Francia, cosa c'è stato tra Macron e Uber? Ecco cosa dice il rapporto della commissione parlamentare

Macron con il Ceo di Uber, Dara Khosrowshahi
Macron con il Ceo di Uber, Dara Khosrowshahi Diritti d'autore Bertrand Guay/Copyright 2019 The AP. All rights reserved
Di Ilaria Cicinelli Agenzie:  Afp
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Il rapporto della commissione parlamentare conferma la vicinanza del presidente della Repubblica Emmanuel Macron con l'azienda statunitense. La relazione è stata pubblicata martedì

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Cinquecento pagine in cui si chiarisce in che modo Uber, la famosa società di noleggio auto con conducente (Ncc), è riuscita ad aggirare le leggi francesi grazie alle complicità interne al governo. 
È il rapporto finale della commissione parlamentare d'inchiesta sui dossier Uber, pubblicato martedì, a puntare il dito contro "la relazione "opaca" e "privilegiata" tra Emmanuel Macron  e la piattaforma americana.

"La riservatezza e l'intensità dei contatti tra Uber, Emmanuel Macron e il suo gabinetto testimoniano una relazione opaca ma privilegiata", anche dopo la sua ascesa alla presidenza della Repubblica, secondo il rapporto. Si parla di 34 comunicazioni tra la piattaforma statunitense e i servizi del presidente francese tra il 2018 e il 2022. Il documento rileva che, Mark MacGann, oggi un ex lobbista di Uber, all'epoca responsabile delle politiche di Uber Europa, ha finanziato la campagna presidenziale di Macron e ha partecipato all'operazione di ricerca di fondi per il partito da lui creato, all'epoca chiamato La République En Marche.

Macron implicato in prima persona per favorire l'ascesa di Uber

Il presidente della Repubblica, all'epoca dei fatti ministro dell'Economia, stando sempre al rapporto, aveva stretto un "accordo segreto" con l'azienda americana affinché rinunciasse alla sua controversa app Uber Pop. In cambio le condizioni necessarie per ottenere una licenza Ncc dovevano essere semplificate.

Emblematica fu l'email inviata a Macron il 21 ottobre 2015 da Mark McGann, in cui quest'ultimo chiedeva al ministro di intervenire direttamente sulla prefettura, dopo la decisione delle autorità di Marsiglia di sospendere Uber e di dichiarare la sua attività illegale, dato che mancavano le licenze pubbliche previste dalla legge francese.
Secondo quanto riporta l'inchiesta pubblicata dall'Espresso, nel luglio del 2022 Macron avrebbe risposto dicendo che se ne sarebbe "occupato personalmente".

La sera stessa le autorità di Marsiglia hanno modificato il provvedimento in modo favorevole per l'azienda. Non sono mancati i ringraziamenti in privato da parte di McGann all'allora ministro dell'Economia per la "buona cooperazione del suo ufficio".

Nel tweet sopra l'europarlamentare Manon Aubry: "Il rapporto della Commissione parlamentare conferma l'entità dello scandalo. È tempo di porre fine all'interferenza degli interessi delle grandi lobby privati ai vertici dello Stato."

Proprio negli stessi mesi Uber era implicata in Francia in una serie di accertamenti giudiziari perché accusata di sfruttamento economico degli autisti e di violare le leggi a tutela del lavoro dipendente.

Il 29 gennaio 2016, dopo una settimana di manifestazioni da parte dei tassisti, il governo aveva promesso di aumentare i controlli e di punire con più severità i conducenti Ncc che tentavano di aggirare la legge. All'epoca il tribunale di Parigi aveva condannato Uber France a pagare 1,2 milioni di euro all'Unione nazionale dei taxi.
La decisione era arrivata dopo che la direzione di Uber France aveva emanato delle direttive per gli autisti che avrebbero consentito la sosta in strada, in attesa di clienti senza prenotazione. Una prerogativa di norma riservata ai conducenti di taxi, che aveva scatenato le proteste. Gli autisti Uber avrebbero infatti sottratto un terzo dei clienti ai taxi  se avessero iniziato a ricevere clienti anche senza la prenotazione dall'app.

