Riaperto a Herat un museo dedicato alla resistenza anti-sovietica dell'Afghanistan, che è stato però modificato profondamente dai talebani per aderire ai loro precetti religiosi
A Herat, in Afghanistan, il Museo della Resistenza - o Museo della Jihad - è di nuovo in funzione, ma con le modifiche apportate dai Talebani. La struttura è dedicata ai mujahideen che hanno resistito all'invasione sovietica negli anni Ottanta.
Nel marzo 1979, proprio a Herat si tenne una manifestazione contro la leadership filo-sovietica dell'Afghanistan, considerata l'inizio della resistenza organizzata. Il museo è stato costruito nel 2010 ed è subito diventato un punto di riferimento della città: l'edificio ornato da un mosaico bianco e blu si trova su una collina circondata da giardini.
All'esterno ci sono un'esposizione e un murale con i nomi dei mujahidin morti, all'interno ci sono invece armi e un enorme diorama che raffigura gli abitanti di un villaggio afghano che resistono alle truppe sovietiche.
Le donne non possono più entrare nel museo
Il famoso custode del museo era un ex soldato sovietico: nel 1985, Bakhretdin Khakimov, ferito, fu catturato dai mujaheddin, che lo fecero fuori. Indignato per il fatto che, a suo dire, i suoi compatrioti non provarono nemmeno a cercarlo, rimase in Afghanistan, si convertì all'Islam e cambiò nome. Ha combattuto a fianco dei mujahideen, poi ha partecipato anche alla guerra civile degli anni Novanta.
Sotto il governo talebano, la mostra è sopravvissuta, ma gli oggetti esposti sono stati modificati per rispettare il divieto di raffigurare esseri viventi.
A tutte le figure è stato tolto il volto, non solo agli esseri umani ma anche agli animali. La "hall of fame", che conteneva i ritratti di diverse decine di leader mujahideen che hanno combattuto prima con le truppe sovietiche e poi tra di loro, è completamente scomparsa. Inoltre, salvo poche eccezioni, le donne non possono più entrare nel museo.