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Venezuela, parla Steyci Escalona: "Così mi hanno arrestato e rinchiuso per 10 mesi"

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Venezuela, parla Steyci Escalona: "Così mi hanno arrestato e rinchiuso per 10 mesi"

Una delle foto più significative delle proteste in Venezuela
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Carlos Garcia Rawlins
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Steyci Brigitte Escalona Mendoza  è la studentessa venezuelana che si era recata a Bruxelles per consegnare al parlamento europeo una petizione contro gli abusi del governo di Maduro. Attivista politica che ha vissuto a lungo in Svizzera, dopo essere tornata a casa per le vacanze ha iniziato un giro elettorale assieme al deputato Gilber Caro. Viene arrestata con l'accusa di terrorismo e cospirazione e passa dieci mesi nel carcere militare di Naguanagua, nello stato di Carabobo. Senza processo (qui la sua storia).

Steyci ha seguito tristemente le orme di Leopoldo López, leader di Voluntad Popular, in carcere dal febbraio 2014 e condannato a 13 anni con una sentenza che l’ha reso il più noto degli oltre 100 oppositori detenuti nelle carceri venezuelane. La sua fortuna sono state le campagne organizzate in Italia e Svizzera per la sua liberazione. Tanti altri, però, sono ancora dietro le sbarre. Dimenticati. 

Quando sei in una cella pensi a tante cose, a cosa farai quando esci, cosa vuoi fare per il Paese, se vale la pena continuare a lottare

Steyci Escalona Prigionera politica venezuelana

L'abbiamo intervistata. 

Le sue parole si alternano ad alcune delle foto più significative delle proteste in Venezuela negli ultimi 12 mesi. 

Ci racconta cosa accadde il giorno del suo arresto ? Eravamo in autostrada verso Caracas quando ci siamo resi conto che tutte le corsie erano state sbarrate. Era rimasta aperta una sola corsia, in direzione Caracas, e non c'erano altre macchine. A quel punto ho cominciato ad innervosirmi perché Gilber si è instradato nella corsia dei mezzi pesanti ed io non capivo perché. Nei pressi del casello autodtradale, ci siamo resi conto che c'erano una ventina di funzionari vestiti di nero. Siccome eravamo stati allertati che qualcosa del genere avrebbe potuto accadere io prendo il cellulare del deputato Gilber Caro e comincio a mandare messaggi. «Ci sono agenti del servizio segreto che ci circondano, sta accadendo qualcosa».

A quel punto fermano l'automobile. Un funzionario si avvicina al deputato Gilber Caro e gli chiede di identificarsi. Gilber si indentifica come deputato del parlamento e gli viene chiesto di scendere dall'auto. Io riesco a contattare un avvocato e gli spiego quello che sta succedendo. L'avvocato mi dice che Caro non deve scendere dall'auto perché ha immunità parlamentare. Il funzionario mi guarda, ma insiste che deve scendere dall'auto. Gilber gli chiede il perché debba scendere dall'auto e il funzionario risponde che hanno ordine di ispezionarlo e che Caro deve collaborare. 

GLOBAL-POY/VENEZUELA

Siccome non abbiamo nulla da nascondere, Gilber scende dalla macchina pensando che la cosa sarà rapida e che controlleranno le valigie e che non accadrà nulla. Io resto a bordo. L'agente riesce ad aprire la porta e fa scendere anche me. 

Io avevo in mano dei telefonini e le persone all'altro capo sentivano quello che stava succedendo. Erano gente del partito che mi diceva: "Non riattaccare in modo che anche noi possiamo sentire cosa accade". 

Gli agenti iniziano ad allontanarmi dal veicolo, ma io cerco di stare attenta e lo dico anche a Gilber, di fare attenzione. Non possono toccare le nostre cose e solo tu le puoi aprire. Sono stati momenti di tensione, in quei momenti ti passa la vita davanti. È allora che vedo un funzionario vestito di bianco, con una giacca molto larga, tira fuori qualcosa e lo mette al posto del passeggero. Io grido « Gilber hanno messo qualcosa nell'auto ». Gilber chiude il cofano dove stava mostrando le valige e quando cerca di arrivare alla portiera del lato passeggero dove avevano messo quell'oggetto lo fermano. Io comincio a correre verso di lui perché temo che possano mettere le sue impronte su questo oggetto. Vado verso Gilber e un funzionario dice «Guardate cosa trasportano, esplosivo!»