L'ingerenza di Uber sugli interessi statali?

Nella sua introduzione, il rapporto afferma che "l'azienda americana è riuscita a fare concorrenza sleale ai taxi, ignorando tutti i requisiti della legge e facendo pressioni  sulle autorità pubbliche". Tra il 2014 e il 2016, l'allora ministro dell'Economia Macron avrebbe lavorato dietro le quinte per cercare di liberalizzare il mercato, non in linea con quanto previsto dalla normativa francese.

Dodici membri della commissione d'inchiesta hanno approvato la relazione finale - quasi tutti appartenenti al partito Nouvelle Union populaire écologique et sociale (Nupes), al gruppo Libertés, Indépendants, Outre-mer et Territoires (Liot), o al Rassemblement National - ma i dieci deputati di Renaissance (il partito di Macron) e i loro alleati, nonché l'unico deputato dei Repubblicani (Les Républicains), si sono astenuti.

La commissione d'inchiesta, avviata sei mesi fa, ha audito 120 persone, tra cui due ex primi ministri, Bernard Cazeneuve e Manuel Valls, nonché alcuni ex dirigenti di Uber, nel tentativo di ricostruire le mosse di Uber in Francia tra il 2014 e il 2017. Non è stato però possibile dimostrare che Macron abbia ottenuto favori personali per aver favorito l'azienda.

La riservatezza e l'intensità dei contatti tra Uber, Emmanuel Macron e il suo gabinetto, testimoniano una relazione opaca ma privilegiata anche dopo la sua ascesa alla presidenza della Repubblica
Relazione della Commissione parlamentare francese sui rapporti tra Macron e Uber

Uber Files, la lobby della concorrenza sleale

La miccia è stata innescata dalla rivelazione degli Uber Files, ovvero la diffusione di 124mila documenti interni all'azienda, tra cui anche email, chat e sms dei dirigenti, raccolti da McGann e girati al quotidiano britannico The Guardian.
Secondo l'inchiesta, portata avanti da 44 testate internazionali di 29 diversi Paesi, il cofondatore e amministratore delegato di Uber fino al 2017, anno in cui è stato costretto a rassegnare le dimissioni, Travis Kalanick, avrebbe adottato politiche sempre più aggressive per facilitare l'espansione dell'azienda.
Kalanick avrebbe anche nascosto la propria attività alle autorità dei Paesi coinvolti grazie ai sistemi tecnologici. L'azienda infatti avrebbe fatto installare degli interruttori di emergenza in tutti i suoi sistemi informatici: in caso di controlli in uno degli uffici questo sistema avrebbe fatto in modo che tutti i computer di quella data sede risultassero inaccessibili. Come poi è avvenuto nel 2015, quando l'allora amministratore scrisse in una email che l'interruttore andava attivato il prima possibile per evitare i controlli nella sede di Amsterdam. 
Ed è proprio con Kalanick che Macron ebbe una relazione molto stretta, al punto di chiamarsi entrambi per nome.

TOBIAS HASE/AFP
Travis Kalanick, ex Ceo di UberTOBIAS HASE/AFP

La società avrebbe violato già dal 2010 molte regole per garantire la sua crescita esponenziale: avrebbe infatti operato mentre dichiarava di essere in perdita, sostenendo le proprie tariffe economiche grazie agli investimenti di grandi enti del mercato finanziario, rappresentando così una concorrenza sleale.

Secondo quanto riporta l'inchiesta Uber Files, l'azienda avrebbe invece spostato i soldi in alcuni paradisi fiscali e avviato un'intensa attività di lobby per reclutare politici da tutto il mondo aumentando così sempre più il consenso.

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