campo che lo dimostrano". Il personale racconta anche di tende incendiate per punire coloro che non seguono le regole dell'Islam radicale.

"Non molto tempo fa una di queste donne, una straniera, ha chiesto ai nostri soldati di portarla al mercato per comprare qualcosa per i suoi bambini. L'abbiamo accontentata, e appena uno dei militari le ha mostrato la schiena lo ha accoltellato", dice ancora Bashir.

A luglio un video postato sui social media ha mostrato una bandiera nera issata nel campo. E sembrava proprio quella dell'Isis. Accadeva in un punto vicino al luogo in cui andiamo ad incontrare una delle donne di Al Hawl.

Si trova in un'area in cui vivono gli stranieri. La maggior parte di loro non ha voluto essere ripresa, ma ci ha parlato.

Donne che abbiamo incontrato hanno ammesso che alcune di loro sono ancorate alle idee dell'Isis e fanno proselitismo, ma in molte stanno cercando di chiudere con il loro passato. È il caso della nostra intervistata, che era arrivata dalla Francia.

Chiede che non venga svelata la sua identità. Teme che, se le fosse concesso di tornare in patria, possa accaderle qualcosa. Cerca di spiegare le ragioni che l'hanno spinta a partire, ma è consapevole del fatto che la gente faccia fatica a comprenderla: "So che sono io che ho scelto di venire", racconta, "Avrei potuto andarmene prima, non l'ho fatto, avevo paura. Non volevo andare in prigione, perdere mio figlio, mio marito. Una volta che si entra nello Stato islamico, non si è liberi di fare ciò che si vuole. Tutti sospettano di tutti. Quindi qualcuno che si unisce all'Isis e poi dice che se ne vuole andare non è ammesso".

Le Forze democratiche siriane chiedono ai Paesi di provenienza dei "foreign fighters" e delle loro famiglie di riprendersi i loro cittadini per processarli. In Europa la sordità a questo appello è prevalente. Naturalmente si temono gli effetti del rimpatrio di queste persone, che potrebbero fare propaganda per l'Isis e causare nuovi attentati.

D'altra parte quanti di questi sono carnefici e quanti vittime? Quanti sono state entrambe le cose? Analisti ed esperti di sicurezza ritengono che chiudendo loro le porte li si condanni a riprendere la via dell'Isis, generando nuovo odio e terrore.

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