Tira fuori una scatoletta, come di un orologio, e conferma «Si, hanno esplosivo». Lì ho avuto paura. 

E tutto questo senza testimoni ? Senza testimoni. Gli mettono le man dietro la schiena e quando vedo che iniziano a diventare violenti mi allontano, inizio a correre per cercare aiuto. Vedo da una parte dei soldati della guardia nazionale che mi guardano e si girano subito di spalle come se non stesse accadendo nulla. Guardo da un'altra parte e vedo una signora di un ufficio che si sporge, quando si accorge che la stavo guardando si ritrae e chiude la porta. Grido aiuto. Gli agenti iniziano ad avvicinarsi per arrestarmi e io inizio a gridare che non potevano toccarmi perché io ero una donna e ci doveva essere una funzionaria donna presente e che non potevano toccarmi. Loro iniziano a dirmi di calmarmi e collaborare. Che c'è gente di Caracas, personale di una commissione che sta vedendo quello succede, non possiamo perdere altro tempo. Io rispondo che non mi interessa, che non c'è nessun testimone e che ho bisogno di chiamare i miei avvocati perché quello che stava accadendo lì era illegale. Che Gilber è un deputato dotato di immunità parlamentare, che non possono trattarlo così. Decidono di portarci su un'auto.

(inizia a piangere)

Dicono a Gilber di collaborare, noi siamo innocenti 

(piange a dirotto, interrompiamo l'intervista)

Ho cercato di calmare Gilber e gli ho detto che dovevamo collaborare perché eravamo innocenti e non era roba nostra e che tutto si sarebbe risolto presto. Saliamo a bordo. Prima Gilber, poi un funzionario e poi io. Saremmo potuti fuggire facilmente se avessimo voluto - ma gli agenti del servizio segreto avrebbero potuto sparare a due fuggitivi.

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Quale è stata l'attitudine dei funzionari ? I funzionari erano molto nervosi. Erano di Valencia (città a 100 km da Caracas), ma erano messi sotto pressione da una commissione di tre veicoli che veniva da Caracas e stava controllando che gli agenti locali stessero obbedendo agli ordini. Vedendo che si stava perdendo tempo, gli agenti hanno cominciato a innervosirsi perché per fare un'operazione c'è un tempo prestabilito. Con noi hanno perso oltre dieci minuti e questo era troppo per gli standard.

Ha avuto l'impressione che sapessero che la cosa andava contro la legge venezuelana? Assolutamente. Lo sapevano perfettamente. Quando io ho detto che lui era deputato e che non potevano toccarlo, hanno davvero cercato di non toccarlo troppo, però gli dicevano di stare tranquillo, di collaborare. Quando gli ho detto che non mi potevano toccare perché sono una donna si sono calmati, ma si avvicinavano per dirmi di collaborare, di stare tranquilla, che non sarebbe accaduto nulla, che era solo una chiacchierata, che dovevano eseguire degli ordini, che dovevano farli un paio di domande e che si sarebbe risolto tutto presto. 

Restiamo ore così e dopo mezzanotte arriva un funzionario con un documento dove appaiono tutti i diritti che hai come detenuto. Ci obbligano a firmarlo. Io dico che non potevamo firmarlo perché uno dei primi diritti scritti era quello di poter telefonare alla mia famiglia e al mio avvocato e questo non me lo avevano permesso. Ci chiedono di collaborare e io dico no, già abbiamo collaborato a sufficienza, adesso è il momento che facciano qualcosa loro. Non è un preghiera, esigo che mi permttano di vedere un avvocato. Loro dicono prima firma e poi potrai chiamare e io dico no. Prima parlo con un avvocato e dopo firmo. È un diritto chiaro.  Ci dicono che se non avessimo firmato tutto sarebbe durato molto di più. E allora io rispondo : pazienza. In quel momento ci dicono che Gilber dev'essere tradotto al circolo militare perché essendo deputato dev'essere trattato meglio rispetto a quanto possano fare in quela sede. Mi dicono che io devo rimanere lì fino al giorno dopo. Io dico a Gilber che non credo sia possibile e che credo ci stiano ingannando. Ci dicono: ti porteranno lì, ma non credo che sia davvero così. Ero l'unica persona con Gilber in quel momento e non avevo nessuna fiducia nei funzionari. Ci siamo separati ho detto a Gilber che non sapevo cosa avrebbe potuto accadere, e che speravo ci saremmo potuti rivedere presto. Da allora non l'ho più visto fino a due settimane dopo. Ci siamo potuti mandare delle lettere che erano controllate e fotografate, ma noi lo sapevamo e non abbiamo scritto nulla di compromettente. Era più che altro per chiederci: come stai? mangi ? Di che hai bisogno? 

GLOBAL-POY/VENEZUELA

Considerando il fatto che il governo venezuelano non riconosce il fatto che ci siano prigionieri politici in questo paese, qual è stata la giustificazione della giustizia per detenerla ? Nel rapporto è scritto che i giorni precedenti al nostro passaggio era stato notificata l'esistenza di veicoli che trasportavano esplosivo e armi per destabilizzare lo stato. E il momento in cui creano in Venezuela il commando anti-golpe soprattutto per garantire la pace e la stabilità dello Stato. Noi siamo stati le prime vittime di questo commando anti-golpe. Loro affermano di aver rinvenuto dell'esplosivo nel nostro veicolo e anche un'arma. Qui le prove non coincidono perché le foto dell'arma e del suo rinvenimento sono state prese nella sede del servizio segreto. E poi ci dicono di averci preso in flagranza di reato, ma noi eravamo in auto.

Come si è comportato il giudice istruttore della corte ? Che cosa accadde nell'aula ? Il giorno dell'arresto ho chiesto perché mi avessero arrestato e mi hanno risposto genericamente che era perché trasportavo esplosivo e armi. Non mi hanno mai acusato di un delitto specifico. L'ho saputo solo due giorni dopo quando mi hanno convocato ad un tribunale militare. Io non avevo avuto contatti con avvocati e non sapevo se nell'aula mi stassero aspettando. Quando arrivo vedo il mio avvocato e mi viene notificata l'accusa : ribellione militare e sottrazione di beni delle forze armate. La mia difesa ha avuto appena 10 minuti per leggere il dossierone delle accuse.

Lei ha avuto l'impressione che il giudice sapesse quello che era accaduto e che continuava ad accadere o no?
Il giudice sapeva di cosa si trattava, ma non ha avuto altri dettagli. Mi ha dato l'impressione che tutto fosse già deciso, che questa ragazza dovesse essere giudicata e condannata per questi due delitti. Quando ho iniziato a raccontarle tutto quello che era accaduto, lei non mi ha nemmeno guardato in faccia . Guardava la pubblica accusa e nemmeno il pubblico ministero mi guardava in faccia. Io le chiedevo prove di quello di cui mi si stava accusando. Le ho detto che potevano vedere il mio cellulare per verificare che non avessi avuto contatti con militari. Sono una civile e non dovrei essere giudicata da un tribunale militare. I miei avvocati mi hanno detto che si trattava di una frode anche perché gli stessi militari possono essere giudicati da tribunali ordinari. Quando cominciano ad accusarmi di questi delitti io comincio a chiedere prove che non esistevano nel rapporto consegnato dagli agenti. C'erano solo foto del pacchetto e dell'arma. Allora io chiedo come fosse possibile che, sapendo già dalla notte prima che circolavano veicoli con armi ed esplosivi a bordo, non c'era nessun esperto in esplosivi nel commando. Non si può toccare dell'esplosivo in questa maniera e inoltre se scoprissi dell'esplosivo non mi ci avvicinerei neppure. E invece gli agenti avevano preso il pacchetto contenente esplosivo senza alcuna precauzione. Senza guanti. Le impronte sul pacchetto sono le impronte degli agenti non le nostre. Anche sull'arma non ci sono impronte nostre. Perché non l'abbiamo mai toccata. Non ci hanno risposto, non ci hanno mai guardato in faccia. La giudice ci ascolta e resta in silenzio. Ci dicono solo che restavo in carcere mentre continuavano le indagini.

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Quanto tempo è rimasta in carcere e perché hanno deciso di liberarla ? Sono rimasta dieci mesi e due settimane, aspettando di avere un'udienza dove potessero mostrare prove delle accuse. Vorrei specificare che per legge devi essere portato davanti a un giudice nelle prime 24/48 ore di detenzione. Gilber ha visto un giudice cinque mesi dopo il suo arresto. 

Se fossimo in uno stato di diritto Gilber avrebbe dovuto essere liberato dopo il terzo giorno di detenzione in assenza di prove contro di lui. È stato quello che ho detto alla giudice. Ho chiesto perché Gilber non fosse lì se mi stavano accusando di essere corresponsabile. Non capivo perché, se io ero la complice, non stessero facendo il processo al principale imputato. Mi hanno detto che non mi dovevo preoccupare di lui, ma solo di me. 

Un pomeriggio alle sei e mezza aprono la cella e mi dicono di vestirmi rapidamente. Divento nervosa perché non sapevo dove mi avrebbero portato. Già altre volte avevano minacciato di portarmi all'Helicoide, il carcere militare, qualcosa di terribile da immaginare. Neanche la famiglia sapeva dove mi avrebbero portato. Mi preparo rapidamente, prendo una busta e ci metto dentro dei biscotti perché non avevo mangiato niente. Mi dicono: "ti portiamo al tribunale perché la giudice ti vuole parlare". La cosa mi sorprende perché lei non aveva mai voluto parlarmi. Non mi aveva mai guardato in faccia. Negli appuntamenti per le udienze, che decadevano regolarmente, mi evitava, cercava di non guardarmi. 

Arrivo al tribunale, lo trovo vuoto vuoto. Non c'era nessuno. Solo i poliziotti del Sebin. La giudice arriva dopo, sorridente, in abiti civili, mentre in genere era in uniforme. Mi dice di sedermi e mi sorride, inizia a fare alcune cose sempre al telefono, e mi dice: "Sai cosa ? Hai ottenuto libertà condizionata". 

Io la guardo non credendo alle mie orecchie. In quel momento arriva il mio difensore e gli dicono "Guardi, vogliamo notificarle che la signorina ottiene la libertà condizionata". 

Io cerco di mantenere la calma, non sapevo se era vero perché quando sei innocente aspetti sempre la libertà, non sai quando arriverà. Ma lì tutto accadeva fra mille sorrisi. Alle sei e mezza di un venerdì pomeriggio, quando il tribunale era chiuso. Tutto mi è sembrato sospetto. Mi hanno detto che sarei stata libera, avrei dovuto presentarmi in tribunale ogni quindici giorni e non lasciare il Paese. Per favore. 

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Io chiedo: "E Gilber? Perché lui no? Anche lui è innocente" Lei mi dice. Dopo, per adesso pensa a te. Esci per recuperarti, vai dal medico-  perché da oltre otto mesi chiedevo di vedere un medico per problemi dermatologici. La giudice aveva mandato l'autorizzazione, ma gli ordini non erano stati rispettati. Dopo che la giudice mi firma l'ordine di scarcerazione, mi dice "Adesso chi non vuole che tu esca sono quelli del Sebin (il servizio segreto). Non hanno l'ordine che tu venga scarcerata". 

Allora inizio a parlare con i funzionari del servizio segreto e dico loro che non li avrei seguiti. Da qui non mi muovo se non per andare a casa mia. Non salgo su questa vettura perché so che se torno in carcere non esco più. 

Loro mi dicono: "Steyci è che non abbiamo l'ordine per liberarti, abbi pazienza, calma", e io rispondo che ho già avuto alma e che non vado con loro. Anche la giudice  continua a fare pressioni affinché io non andassi con loro. Dopo un'oretta, la giudice riceve una telefonata e dice a quelli del Sebin che devono lasciarmi andar via. Quelli del Sebin vogliono però un ordine diretto del loro capo. Finalmente ricevono la benedetta telefonata e mi lasciano andare, quasi alle 21,30.

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Che Venezuela ha incontrato dieci mesi dopo il suo arresto? È un paese diverso? Il cambio in peggio è stato velocissimo. Tutto è cambiato radicalmente in peggio. Stiamo molto peggio di quando sono entrata in prigione. Avevo un'idea di quello che sarebbe accaduto guardando la mia famiglia (Escalona viveva in Svizzera, ndr). Vedevo che quando c'era bisogno di medicine anche importanti non le trovavamo. A volte bisognava attendere fino a tre settimane e comunque non ottenere le medicine. A volte avevo bisogno di zucchero e non ce n'era. E passava una settimana senza. Tu te ne accorgevi. Quando sei in una cella pensi a tante cose, a cosa farai quando esci, cosa vuoi fare per il Paese, se vale la pena continuare a lottare. Se davvero quello che faccio serve e porterà a qualcosa. Alla fine le mia risposta è stata positiva. Perché una volta che sei in carcere non vuoi che capiti a nessun altro ».